UOMINI E CYBORG

-Il filo della vita-

di Michela e Renato


Prologo

“Ma… dove sono? Che sta succedendo?”
Il piccolo Ivan ricordava perfettamente di essersi addormentato tra le braccia di Françoise, nel calore della sua stanza, ma adesso… adesso si trovava in una culla completamente diversa: era molto più grande, riccamente decorata con intarsi d’oro e d’argento, al centro di una camera che non poteva certo definirsi a misura di bambino. Ivan si alzò lentamente, perlustrando il luogo sconosciuto: era un ambiente diverso dal solito, emanava un’aura di magnificenza, quasi fosse stata la dimora di un re… le pareti erano ricoperte di geroglifici molto strani, probabilmente una lingua antica, ma non ricordava di aver mai visto simboli simili in tutti i suoi studi…
“Sto sicuramente sognando…”
“Non è del tutto vero, piccolo…”
Ivan si girò al suono di quella voce… davanti a lui una donna bellissima, vestita completamente di bianco, a piedi nudi, con i lunghi capelli che le ricadevano fluenti sulle spalle, si stava avvicinando. Il bambino si allontanò istintivamente, assumendo una posizione difensiva: mai fidarsi di un’estranea…
La ragazza alzò le braccia, tendendole verso di lui, parlando dolcemente: “Non preoccuparti, Ivan… non ti farò del male”
Conosceva il suo nome? Com’era possibile? Che quella fanciulla avesse le sue stesse capacità?
La giovane ripeté: “Non ti farò del male… fidati di me…”
001 osservò il volto della donna, cercando di penetrare nella sua mente… che strano… era la prima volta che non riusciva a leggere i pensieri di qualcuno; lei aveva ancora le braccia tese, segno evidente di un invito rivolto a lui stesso…sul palmo della mano destra portava un tatuaggio raffigurante un cerchio alato. Ivan cercò velocemente nella sua memoria qualche traccia di un segno simile, ma non vi trovò nulla… Tuttavia, la ragazza aveva un’espressione talmente serena e trasparente che ritenne di potersi fidare di lei.
Le si accostò con cautela e si lasciò prendere in braccio… improvvisamente tutte le sue paure svanirono al contatto con quella fanciulla… per la prima volta in vita sua, provava un senso di pace e di tranquillità che finora non aveva mai sperimentato, neanche quando la sua adorata Françoise si prendeva cura di lui…
Lei iniziò a cullarlo, ripetendo una ninna nanna che lui non arrivava a comprendere, ma che aveva un suono dolcissimo…
001 si abbandonò in quell’abbraccio… dopo molto tempo sentì la mancanza di sua madre farsi strada nel suo cuore… un dolore lacerante, soffocato per tanti anni, che emergeva di nuovo nel più profondo della sua anima… una lacrima percorse il suo visetto innocente… la donna l’asciugò con le dita, interrompendo per un momento la sua nenia…
“Piangi pure piccolo mio… sfoga la tua sofferenza… presto tutto passerà…”
Poi, riprese a cantare la sua melodia…
Ivan la lasciò terminare, dopodiché parlò con voce rotta dall’emozione…
“Chi… chi sei tu?”
“Il mio nome è Enoha, sono la principessa del regno di Myoltecopang… e sono qui per chiedere il tuo aiuto…”
“Non mi conosci neanche…” nell’attimo stesso in cui pronunciò quelle parole, si rese conto della loro fallacità…
“Oh sì, invece…Il tuo nome è Ivan Whiskey, sei nato a Mosca e sei stato trasformato in cyborg da tuo padre, il dottor Gamo, alla tenera età di sei mesi. Nonostante le tue sembianze siano quelle di un neonato, non sei tale ed hai capacità mentali enormi… è proprio per questo che il mio popolo ha bisogno di te…”
Ivan cercava continuamente qualche traccia di inganno o di menzogna nelle sue parole, ma Enoha era un libro aperto… poteva veramente fidarsi di lei…
“Che cosa dovrei fare per te?”
La donna aprì la mano destra davanti a sé… immediatamente le pareti della stanza scomparirono e 001 si trovò di fronte a quella che doveva essere una città antica, piena di case, giganteschi monumenti, piramidi e giardini immensi… tutt’intorno, vi erano migliaia di persone che animavano le vie ed i palazzi…
“Questa è la mia gente Ivan… come puoi vedere tu stesso è pacifica e venera e serve la grande potenza della Luce, che ci dà forza e ci fa sopravvivere… purtroppo tutto questo sta per soccombere…” disse, sospirando…
“Per quale motivo?”
“Non lo sappiamo con certezza, ma sul nostro paese incombe una presenza malvagia, oscura… che finirà per distruggerci…”
Enoha era affranta… Ivan non poteva fare altro che partecipare alla sua disperazione in silenzio, aspettando che lei esprimesse sino in fondo il suo pensiero…
Lei prese coraggio e continuò: “Sulla nostra civiltà esiste una profezia che si tramanda per secoli e che recita più o meno così: quando caleranno le tenebre tra di noi, quando tutto sembrerà perduto, la forza di una donna dimenticata, nobile e pura di cuore ci salverà…Ivan, ti prego, solo tu puoi aiutarci a convincere questa donna a venire in nostro soccorso…”
“Ma… ma come posso fare… io non so di chi stai parlando…”
Enoha gli sorrise: “Tu la conosci molto bene: è la ragazza che ti sta sempre vicino e si occupa di te…”
001 si allontanò da lei, rimanendo ad osservarla sorpreso: “Françoise?? Stai parlando di Françoise Arnoul? Io non… non so se posso…” aveva paura… paura di mettere a rischio la vita di una delle persone che amava di più a questo mondo…
“Comprendo perfettamente la tua ansia… tu le vuoi molto bene, è come una madre per te, quella madre che non hai mai veramente conosciuto ed hai il terrore che possa accaderle qualcosa di grave, non è vero?”
Il bambino annuì con il capo…se fosse successo qualcosa a 003 non se lo sarebbe mai perdonato…
“Io sono una principessa, Ivan… ti do la mia parola che veglierò su di lei dall’inizio alla fine, così come ho vigilato a lungo su di te, senza che tu te ne accorgessi…”
001 era titubante, tutto ciò significava mettere a rischio le vite di chi gli stava intorno, ma… Enoha non era malvagia, aveva davvero bisogno di aiuto e, pensandoci bene, Françoise stessa non lo avrebbe mai perdonato se adesso lui si rifiutava di darle una mano…
“Va bene…” disse infine “puoi contare su di me…”
Sul bel volto della fanciulla si dipinse un sorriso di immensa gratitudine…
“Grazie, Ivan, grazie dal profondo del mio cuore…”
Il piccolo sorrise di rimando… “Che cosa devo fare?”
“Parlerò io con la ragazza… press’a poco come ho fatto con te ora… rimarrà molto turbata, ma alla fine comprenderà l’importanza del suo ruolo nelle nostre vite… in fondo lei faceva parte del nostro popolo nella sua vita precedente… tu avrai il compito di condurla di nuovo a noi…”
“Che cosa accadrà dopo?”
“Per adesso è tutto ciò che posso dirti…”
“Tuttavia non sei molto precisa…”
“Lo so… e ti chiedo perdono… per ora non devi sapere altro neanche tu… quando ti sveglierai, ti troverai di nuovo nella tua stanza… ti alzerai e ti recherai dai tuoi amici, che si troveranno fuori casa, davanti ad un grosso albero che si affaccia sul mare…”
Ivan rammentò: “Il platano alla porta d’ingresso…”
“Esatto… farò in modo che Françoise cada in trance davanti all’immagine di un cerchio alato inciso nel tronco della pianta… esso rappresenta il simbolo del nostro popolo… ella compirà dei gesti e dirà frasi che non avete mai sentito prima d’ora, ma che fanno parte dei suoi ricordi più atavici… tu devi fare in modo che gli altri non interrompano il suo rituale…”
“D’accordo…”
“Ti ringrazio…”
“Come farò a sapere cosa fare dopo?”
“Ti contatterò io, ma dovrai aspettare perché passerà molto tempo…non mostrarti mai inquieto e abbi fiducia in me, Ivan… andrà tutto bene…” detto questo, scomparve dalla sua vista, come se non fosse mai realmente stata in quel luogo…
001 si svegliò di soprassalto, al suono della voce di Chang che esclamava: “Allarme, ragazzi! Geronimo è sparito!”
Ivan si alzò immediatamente… stentò a riprendersi subito, forse l’esperienza che aveva vissuto non era reale… forse era stato solo il frutto della sua immaginazione… ma lui non era mai stato vittima di una fantasia…
Decise di agire e con una breve ricognizione mentale si accorse che 005 stava intagliando il simbolo che aveva visto sulla mano di Enoha nel platano davanti casa…
Adesso sapeva cosa doveva fare…

Capitolo 1

Una slanciata figura femminile era in piedi in cima alla duna, tremula come una bandiera nel vento. Indossava un’uniforme rossa con quattro vistosi bottoni dorati disposti su due file ed alti stivali neri dalla caviglia stretta. I suoi capelli biondi, lunghi e leggermente ondulati, risplendevano come oro sotto la luce solare. Il suo lungo foulard giallo annodato a mantello galleggiava nella brezza stranamente fresca, stagliandosi contro il cielo di un azzurro incredibilmente uniforme. Uno spesso cinturone nero le cingeva la vita sottile facendola sembrare ancora più snella. La fondina sul fianco reggeva una pistola ad alta tecnologia pronta all’uso. Gli occhi grandi ed azzurri della ragazza abbracciarono la scena con espressione incuriosita, esprimendo mille mute domande. Era perplessa, perchè sapeva che la sua presenza in un luogo del genere era impossibile. Ricordava perfettamente di essersi sdraiata accanto a Joe, sotto le coperte, e di essersi dolcemente addormentata nel suo abbraccio. Aveva ancora nelle membra quella piacevole sensazione di abbandono. Avrebbe potuto segnare con il dito il punto in cui lui l’aveva baciata sulla guancia. Sapeva di essersi addormentata scalza ed in camicia da notte nella villa del professor Gilmoure, sul promontorio, quindi non poteva trovarsi sola, nel deserto, in uniforme, senza avere idea di come ci fosse arrivata. Se si trattava di un sogno, era però un sogno piuttosto anomalo. Era sorpresa del fatto che in un sogno si potesse avere memoria della veglia, e che si potesse conservare una tanto nitida persistenza delle sensazioni fisiche provate mentre si entrava nel sonno. Pensò che potesse essere stato Ivan a teletrasportarla inavvertitamente, ma questo non spiegava il cambio d’abito. Avrebbe dovuto indossare la camicia da notte. Strano anche il  palpabile senso di aspettativa che la pervadeva. Non sapeva spiegarselo, ma era certa di trovarsi lì per una ragione importante, e decise di scoprire quale. Dato che la riflessione accresceva solo il numero delle domande senza risposta, scelse di agire. Françoise Arnaul, questo era il suo nome, mostrò la risoluzione che le aveva permesso di farsi a suo tempo strada nell’ambiente del balletto classico. Aveva danzato all’Operà di Parigi, prima del suo sequestro ad opera del Fantasma Nero e la sua trasformazione in cyborg da ricognizione. Aveva dovuto abbandonare il palcoscenico dell’Operà, ed ora ne aveva avuto in cambio uno davvero singolare, ma non meno affascinante. Davanti ai suoi piedi, la distesa increspata di sabbia color ocra descriveva un dolce arco discendente fino alla colossale muraglia circolare di basalto nero, che, parzialmente diroccata, cingeva le rovine di una città dagli edifici ciclopici e dall’architettura incredibilmente sofisticata, seppure erosa e scheggiata dai millenni. Françoise si rese conto che le proporzioni di quelle costruzioni consegnate alla polvere ed al silenzio indicavano una cultura anteriore a quella che lei era abituata a chiamare “storia dell’umanità”. Davano la sensazione di una concezione geniale e sofisticata dell’architettura e dell’arte, ma in qualche modo aliena alla nostra estetica. Ciò voleva dire un’antichità incalcolabile Intuì anche di essere la prima rappresentante dell’umanità a vederla. Se fosse già stata scoperta da qualcun altro, il mondo intero ne avrebbe avuto notizia.. Il Professor Gilmoure si sarebbe certo informato al riguardo, perché la cosa avrebbe potuto comunque interessare il Fantasma Nero. Ma come era possibile che fosse passata inosservata anche alle ricerche satellitari? Interrogarsi era inutile. Françoise decise di avvicinarsi, ma fu cauta. Le fotocamere cibernetiche dei suoi globi oculari esplorarono tutta l’area nel raggio di cinquanta chilometri, senza scorgere nient’altro che dune. Gli audiosensori a campo sferico accoppiati ai suoi organi uditivi captarono ed analizzarono tutte le frequenze di ogni onda sonora prodotta nello stesso raggio. Nessun suono di origine biologica o tecnologica. Solo il vento e l’incessante mormorio dei granelli di sabbia intenti a rotolare da secoli. Rivolse così tutta la sua attenzione alla struttura megalitica e ne ingrandì l’immagine con uno zoom rapido. Scorse terrazze, contrafforti, camminamenti e resti di giardini pensili. Vide bassorilievi scolpiti con tecnica straordinaria, e con effetti di profondità così intensi da dare l’illusione di trovarsi all’interno di rientranze. Quegli ignoti scultori erano riusciti ad ottenere dalla pietra gli stessi effetti illusori degli ologrammi.  Nessuna cultura antica nota aveva fatto nulla del genere. Distinse anche glifi indecifrabili, disposti secondo sequenze bizzarre, ma straordinariamente raffinati. Apparentemente, non vi erano pericoli visibili. Se ne avesse incontrati, li avrebbe affrontati.
Così Françoise Arnaul si incamminò verso il portale ciclopico che pareva attenderla. Il rumore dei suoi passi turbava il silenzio sepolcrale di quel colosso di pietra e di grandezza dimenticata forse da eoni, ma il portale sembrava un’enorme bocca che la chiamava. Françoise lo vide farsi sempre più grande via via che la fila di impronte che lasciava sulla sabbia si faceva più lunga. Rimase sorpresa dall’altezza dell’arco di pietra quando lo varcò. I battenti, come le parti metalliche, si erano dissolti nel tempo. Una volta entrata, il vento si smorzò, ed il leggero rumore dei suoi passi fu il solo suono udibile, almeno senza udito potenziato. Il lastricato sconnesso della strada era ricoperto di sabbia. Gli edifici non avevano alcun infisso. Gli ingressi erano bui, le costruzioni immense. Françoise continuò a camminare passando gli edifici ai raggi x, ma non ottenne che interni deserti di planimetrie labirintiche e corridoi e scale intrecciati secondo le bizzarrie, almeno per noi, di una cultura che non aveva nulla in comune con quelle conosciute. Sembrava di osservare intrecci di prospettive che forse neanche un Mauritz Escher avrebbe potuto immaginare. Mentre guardava in alto, si accorse di non camminare più su una superficie soffice. Aveva calpestato un lastricato marmoreo intarsiato secondo motivi geometrici incredibilmente elaborati. Non aveva mai visto tante diverse sfumature di colore, tanti motivi ornamentali in una pavimentazione. Alzò lo sguardo di scatto e rimase senza fiato. La gigantesca piramide a terrazze verso cui si stava dirigendo era muta ed in rovina, ma adesso era tornata a mostrare sotto il sole tutto il suo scintillante splendore. Sculture di marmo candido, avorio e metalli preziosi di fattura indescrivibilmente raffinata ornavano di nuovo l’edificio, che si era fatto ancora più imponente dopo aver recuperato le parti crollate. Con una rapida occhiata, Françoise vide rinascere sotto i suoi occhi quella civiltà senza nome. Era come se il sudario del tempo fosse stato di colpo strappato via da una mano impaziente. Françoise vide archi, guglie, pinnacoli, giardini pensili, sculture svilupparsi in tutte le prospettive che poteva immaginare ed in altre che non avrebbe creduto possibili. Poi abbassò lo sguardo e vide delle persone. Istintivamente portò la mano alla fondina, ma si bloccò. Di fronte a lei, tre ragazze la osservavano con espressione gentile. Erano abbigliate con elaborati calzari al ginocchio, vesti candide e gioielli di un’eleganza che parlava di antichi imperi dimenticati. La loro pelle color miele aveva riflessi dorati, ed il loro portamento era improntato ad una cortesia per nulla affettata. Il loro copricapo, e quello degli uomini che le accompagnavano aveva una foggia vagamente egizia. Gli uomini avevano fasce intorno ai fianchi strette da cinture, e pettorali vistosi. Nei gioielli e nelle fibbie era costantemente ripetuto un motivo decorativo avente la forma di un cerchio munito di ali. Françoise guardò quei volti gentili, e si vergognò del suo gesto ostile. Rimase immobile,  interdetta, quando la ragazza più vicina a lei le disse:
“Sei la benvenuta, Françoise Arnaul”.
Aveva parlato senza muovere le labbra. Telepatia. Conoscevano il suo nome! Ma come….
“Come lo sappiamo? Ce lo ha detto il bambino.”
“Ivan?” Françoise stava usando la voce, ma loro comprendevano tutto ancor prima che lei potesse esprimerlo a parole, perché leggevano il suo pensiero.
“Sì. E’ una creatura dolcissima. E’ tuo?”
Françoise arrossì.
“No… io…io non ho figli…..”
“Ma sei tu che lo culli, che lo nutri, che lo tieni in braccio…è questo che fa di te una madre”
“Non… non so...”
“Ti vuole davvero molto bene, sai?”
Françoise sorrise commossa.
La ragazza si rivolse di nuovo a lei: “Sei una donna pura di cuore, Françoise Arnaul. Dimmi, come si chiamano il tuo popolo… la tua terra?”
“Oh, il mio popolo è francese. Io vengo da Parigi, una grande città che si trova a nord della mia terra, la Francia”
“Questa città invece si chiama Myoltecopang, ed io Enoha. Puoi chiamarmi così. Il mio nome completo non si adatterebbe alle tue corde vocali.”
“Ed il nome del vostro popolo?”
“Mi dispiace, Françoise Arnaul, non è questo il momento delle spiegazioni… vieni con noi, per favore”
Françoise le seguì fino all’ingresso della piramide. La pesante lastra di basalto scolpito che lo chiudeva si alzò da terra scomparendo nel muro e si richiuse quando entrarono nel palazzo.  Anch’essa recava nel suo centro il cerchio alato. La accompagnarono per un interminabile corridoio illuminato da fiaccole, fra due teorie di sfingi, o almeno presunte tali, alternate a nicchie adorne di gruppi scultorei. Alcune avevano un soggetto indefinibile. La condussero fino ad un pesante portale di legno, che si aprì ritirando nelle pareti i due battenti. Una enorme sala circolare in pietra, disadorna salvo che per un rosone di cristallo al centro, si presentò agli occhi di Françoise. Un semicerchio di danzatrici abbigliate succintamente, scalze e munite di bracciali e cavigliere pareva attenderla. Enoha prese le mani di Françoise e la guidò al centro del rosone.
“Tu sei una danzatrice, non è vero?”
“Beh…sì.”
“E’ per questo che ti trovi qui. Adesso, tu inizierai a danzare… Ti sembrerà di aver dimenticato tutto questo, ma al momento opportuno…ricorderai. Lasciati trasportare dalla musica ed imparerai, come io imparai a suo tempo ed altre prima di me.”
“E’ assurdo….”
“Tu sei abituata all’assurdo, Françoise Arnaul.”
“Perché proprio io?”
“Perché tu sei quella che si troverà nel tempo e nel luogo opportuno. Non aver fretta di comprendere.”
La ragazza si allontanò, lasciandola sola al centro del rosone, che prese ad illuminarsi. Françoise sentì una musica remota farsi strada da una lontananza incommensurabile. Era una musica ricca e varia oltre ogni descrizione, così densa di armonia da innalzare lo spirito ad un livello ultraterreno. Istintivamente, accennò un passo di danza, con tutta la sua leggerezza di ballerina. Iniziò a librarsi sulle gambe, e le sue braccia parevano colli di cigno che si inchinavano alla sua grazia. Le danzatrici assecondavano i suoi movimenti, facendo tintinnare le cavigliere. La musica saliva verso il suo apice, portando con sé un’emozione tanto intensa da farle sentire le guance rigate di lacrime mentre lei stessa diveniva armonia pura ed esprimeva tutto ciò che la danza può esprimere. Un cerchio di luce prese a seguirla nella penombra della sala, mentre Françoise danzava come un raggio di luna sulle acque increspate di un lago. Nei suoi movimenti si potevano leggere la dolcezza dell’amore e la bellezza dei fiori, il cigno che spicca il volo e la neve che cade, la bellezza di una cascata e la violenza delle passioni, il battito d’ali di una farfalle e le scintille del maglio sull’acciaio rovente, la gloria delle civiltà perdute ed il mare in tempesta che esplode contro le scogliere, la dolcezza del tramonto e la furia accecante della folgore. La musica era al suo apice quando una colonna di luce ebbe origine dal centro del rosone ed il suo corpo prese a levitare con un lento avvitamento. Il cilindro di pietra pareva infinito. Françoise si lasciava trasportare, rapita, fino a quando le pareti del cilindro scomparvero e vide da lontano la Terra. Distinse anche la Luna, Venere e Mercurio, e sullo sfondo l’immenso globo infuocato del sole. E poi Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone, e tutti i loro satelliti. Infine, l’orrore si impadronì di lei. Una cometa nera, un ripugnante globo pulsante, deforme, malato, che pareva di tenebra solidificata si dirigeva verso di lei. Era il male assoluto. Intuì un potere nefando, un’intelligenza infida e diabolica capace di trascendere ogni perversione umana, che la terrorizzò. Chiuse gli occhi ed immagini orripilanti continuarono a torturarla.
“Maledetto” gridò disperata “La Luce sa cosa sei davvero. Lei è più antica di te!”
Continuò a gridare frasi incoerenti, fino a quando udì una voce familiare, ma spaventata.
“Françoise, tesoro, svegliati! Sono io! Sono Joe!”
Spalancò gli occhi. Era nel suo letto, la luce era accesa, e vide l’amato volto del suo uomo.
“Sei tu, sei davvero tu!”
“Ma certo! Calmati, è solo un sogno!”
Sentirono bussare alla porta. Era la voce allarmata di Bretagna.
“Joe, cosa succede?”
Lui gli aprì.
“Non ti preoccupare. Niente di grave! Françoise ha avuto un incubo.”
“Non l’ho mai sentita gridare così. Ti serve aiuto? Vuoi che chiami il professore?”
Françoise riprese fiato, si alzò dal letto e, scalza ed in camicia da notte, corse ad abbracciare Joe. 
“Stringimi, ti prego”
Joe la sentì tremare da capo a piedi e le rispose con una dolcezza che fece trasecolare Bretagna.
“Calmati amore, ci sono io. E’ solo un incubo.”
Françoise si abbandonò al suo sguardo sorridendo timida, e sentì che quelle visioni orribili iniziavano già a sbiadirsi.

 

Capitolo 2

Nota: il personaggio di Morgan Adams è liberamente ispirato a quello dell’omonima corsara interpretata da Geena Davis nel film “Corsari”, Produzione: USA, anno 1995, Regia di Renny Harlin.

Piunma stava nuotando. A profondità impossibili per un normale essere umano, stava godendo della sua armonia con il mare. Non che il “regalo” del Fantasma Nero, che lo aveva trasformato in un’arma subacquea “intelligente” ma indocile, potesse ispirargli gratitudine; ma la natura era così bella! Stava godendo di quel mondo dove ogni gesto è lento, dove la gravità è più dolce, dove si può cadere da enormi altezze senza farsi male e dove ogni rumore è ovattato. Ma il mare, soprattutto l’oceano, era anche una giungla, e di questo lui era consapevole più di ogni altro. Poteva vivere come una creatura del mare, ma le sue origini erano sulla terraferma,  in un’altra grande e sconfinata giungla, quella dell’Africa. Sapeva che a volte si deve combattere sia sotto il mare che sulla terra, lo sapeva per esperienza diretta e pensava che in parte ciò fosse naturale. Ma gli uomini non si accontentano di ciò che offre la natura, vogliono dominarla, vogliono sfidarla, alcuni lealmente, altri no. Fu così che tagliarono alberi per farne orgogliose navi e dominare i flutti. A volte vincevano loro, a volte il mare; ma questo confronto non bastava. L’uomo è sempre troppo inquieto. Ai primi eroici navigatori, che sfidavano l’ignoto, subentrarono i pratici, i disillusi, gli avidi, e portarono tutti quei conflitti tipici dell’uomo sul mare. Portarono sul mare la guerra, discutendo sull’appartenenza del mare, come se avesse senso per gli uomini parlare di appartenenza e dominio su ciò che esisteva da milioni di anni prima dell’uomo e che avrebbe continuato a farlo per altri milioni dopo la sua scomparsa: non era ridicolo, discutere di chi fosse? Mentre Piunma era assorto in questi pensieri, vide una testimonianza di quella follia. Sul fondo del mare, un galeone giaceva maestoso, festonato di alghe ed incrostato di conchiglie. I suoi alberi, un tempo adorni di vele, parevano ora le croci del Golgota. I suoi cannoni erano ancora puntati contro un avversario che ormai non esisteva più da secoli, congelati nel loro ultimo momento di folle gloria sanguinaria. Sul ponte, le manovre marce, il timone incrostato e la bussola arrugginita erano affidate alle cure di un equipaggio di scheletri. I pesci entravano ed uscivano dai boccaporti, dagli oblò e dalle finestre, ormai sfondate, del cassero di poppa, indifferenti ai fantasmi della gloria umana e della crudeltà della guerra. Piunma stava nuotando nel Mare dei Sargassi. Era il mare dei misteri, dei relitti e delle navi fantasma. Era il mare da cui non si faceva spesso ritorno, se si entrava a far parte del suo mistero. Era una sfida che aveva sognato di affrontare. Da bambino, a scuola, ne aveva afferrato vaghe leggende, desiderando andare a vedere con i suoi occhi. Era strano, una parte di lui non accettava di trovarsi in quel mare, sentiva che non era logico. Lui era un Cyborg, membro di una squadra di combattenti speciali, quindi avrebbe dovuto avere una missione. Perché era lì? Aveva forse dimenticato quale fosse la missione? Quando e dove aveva lasciato il Dolphin? Una parte di lui non lo riteneva importante, un’altra non lo accettava. I suoi dubbi crescevano quando il corso dei suoi pensieri venne violentemente interrotto. Alle sue orecchie giunse il rumore grave di un oggetto pesante che sfonda la superficie dell’acqua. Poi vide una sfera di bronzo attraversare l’acqua come una cometa dalla coda di spuma bianca. Pochi istanti dopo un identico rumore fu accompagnato da una seconda traccia di spuma: un’altra palla di cannone discese verso le profondità del mare, sfogando il suo inutile impeto contro ciò che non poteva infrangere. Palle di cannone! Quelle che si usavano anticamente! Era un sogno, ovvio. Un’allucinazione. Si sarebbe svegliato, non c’era dubbio. E allora, perché non andare a vedere? Perché non guardarsi in sogno una battaglia fra antichi velieri, dato che nessuno si sarebbe fatto realmente del male? Per svegliarsi c’era tempo. Nuotò nella direzione di quei colpi, riparandosi dietro le crete rocciose e gli spuntoni dei fondali, mantenendo la direzione opposta a quella dei pesci che fuggivano, disturbati dalla sanguinosa vanità umana della guerra. In lontananza vide due chiglie appaiate, e decise di emergere vicino ad esse. Il rumore della battaglia era sempre più forte, ma ovattato dal mare. Piunma si avvicinò alla poppa del veliero più vicino, ed emerse. Vide il sole e le onde, udì il fragore delle armi, il tuono di moschetti e pistole, le grida di dolore, di incitamento, di rabbia, di follia. Una cima pendeva dal cassero di poppa, dimenticata durante il combattimento, e Piunma vi si arrampicò con l’agilità di un africano. Scalò il cassero variopinto ed intarsiato e salì sulla tolda. Un lacero bucaniere urlante gli puntò contro una pistola e tirò il grilletto. La palla lo ferì di striscio al viso facendolo sanguinare. Non ebbe tempo di pensare. Estrasse il laser e fece fuoco. Il raggio blu elettrico attraversò il corpo di quell’energumeno senza legge facendolo stramazzare. Aveva scelto da che parte stare. Quelli con le casacche blu ora erano i suoi. Poi vide lei. Una donna dalla splendida chioma corvina, con alti stivali a tromba, una fascia rossa come il sangue ed  irta di armi intorno alla vita snella, ed una scollata e lacera camicia bianca. Combatteva come una dea guerriera sul ponte ingombro di cadaveri. La sua mano destra impugnava una sciabola, la sinistra un lungo pugnale ingemmato. Vide che stava per soccombere nonostante più assalitori fossero caduti sotto quella lama che guizzava come un cobra. I suoi compagni non potevano soccorrerla. D’istinto, lo fece lui. Afferrò una cima, la tagliò con il laser e vi si appese descrivendo un lungo arco mentre sorvolava la battaglia. Con gli stivali abbatté due avversari, ed atterrò a fianco alla corsara che lo aveva stregato. Raccolse una sciabola e si mise al suo fianco parando, affondando, fintando, schivando, distribuendo fendenti e stoccate mentre entrambi, fianco a fianco, resistevano al filo luccicante dell’acciaio temprato che li incalzava cercando il loro cuore. Poi uno degli avversari sparò, e la spalla della corsara si tinse di rosso. Piunma estrasse il laser e rese dente per dente. Quella folgore sparse il terrore fra i nemici, che riguadagnarono il loro vascello disordinatamente, e tagliarono i grappini d’abbordaggio a costo di gravi perdite, mentre le casacche blu li disperdevano come pula al vento. La nave degli assalitori sbandò, issò goffamente le vele e si allontanò sghemba, fra lo scherno delle casacche blu.
Piunma sorresse la corsara , che gli sorrise dolcemente.
“E’ solo un graffio, uomo di ebano! Ma hai la gratitudine di Morgan Adams.” Poi, i suoi occhi lo esaminarono… “Sei vestito di rosso. Dimmi, straniero, sei per caso un demonio venuto a reclamare in anticipo la mia anima di guerriera dei mari? O forse sei uno spirito del mare? O un tritone?”
“No, sono soltanto un semplice uomo” disse Piunma, scuotendo la testa… in realtà non era del tutto vero…
“Una leggenda tramandata per secoli dalla mia famiglia, che mia nonna mi raccontò quando, bambina, ancora vivevo nella dimora dei miei avi nel Devonshire, narrava che una donna della mia stirpe, dall’anima dannata, avrebbe vissuto una vita breve ed intensa ed un uomo vestito di rosso si sarebbe unito a lei nelle sue imprese. Quella donna ero io…Una tirannica tradizione mi volle forzatamente monaca, ma io riuscii a ribellarmi e mi imbarcai su una nave che venne attaccata dai pirati, uccisi l’uomo che tentò di violarmi e lo ammisi impavida davanti a quei bucanieri, senza tremare. Colpiti dalla mia forza, decisero di tenermi con loro ed io imparai ad usare le armi come un soldato ed a navigare meglio di un commodoro. Da quando questa nave è mia, il nostro motto è vita breve ma intensa. Questo è ciò che voglio. Bottino, oro, vino, amore e passione, anche solo per una notte! Ed ora, anche tu li meriti, tu che mi hai salvato! La tua lama è stata vicina alla mia e tu non hai esitato, uomo venuto dal mare! Questa notte festeggeremo, balleremo, ci ubriacheremo e giaceremo insieme!”
Il grido di gioia della ciurma fu possente.
Morgan baciò Piunma con passione, abbracciandolo, e lui fu stregato da quella sirena.
Decise di rimanere con lei, insieme a lei solcava gli oceani, combatteva e viveva come un pirata. Arrembaggi, tempeste, calde isole dei tropici, tesori, bottino, assalti, duelli, danze, canzoni, birra e vino e le notti passate con la sua sirena avevano reso tutto il suo passato un ricordo sbiadito. Il Professor…Professor…come si chiamava? E quell’ometto che sputava fiamme…quello calvo…e gli altri…la ragazza bionda…il bambino… Li sentiva premere contro la sua coscienza, come vecchissimi ricordi. Lui, ormai, era diventato il Corsaro Rosso. Era un figlio del demonio, invincibile, poiché aveva in mano il potere della folgore. Stava diventando una leggenda.
Una notte, a letto, abbracciato alla sua donna, ammirava insieme a lei dalla finestra della loro cabina nel cassero di poppa la scia argentata della nave che tagliava in due il mare calmo illuminato dalla luna. Lei gli parlava sognante ed appassionata.
“Vedi quel manoscritto rilegato in pelle e ferro, ne vedi le pergamene? Io credo in quelle leggende, credo nell’esistenza di un tesoro il cui valore supera le fantasie del più avido fra gli uomini. Si trova in una cripta custodita dal simbolo di un cerchio alato. Una gemma di lucentezza accecante, la più grande mai esistita, la più pura. Nessun pirata o avventuriero vi è mai riuscito, ma io e te potremmo realizzare questo sogno.”
Morgan gli mostrò il ciondolo della sua collana. Era un cerchio alato.
Il Piunma corsaro la strinse, ma dentro di lui vecchi ricordi premevano. Ogni tanto tornavano, e gli ricordavano che il suo posto era altrove, facendolo sentire colpevole. Ma non sapeva come trovare l’altrove che gli spettava.
“Dimmi, amore mio. Quella gemma è vera o è un sogno, o una magia come quella che stiamo vivendo? Se la trovassimo, quali incantesimi libererebbe?”
“Vita breve ma intensa, mio corsaro! Se vi è magia, sarà mia anch’essa!”
“Sai, ogni tanto ho strani ricordi…forse quella gemma può spiegare…forse può spiegare anche il sogno che stiamo vivendo”
“Sogno o realtà, che importanza può mai avere? Se vi è passione, uno vale l’altro, ed io ardo di passione per te! Se io dovessi morire e, nell’oltretomba, ti sapessi in pericolo, tornerei anche dall’inferno per combattere insieme a te. Te lo prometto, amore mio.”
Piunma studiò il manoscritto e capì che quelle mappe erano errate. Non riusciva a capire come avesse fatto a rendersene conto e a calcolare la rotta giusta. Qualcuno doveva avergli insegnato…forse il Professore di cui non aveva più memoria.
Il loro veliero dall’orgogliosa polena giunse ad una costa rocciosa. Risalirono un vasto fiume. Sulle rive la giungla era impenetrabile. Poi gettarono l’ancora e sbarcarono su un molo di pietra seminascosto dai rampicanti. Tronconi di muri, scale, colonne, archi emergevano dalla vegetazione, e presero a tagliarla per aprirsi la strada con la bussola, fino a quando giunsero alle rovine di una piramide a terrazze semi-soffocata dalla vegetazione ma straordinariamente imponente. Liberarono il portale di pietra e, con l’antico codice in mano, Morgan Adams ne recitò le formule e poggiò la mano sul cerchio alato. La porta si alzò, e percorsero con le torce un corridoio passando fra due teorie di sfingi. Poi un pesante portale di legno si aprì su una camera circolare, dal soffitto tanto alto da non essere visibile, ed un rosone di cristallo al centro. Morgan si mise al centro e fece per recitare l’ultima formula, ma Piunma era inquieto. Stava rischiando troppo, non sapevano cosa potesse nascondersi davvero in un luogo tanto antico.
“Non recitare quella formula, donna! Non bestemmiare il potere della Luce! Il tuo cuore arde di passione che non sa controllare. Lo Spettro Nero invaderebbe il mondo!”
Spettro nero, Fantasma nero, pensò Piunma.
Morgan si voltò al suono di quella voce determinata e vide una ragazza vestita di bianco, forse la principessa di un regno scomparso, ma era un’immagine diafana come uno spettro.
“Nessuno al mondo, uomo, donna o spettro, può darmi ordini! Nessuno!”
“Non sei tu la prescelta”
“Io non temo il tuo spettro nero, e neppure tu, stupida ombra!”
La ragazza si erse in tutta la sua regalità: “Il mio nome è Enoha. Questa un tempo era Myoltecopang, e qui era la mia dimora di principessa e sacerdotessa. Non violare La Camera del Cristallo, o sarai dannata, folle avventuriera! Ora guardate!” Una seconda ombra apparve, una giovane dai capelli biondi che fluttuava nello spazio nero e profondo. Piunma vide che era vestita come lui e gridò
“Françoise!”
“Sì, 008” rispose l’ombra di Enoha.
Quei tre numeri lo folgorarono…
La sua mente ricordò ogni cosa, e si rese conto di essere intrappolato in un sogno. Vide quel mostruoso planetoide nero incombere su Françoise e la sentì gridare: “Maledetto! La luce sa cosa sei davvero. Lei è più antica di te!” ed altre frasi sconnesse. Poi la vide svegliarsi, vide Joe aprire la porta della sua camera a Bretagna e Françoise che lo abbracciava. Udì tutte le loro parole.
Morgan estrasse la sciabola e la impugnò a due mani, con la punta rivolta verso il basso. La sollevò per vibrare un colpo al rosone, ma la lama si spezzò. Il rosone si stava illuminando e la colonna di luce che ne scaturì avvolse la corsara che gridò e Piunma che aveva cercato di allontanarla. Tutto scomparve in quel bagliore accecante, avvolgente e palpabile.
Piunma si svegliò sott’acqua. Doveva essere svenuto. Era sdraiato sul ponte del relitto di un galeone. Era quello che ricordava di avere visto nuotando poco prima di perdere i sensi. Chissà, forse alcune alghe di quella zona avevano proprietà allucinogene? Era possibile, data la sua esperienza di poco fa. Quel relitto gli era inspiegabilmente familiare. Fece per alzarsi e si rese conto di stringere nella mano destra una catena. Il ciondolo era un cerchio alato. La sorpresa e l’emozione furono troppe. Con un sobbalzo che lo fece sprofondare per un istante nel materasso del suo letto, anche Piunma si destò ansante e, nella penombra, si guardò la mano vuota. Possibile che fosse stato tutto un sogno?

 

Capitolo 3

Piunma impiegò un istante per rendersi conto di essere nella sua stanza da letto. Aveva ancora negli occhi la visione di Françoise e di quel mostruoso globo nero. Françoise aveva gridato, Joe l’aveva svegliata ed aveva aperto la porta a Bretagna, poi lei gli era corsa incontro e l’aveva abbracciato. Ebbe un’idea improvvisa. Si precipitò alla porta e la spalancò di colpo. Li vide come li aveva visti nel sogno. Bretagna, Joe e Françoise si voltarono di scatto a fissarlo e rimasero stupefatti vedendo l’espressione del suo volto ed il tremito che lo scuoteva.
Bretagna gli si rivolse con sollecitudine.
“Piunma, amico, che ti succede?”
Piunma fissò Françoise ed iniziò ad avanzare verso di lei, preda di un’emozione che non riusciva a controllare. Gli altri rimasero perplessi; erano abituati a vederlo sempre calmo. Françoise, ancora scossa, si ritrasse dietro Joe, che le fece scudo con il suo corpo.
“Ma che diamine… Piunma, si può sapere che ti prende? Non vedi che le fai paura? Calmati, ti senti bene?”
Piunma si voltò a quella voce stentorea e vide la slanciata figura di Jet Link.
“002 ha ragione, che ti prende?”
Anche Albert Heinrich era accorso e lo fissava con aria decisa.
Piunma li guardò tutti come se esitasse, poi si rivolse a Françoise con una nota di supplica nella voce, come se chiedesse conforto e soccorso.
“Françoise, lo hai visto anche tu?”
Lei si fece avanti, tenendosi ancora vicino a Joe.
“Il globo, il planetoide nero. Fluttuavi nello spazio, poi lo hai visto e gli hai gridato “maledetto, la luce sa chi sei” o qualcosa di simile. C’era una stanza circolare con un enorme fiore di cristallo al centro, ed una donna di nome Enoah.”
Françoise provò un tuffo al cuore. Barcollò per l’emozione, al punto che Joe la sorresse.
“Tu….tu come lo sai??!!”
“Ti ho visto, ed ho visto anche voi come siete adesso, qui nel corridoio, allora sono uscito dalla mia stanza trovandovi così come vi ho visto nel mio sogno..”
“Oh mio Dio!” esclamò Françoise
“Adesso basta, Piunma, cerca di tranquillizzarti! La stai facendo soffrire, non vedi che è già molto scossa?”
Piunma guardò 003, guardò quel volto bellissimo ed attonito, e si sentì un mostro. Lui, farle paura! Era un sacrilegio.
“Perdonami…”
Fece per avvicinarsi, ma Albert gli sbarrò la strada.
“Voglio solo scusarmi con lei”
“Ti sei calmato?”
“Sì, adesso sì”
“Va bene, allora”
Piunma si avvicinò a capo chino. Era davvero addolorato. Sensibile com’era, Françoise gli si avvicinò.
“Scusami ancora, certe volte sono proprio una frana…”
“Non fa niente, davvero...”
Françoise gli strinse le mani, sentendo che tremavano. Lui alzò un poco lo sguardo.
“La mia coscienza non mi darà tregua per aver tolto il sorriso dal tuo viso.”
“Ti ho già perdonato, sei scosso quanto me. Ti capisco, e, dopo quello che mi hai detto, sono certa che io e te abbiamo molto di cui parlare.”
Piunma la guardò rinfrancato e la tensione si sciolse. Jet ed Albert si rilassarono. Temevano fosse uno scherzo dei Fantasmi Neri.
Ma la calma durò poco.
Chang comparve sul ballatoio delle scale.
“Allarme ragazzi, Geronimo è sparito!”
“Come sarebbe?”
“Era in stanza con me, mi sono svegliato e lui non c’era più, lo avete visto?”
Joe non perse tempo.
“Françoise, trovalo! Bretagna, corri a svegliare il professore! Ci occorre anche Ivan!”
“Volo!”
Con le mani sulle tempie per concentrarsi a fondo, Françoise attivò i sensori al massimo e scandagliò tutta l’area circostante.
“E’ qui fuori!” esclamò la ragazza “sotto il platano davanti alla porta d’ingresso che dà sul mare.”
“Andiamo ragazzi, e tu vestiti e raggiungici, Françoise.”
“Ok!” Esclamò lei efficientissima, e prese a togliersi la camicia da notte.
“Ehm… magari dopo aver chiuso la porta!”
Lei si bloccò di colpo e strillò richiudendo velocemente il vestito sul reggiseno, rosso come l’uniforme che avrebbe indossato.
“Non potevi chiuderla tu!?!”
Joe obbedì e si voltò di scatto: gli altri avevano assunto un’espressione seria, sembravano molto impegnati ad esaminare la quantità di crepe sulle mura del soffitto…
A 009 sfuggì un sorriso: “Venitemi dietro, gentiluomini!”
Chissà perchè, furono felici di obbedire.
Usciti sul prato, videro Geronimo che dava loro le spalle. Joe, Albert, Jet, Chang e Piunma lo raggiunsero, e lo scoprirono intento ad incidere una figura nel tronco. Aveva uno sguardo catatonico che dimostrava la sua totale incoscienza della situazione, ma stava lavorando con tutta la sua squisita maestria di intagliatore. Bretagna, il Professor Gilmoure e Françoise, che teneva Ivan in braccio, arrivarono poco dopo.
007 parlò sottovoce.
“Deve essere sonnambulo, ragazzi! Non svegliatelo! Potrebbe restarci secco!”
Geronimo abbassò il coltello da intaglio e fece sei passi indietro, rimanendo a contemplare la sua opera. Françoise poteva vederla anche al buio, e si lasciò sfuggire un ansito di stupore. Quando la torcia di Chang illuminò l’intaglio di 005, Piunma reagì esattamente come la ragazza.
Geronimo aveva intagliato un fregio raffigurante un cerchio munito di ali.
Françoise lo fissò con un’espressione che si faceva sempre più rapita. Ivan prese a galleggiare nell’aria grazie alla telecinesi e si pose dinanzi agli altri cyborg inviando loro un avvertimento telepatico
“Non ostacolatela! 009, stai calmo, non corre alcun pericolo.”
Françoise passò accanto a Geronimo, fissando il fregio. Quando raggiunse l’albero, tese il braccio destro ed appoggiò il palmo della mano nel cerchio, tenendo le dita aperte. Poi ne percorse con l’indice tutti i lineamenti, in modo tale da non ripassare mai il dito due volte nello stesso tratto, e ripetè lo stesso esercizio sulla sua fronte.
Poi si mise accanto a 005.
Il gigantesco pellerossa, a capo chino, prese a recitare nella sua lingua madre un’antica preghiera del suo popolo, una preghiera a Mani – Tou, il Grande Spirito, la Grande Medicina che pervade ogni cosa.
003, in un gesto di vereconda devozione, si incrociò le mani sul petto, chinò il capo e si genuflesse, recitando una preghiera in francese.
Gli altri cyborg, disposti a semicerchio, ascoltavano in silenzio
Quando ebbero terminato, Geronimo e Françoise tornarono in loro. Geronimo chiese cosa stesse accadendo, e fu stupefatto di avere il coltello da intaglio in mano e trucioli sulla manica. Françoise aveva stampata in volto l’espressione di chi si è tolto un peso.
Fu il Professor Gilmoure a rompere il silenzio.
“Adesso dovete spiegarmi tutto, ragazzi!”
Parlarono a lungo di quella che chiamarono “la notte di Halloween”, scoprendo che Ivan non rammentava nulla nonostante avesse agito come se ne sapesse qualcosa; ma a poco a poco smisero di pensarci…ma su ciò che impararono da essa avrebbero avuto occasione di ritornare due anni dopo, insieme al Fantasma Nero.

 

Capitolo 4

Mentre la limousine nera percorreva la strada che collega l’autodromo di Daytona alla villa dell’esclusivo International Golf Club, l’ingegner Sayonji guardava in silenzio il paesaggio fuori dal finestrino. Vestito con uno smoking nero adattato alle sue grandi spalle, non aveva sul volto l’espressione di lieta aspettativa che avrebbe dovuto provare un uomo ancora giovane mentre si recava ad una festa frequentata dal bel mondo e da belle ragazze. Il suo viso, incorniciato da una chioma nera di capelli lunghi ed ondulati, continuava a guardare fissamente davanti a sé, lasciando che le immagini di quella splendida sera estiva gli scorressero davanti. Le labbra erano leggermente tese, ma i suoi baffi non lo facevano notare. Gli occhiali a specchio rendevano la sua espressione indecifrabile, ma si poteva essere certi che non fosse entusiasta. La limousine, fornita dal loro ricchissimo anfitrione, metteva un vero e proprio salotto  a disposizione dei passeggeri. Tutto il Sayonji Racing Team vi aveva trovato posto. Seduta al suo fianco, sua sorella Sakura, inguainata in un’abito da sera blu cobalto da vera seduttrice, tentò di strapparlo al suo silenzio.
“Allora, non dici niente?”
“Abbiamo già detto tutto, mi sembra.”
Sakura finse di perdere la pazienza.
“Andiamo! Non dovresti essere contento di stare in compagnia e conoscere gente nuova, magari ragazze, il che non ti farebbe male?”
Sayonji fece un respiro profondo. Non gli piaceva che venisse toccato il tasto dei suoi rapporti con l’altro sesso. Sua sorella aveva ragione, ma lui non cambiava. Non avera veri e propri conflitti con le donne, semplicemente tendeva ad ignorarle. Il mondo delle corse gli bastava, ma a condizione di immergercisi totalmente. Il contatto con l’esterno riportava a galla quel conflitto con se stesso, dovuto al fatto che pretendeva di essere accettato da tutti nonostante le sue eccentricità. Ciò ovviamente non accadeva che assai di rado, mentre nella sua officina, nel suo studio, nelle rimesse del suo circuito di prova era l’Ingegner Sayonji, sapeva quello che doveva fare, gli piaceva quello che faceva e nessuno gli rompeva le scatole con la necessità di mantenere i rapporti sociali, che tendeva a vedere come un esercizio di semplice ipocrisia. La sua natura perfezionista lo portava al pessimismo nei riguardi di tutto ciò che si trovava al di fuori delle recinzioni degli autodromi. Sua sorella Sakura era socievole e gentile quanto lui era scontroso, e si sforzava caparbiamente  di farlo uscire dal suo guscio, convinta che una moglie gli avrebbe fatto bene.
“Queste mascherate non fanno bene a nessuno!” fu la sua risposta secca, ma Sakura non si arrese.
“E’ un ricevimento” replicò Sakura con tono volutamente querulo ”Non una mascherata. Una festa, dove è possibile divertirsi, socializzare e comunicare, a patto di non fare gli orsi. Me ne hai già fatte perdere sette, quindi stavolta ci andiamo e vedi di non essere scortese. D’altronde, anche nel mondo dell’automobilismo le relazioni sociali sono importanti! E ricordati che parteciperà anche la stampa. Fai qualche bel sorriso se ti fotografano, e se fosse una donna ad intervistarti cerca di essere cauto e gentile nelle risposte. Non puoi sempre allontanarle come fai…”
“Ora basta!”
“D’accordo, non arrabbiarti proprio ora! Però ci siamo capiti.”
Sayonji cambiò argomento e si rivolse al giovane atletico dagli occhi neri carichi di vitalità, vestito con un’eleganza pari a quella naturale del suo aspetto. Le linee forti del suo corpo si adattavano allo smoking facendolo sembrare un indossatore, ma l’espressione di energia contenuta a stento tradiva il temperamento dell’uomo d’azione pronto ed astuto.
“Mi è piaciuto il tuo gesto di oggi, Ken. Il mondo delle corse ne aveva bisogno.”
“Meno male” rispose il giovane con il suo vibrante timbro tenorile “Pensavo che ti saresti arrabbiato con me!”
La gara di pomeriggio si era svolta all’autodromo di Daytona, dove aveva avuto luogo una delle tante sfide fra Ken Hayabusa, detto il Falco, e Joe Shimamura, il suo rivale. Aveva vinto il Falco, ma per la prima volta nella storia dell’automobilismo lo stacco era stato di un solo centesimo di secondo. Il Falco era in vantaggio, ma un vantaggio davvero risicato. Joe Shimamura aveva dieci vittorie all’attivo, Ken undici. Il  terzo posto era andato  al partner di Shimamura, Jet Link. Una volta sul podio, con un gesto senza precedenti, il Falco aveva invitato Joe a salire con lui sulla pedana del primo posto e gli aveva stretto la mano. Joe ne era rimasto commosso e gli aveva detto con calore “Falco, ti sei fatto un amico!”
“Sai Ken, non solo Shimamura lo meritava; ma hai sottolineato il fatto che si possa vincere lealmente. Con la Black Shadow all’orizzonte, è importante ribadire i concetti di lealtà e di rispetto dell’avversario. Bisogna isolare quegli assassini ed impedire che il mondo delle corse diventi loro”
“Grazie, sono contento che approvi. Sono certo che Joe Shimamura la pensi come noi. Sarebbe nostro alleato, seppure nostro avversario sui circuiti. Stasera sarà al ricevimento. Mi piacerebbe parlarne con lui e con Link. I piloti in gamba devono capire che non ci si deve compromettere con la Black Shadow, e tutti quelli che vogliono onestà nel mondo delle corse devono essere uniti.”
“Se c’è Shimamura, ci sarà anche la sua francesina stasera. L’ho vista oggi all’autodromo. E’ stupenda.”  disse il giovane pilota soprannominato Kamikaze.
“Ed è anche una ballerina classica” osservò Yamato con la sua solita espressione di persona calma e paziente “Danza all’Operà di Parigi. Ha gli occhi azzurri, è bionda, snella, aggraziata, gentile, raffinata, colta,…..Avranno tutti i fotografi ed i cronisti addosso stasera. Proprio il tipo di coppia da cronaca rosa.  L’ho incontrata nella sala stampa ed ho parlato con lei e con Shimamura. Sono due brave persone. Lei mi pare si chiami…Francine.”
“Françoise” lo corresse Sakura “Ma ditemi, secondo voi la fidanzata di Shimamura è più carina di me?”
“Certo che è più carina di te! E se tutti i fotografi staranno loro addosso, brinderò alla loro felicità perché me li leveranno di torno” disse Sayonji, divertito all’idea della reazione di sua sorella. Tutti risero.
Sakura accettò lo scherzo fingendosi piccata.
“Che fratello gentile che ho! E che ammiratori devoti!”
“Scherziamo, Sakura. Farai strage di cuori con  quel vestito” le disse Ken.
Il gigantesco Gantetsu intervenne nella conversazione.
“Dimmi, capo. Cosa pensi della recente morte di Sir Roulance Wells?”
“Che la versione ufficiale non mi convince. Come non mi convince l’improvvisa opulenza della Black Shadow. Fra le due cose c’è un legame, ma non parliamone qui.”
“Certo” intervenne Mutsu, con la sua voce sempre un poco timida “che la Black Shadow ha preso ad aggirarsi nel mondo dell’automobilismo come uno spettro minaccioso.”
“Già” concluse Sayonji, con parole profetiche “Uno spettro nero.”

 

A cinque minuti di distanza, una seconda limousine trasportava un altro gruppo di ospiti illustri.
“Françoise” disse Joe “Hai rilevato microspie?”
“Nulla Joe, questa macchina è pulita.”
“Certo che questo Hoozis ama fare le cose in grande!” commentò Albert Heinrich in tono  divertito percorrendo con lo sguardo l’interno della berlina.
“Per questo siamo in altissima uniforme!” commentò Jet Link, sistemandosi il nodo della cravatta.
“Già”, commentò Joe “E non dimenticate che siamo stati invitati come Vip, ovvero Very Important Persons.”
“Considerato che sei tu il divo della situazione, in effetti sei un Vip. Io mi sento più un Nip, ovvero Not important person, e penso che, a differenza di voi due, riuscirò ad evitare l’assalto dei fotografi. Con una donna come lei al tuo fianco per te sarà impossibile. Ti faremo scudo come potremo” scherzò Albert.
“Grazie, Albert. Anche voi però state bene in smoking, ragazzi! Siete quasi affascinanti come il mio Joe!” sorrise Françoise, accavallando le gambe e mettendo involontariamente in evidenza lo spacco del suo scintillante abito da sera di raso nero ed il suo raffinato collant trasparente. Il suo piedino calzava  un tacco a spillo di vernice, nero anch’esso. La sua chioma bionda leggermente laccata le ombreggiava le spalle scoperte ed il suo sorriso rivaleggiava in splendore con il collier di diamanti  che le ornava il petto niveo. Era l’immagine della bellezza, della grazia e della gioia di vivere. Era una ragazza che stava andando a ballare con il suo innamorato ed i suoi amici. Aveva l’impressione di giocare ad essere una principessa, ma il gioco era al contempo reale. Ne era elettrizzata. Joe, dal canto suo, sapeva che sarebbe stato necessario farla ballare e, non volendo delegare altri, causa la sua ormai ben nota gelosia, sarebbe toccato a lui. Sapendosi aggraziato nella danza al pari di un tirannosaurus rex, aveva cercato di farsi insegnare da Françoise, che aveva accettato pazientemente di farsi pestare i piedi dal suo amato fino a fargli sviscerare un insospettato talento. Sulle prime Joe, a causa del triplice sforzo di prestare attenzione a lei, alla musica ed alla sequenza dei passi da ripetere mentalmente, aveva avuto la tendenza a ballare tenendo i denti stretti. Una volta strinse troppo, azionando l’acceleratore e trascinando con sé la povera Françoise in un valzer supersonico. La sua dama impiegò trenta minuti per recuperare l’equilibrio. Poi fu necessario provare nella loro camera, perché in salotto i primi sforzi di Joe erano tanto naturali e leggiadri da aver dato origine a quello che Bretagna aveva battezzato il “circo Shimamura”. Giunse persino ad affiggere una locandina. Françoise non si arrese, e, minacciando Joe di farlo esercitare alla sbarra, insistette fino a sbloccarlo, e potè finalmente farsi trasportare dalla musica insieme a lui. Joe scoprì che era più bello di quanto avesse immaginato, e finì per metterci trasporto e passione. Françoise lo percepì, felice di condividere il suo amore per la danza proprio con il suo amato. E stasera avrebbe ballato con il suo principe in un meraviglioso castello, come in una fiaba. Era tutto bello come un sogno.
“Dimmi Joe”, chiese Jet “ stasera ci sarà anche la squadra di Sayonji?”
“Sì, Jet”
“Sai, volevo salutare il Falco e fare conoscenza con lui.”
Françoise sorrise ripensando al suo gesto al termine della gara.
“E’ un ragazzo straordinario” disse sorridendo “Il suo gesto è stato bellissimo. Ha dato un messaggio positivo a tutti i giovani. Entrerà nella storia dell’automobilismo come esempio di onestà e lealtà sportiva.”
“Una storia che sembra far presagire un periodo difficile” commentò Jet.
Joè lo guardò serio.
“Ti riferisci alla scuderia di Ayab?”
“Sì. Hanno metodi da Fantasma Nero, e con il denaro a profusione con cui stanno cercando di acquistare le piccole scuderie automobilistiche indipendenti, l’analogia si fa ancora più calzante. In effetti, il tocco degli Spettri Neri si sente. Non mi meraviglierei se vi fossero realmente implicati. Sayonji è fra i pochi che riescano ad ostacolarli sul loro stesso terreno battendoli nelle competizioni a dispetto dei loro mezzi superiori; e l’altro problema sei tu, Joe, che non accetti di correre per loro.”
Albert fece un cenno di assenso, ed aggiunse: “ E’ interessante quanto questo Ayab abbia preso campo in seguito alla morte “accidentale” di sir Roulance Wells. Il Professor Gilmoure pensa che una connessione con gli Spettri Neri sia un’ipotesi da non scartare. Sir Roulance aveva denunciato pubblicamente il legame fra l’organizzazione di Ayab ed il mondo delle corse clandestine, uno dei prediletti dai Fantasmi Neri perché gli incidenti sono una fonte di esseri umani morenti da trasformare in cyborg. Bretagna ha svolto indagini da infiltrato insieme a Chang in un locale frequentato da allibratori del settore, ed ha scoperto che un misteriosa donna assistita da un gruppo di sgherri  sovrintende all’organizzazione”
Françoise vide da lontano le luci della reggia di Thomas Wordsworth Hoozis, magnate del petrolio, dell’elettronica e di molto altro.
“Ci  siamo quasi, ragazzi. Ora basta discorsi seri, anche se, naturalmente, pur non essendo in missione, terremo gli occhi aperti. In fondo questo Hoozis non sembra avere implicazioni con i Fantasmi Neri. Se capterò qualcosa di importante ve lo riferirò. Ah, ditemi. Ken Hayabusa ha una fidanzata?”
“No!” rispose Joe “Perché?”
“Perché mi sarebbe piaciuto conoscerla, gelosone!” rispose divertita.
La limousine attraversò un enorme cancello e percorse il lungo viale alberato che cingeva Villa Wordsworth-Hoozis, salì su un rampa a semicerchio e si fermò dinanzi all’androne scintillante di un’autentica reggia. L’assalto di fotografi e giornalisti ebbe inizio.

Sayonji aveva fatto fermare la limousine nel parco, ad una certa distanza dalla villa. Preferiva arrivare a piedi. Vide da lontano la berlina di Joe bombardata dai flash dei fotografi e capì che la coppia più bella dell’autodromo era arrivata. Si era tolto gli occhiali da sole, perché l’astro cremisi era tramontato. Le luci d’atmosfera e le fontane luminose del parco soffondevano di tenue luce azzurra gli alberi, il profumo di resina e di fiori era intenso. Sakura lo respirò profondamente. Il suo abito blu cobalto pareva rivestirla di luce fluorescente. Dietro di lui, la sua squadra in smoking nero attendeva il segnale di partenza. Sayonji guardò l’immensa  villa del loro ospite con l’espressione di un generale che si appresta ad espugnare una roccaforte. L’ordalia, almeno dal suo punto di  vista, aveva inizio. Si rivolse serio ed impettito ai suoi.
“Mi raccomando, ragazzi. Ci saranno anche quelli della Black Shadow. Niente incidenti, non rispondete ad eventuali provocazioni e non cercateli.”
Poi offrì il braccio a sua sorella, e si diresse verso la villa con il passo di Wyatt Earp all’Ok Corrall. I suoi piloti in smoking lo seguirono ordinatamente, a ranghi serrati.

Quando lo sbarramento di flash esplose Françoise adattò la percezione dei suoi occhi in modo da non esserne abbagliata. Albert e Jet scesero per primi, poi fu la volta di Joe, che fece a sua volta scudo contro la calca. Il personale della villa formò due cordoni, e Françoise, divertita da quel gioco, avanzò con le sue tre guardie del corpo mentre domande frenetiche piovevano da ogni parte. All’interno della villa, lo splendore l’abbagliò. Joe lesse lo stupore sul suo viso, felice di vederla divertirsi, spensierata. Aveva bisogno di momenti come quelli. Albert e Jet si guardarono  intorno. Videro eleganza e lusso, sentirono il tintinnio dei bicchieri, decine di conversazioni, risate, musica. La villa era immensa, e non vi era angolo che non fosse animato. Presentarono i loro inviti e salirono lo scalone di marmo che portava al salone.  Françoise vide un’immensa sala da ballo, lampadari di cristallo immensi appesi ad un soffitto altissimo ed affrescato, il marmo lucidato a specchio ed  i tavoli da buffet imbanditi con tutto ciò che l’arte culinaria poteva immaginare. Tutti erano eleganti, le ragazze ridevano allegre, gli uomini le invitavano a danzare, gruppi di amici scherzavano. Ad Albert, sempre critico e riflessivo, non sfuggì una certa ostentazione di potenza. Forse c’era un muto messaggio in tutto quello spiegamento di mezzi, che gli fece ripensare a quando Jet e Joe gli avevano parlato della recente disponibilità di mezzi di Ayab e dei suoi satelliti.  Decise di tenere per sé quell’impressione, anche perché non c’erano prove evidenti di un simile legame, e si fece servire un boccale di birra da una cameriera, ringraziando educatamente.

Non appena la marea dei fotografi rifluì verso l’esterno in attesa della successiva limousine, Sayonji, Sakura ed i suoi piloti mostrarono l’invito e salirono a loro volta. Sakura era in estasi, mentre Sayonji stava già studiando il modo di far passare il tempo, anche se in fondo non gli dispiaceva trovarsi lì. Ken riconobbe Jet Link e si avvicinò per salutarlo.
“Jet, felice di incontrarti!”
“Oh, Falco! Anche tu fai vita notturna? Sayonji dev’essere più indulgente di quanto si dica in giro!”
“Sayonji è qui!”
“Cosa! Sayonji ad una festa da ballo? No! Sarà una serata storica!”
“Già” rispose Ken ridendo “E’ stata Sakura a compiere il miracolo!”
“Proprio così” fece la dolce voce da contralto di Sakura.
“Ecco la leggiadra ninfa silvestre che ha addolcito l’orso” continuò Ken, indicando Sakura con un gesto della mano.
“E smettila, Ken! Presentami piuttosto questo bel ragaz…..questo tuo distintissimo amico!”
Jet rise a denti stretti.
“Bene Jet, ti presento la signorina Sakura Sayonji, sorella del nostro mitico leader e donna di rara bellezza e pazienza.”
“Jet Link per servirvi, milady”e si esibì in un’impeccabile baciamano che fece arrossire la giovane giapponese.
“Jet Link! Oh, scusate, signor Link, avrei dovuto riconoscervi!”.
“Per te sono Jet” rispose ammiccando.
Sakura era divertita dai modi di Jet; aveva un tocco di spavalderia spontanea unita a gesti inaspettatamente cerimoniosi e raffinati che colpiva le ragazze educate come Sakura. Sakura lo trovò simpatico, anzi, qualcosa di più……
“Signor Link…Jet…immagino che anche il Signor Shimamura sia tra noi stasera”
“Ed anche la sua splendida francese” aggiunse Ken “Sakura muore dalla voglia di conoscerla e di vederne di persona la bellezza, dopo averla sentita descrivere dai nostri piloti” .
“Joe e Françoise saranno felici di fare la vostra conoscenza, signorina Sakura. La bellezza di Françoise non ha mai avuto eguali” Fece una pausa ed aggiunse in tono  allusivo “Fino a stasera.”
Sakura rispose amabilmente “Voi mi adulate, signore”
“Sono sincero milady, non mento al cospetto della grazia, ma…seguitemi!”
Joe e Françoise stavano facendo tintinnare due calici di champagne in un brindisi alla loro felicità. Si guardavano con espressione estatica, al punto che Jet, Ken e Sakura ebbero un momento di esitazione, temendo di interrompere un momento speciale. Fu Joe a rompere il ghiaccio, riconoscendo Ken e sfoderando quel suo sorriso smagliante che faceva sognare Françoise.
“Falco! Sei venuto a far strage di cuori!”
“Certo! Ma il cuore che hai conquistato tu vale tutti gli altri!” disse scoccando a Françoise quello che Sakura chiamava lo “sguardo del falco”.
Bella come un’attrice, aggraziata come la ballerina che era sempre dentro di lei, Françoise rimase ammirata dall’espressione franca e decisa di quel giovane dal viso volitivo e dagli occhi castani vellutati  e profondi. Assunse un’espressione smaccatamente sorniona e, tenendo una mano sul fianco replicò in tono da finta seduttrice “Grazie, sguardo di falco!”
Sakura rimase stupefatta quanto Ken.
“Come fai a sapere che gli dico così?”
“Non l’ho mai saputo!” replicò candida Françoise.
“Allora hai avuto la stessa impressione anche tu?”
Le due ragazze si guardarono negli occhi un istante e si concessero una risata argentina. Sembravano due usignoli.
Ken si finse imbarazzato.
“Guarda come si sono intese subito!”
“Le donne!” fu il commento di Joe. “Tese la mano a Ken e la strinse con vigore “Grazie per oggi, Falco!”
“Te lo dovevo, Shimamura.”
“Ed io ti devo un’amicizia su cui potrai contare. Naturalmente, aspetto la rivincita.”
“Certo che senza di te non ci sarebbe gusto, Shimamura. Alla faccia di Ayab e dei suoi tirapiedi!” disse svuotando un calice.
Jet intervenne. “Non dimenticatevi di me!”
“E come potremmo? Ci tieni sempre il fiato sul collo.”
“Direi che possiamo passare alle presentazioni ufficiali! Signorina Sakura, Ken i miei amici Joe Shimamura e Françoise Arnoul.”
“Felice di conoscervi” fu la risposta di Sakura, accompagnata da un aggraziato inchino giapponese “Sono Sakura Sayonji”
“Joe Shimamura” rispose Joe, inchinandosi a sua volta alla giapponese “Sei parente dell’ingegner Sayonji?”
“Conoscete mio fratello?”
“Di fama. Sarei felice di incontrarlo”
“Bene, te lo presento!”
“Anche lui è qui?”
“Beh, sì”
“Ha fama di evitare sempre le occasioni mondane”
“Già, ma a volte la spunto io!” replicò Sakura
Françoise aveva stretto la mano di Ken che le aveva detto in francese “Enchantée!”
“Grazie, ti ringrazio di avermelo detto in francese. Volevo ringraziarti anche per il tuo gesto di oggi. Sono felice che Joe abbia un amico come te. Anzi, che io e Joe abbiamo un amico come te.”
“Come sei fortunato, Shimamura” pensò Ken guardando quel volto illuminato da un sorriso radioso e gentile, privo di frivolezza e sincero. Stringendole  la mano affusolata, ne percepì il calore delicato e la pelle serica, sentì il profumo raffinato che emanava e si rese conto di quanto i suoi occhi azzurri fossero profondi e fossero solo per Joe. Poi la voce di un maggiordomo annunciò l’ingresso del padrone della villa, e tutti gli invitati risposero con un fragoroso applauso di ringraziamento.

Albert aveva cercato un momento di tranquillità su uno degli immensi balconi della villa. Sorseggiava lentamente la sua biira appoggiandosi al parapetto, tenendo d’occhio l’ingresso principale. Stava aspettando l’arrivo di una macchina che forse non sarebbe affatto arrivata. Non aveva ricevuto espressamente l’incarico di occuparsene, ma era curioso di verificare personalmente un indizio. Mentre guardava i rituali di accettazione degli ospiti  al portone d’ingresso, si mise a ripassare mentalmente alcuni recenti eventi. Poco tempo prima 007 aveva agito come infiltrato all’interno di un’organizzazione che sfruttava le corse clandestine macinando grosse cifre di denaro. I giornali avevano segnalato al riguardo due dettagli inquietanti. Gli incidenti erano frequenti ed i cadaveri sparivano. Troppa efficienza per un gruppo di teppisti di periferia o per comuni criminali. Le retate della polizia giapponese avevano portato in carcere solo delinquentelli comuni, capaci solo di dare nebulose indicazioni agli inquirenti. L’eminenza grigia che organizzava questo automobilismo parallelo rimaneva nell’ombra ed un’ipotesi pareva valere l’altra. Bretagna aveva assunto le sembianze di un allibratore clandestino legato agli incontri di Sumo e si era messo a frequentare un locale meta di bande di motociclisti e trafficanti di auto rubate, pezzi di ricambio e articoli  similari. Fingendo di corteggiare una cameriera, aveva preso a dialogare del più e del meno con gli avventori facendo capire di essere interessato alle scommesse nel settore automobilistico. Raccolse una voce interessante riguardo un misterioso personaggio femminile, una donna piuttosto giovane, che poteva fare da ponte con la vera organizzazione. Mentre ritornava a piedi verso la metropolitana venne aggredito in un vicolo da due assassini degli spettri neri, ma 001, che lo seguiva telepaticamente a distanza, lo mise in guardia ed inviò in suo aiuto Chang Chan-Ko. Furono i due spettri neri a cadere in un’imboscata. Bretagna, prima di trasformarsi in un’aquila portando Chang in volo sul tetto di un caseggiato, aveva prelevato un campione di dna dei due avversari grazie ad un microapparecchio tascabile del Professor Gilmoure. Pochi secondi dopo erano arrivati i rinforzi nemici, che fecero sparire i corpi dei cyborg distrutti con la consueta efficienza. Il professore ricostruì il dna prelevato da Bretagna e fece un controllo incrociato con gli archivi della polizia, scoprendo che le parti umane di uno degli aggressori di Bretagna appartenevano a Saema Ryuji, un violento trafficante di merce illegale con la mania delle auto sportive. La polizia aveva interrogato la convivente, una ragazza con un passato da tossicodipendente, ed aveva scoperto che una donna bionda e piuttosto giovane, accompagnata da un uomo di mezza età straordinariamente elegante e distinto avevano fatto  visita  a Ryuji ingaggiandolo come pilota. Erano giunti con una berlina nera, una limousine con a bordo diversi sgherri nerovestiti e taciturni. Senza dare troppe spiegazioni, pagando in anticipo una cifra sostanziosa e raccomandando la massima discrezione con oscure minacce, si erano allontanati. Tre giorni dopo Ryuji era uscito di casa di sera, senza fare più ritorno. La donna bionda, almeno così le era parso, aveva il volto velato e parlava con accento straniero. L’uomo con il cappello a cilindro aveva tenuto in testa il vistoso copricapo ed aveva preteso che il colloquio si svolgesse senza tenere la luce accesa. La testimone non poteva fornire un identikit, e non poteva fornire neppure molti ragguagli in merito al colloquio perché era stata mandata in un’altra stanza. Ricordava solo le parole “Black Shadow”. Il Fantasma Nero, la spiegazione poteva apparire ovvia. Uno dei tanti casi simili al suo. Però, da quando aveva lavorato come meccanico per Joe e Jet, i tre avevano raccolto voci in merito alle corse clandestine. Si parlava di un’organizzazione o scuderia che si faceva chiamare Black Shadow e si serviva di uomini in nero. Circolava il nome di un certo Ayab, un barone di non si sa che famiglia e luogo, ed anche di un certo Kramer, un corridore di talento, ma scorretto e sospettato di omicidio, ma le versioni erano discordanti. Quandi vi furono i primi morti in gare clandestine disputate su auto realizzate con componenti provenienti da diversi paesi, il nome di Ayab venne fatto più di frequente, fino a quando un pilota inglese che lo aveva fatto troppo frequentemente era morto “accidentalmente”: si trattava di sir Roulance Wells. Poi, nei box, dopo la gara, aveva sentito dire che “ci sarebbero stai quelli della Black Shadow”, ormai sinonimo della scuderia di Ayab. Sotto di lui le automobili di lusso continuavano a scaricare invitati mitragliati dai flash. La baldoria prometteva di durare tutta la notte, ma non per lui. Aveva troppo metallo in corpo per conoscere una ragazza e divertirsi. Guardò Joe e Françoise dietro i vetri. Loro almeno potevamo amarsi reciprocamente. Lui non avrebbe avuto che amicizia, e per lo più solo dai cyborg. Forse anche da qualche umano, ma niente di più. Lo aveva accettato, ormai. Mentre era immerso in queste riflessioni, un uomo fece il suo ingresso sul balcone. Albert riconobbe Sayonji, e notò che a sua volta l’ingegnere sembrava avere un interesse per l’attività all’ingresso analogo al suo. Sayonji notò Albert, e parve riconoscerlo. Albert si fece avanti, e gli rivolse la parola.
“Salve!”
“Salve, amico.”
“Siete l’ingegner Sayonji!”
“Indovinato. Forse ci siamo già visti, io e lei”
“Già!” confermò Albert “All’autodromo. Io lavoro con Link e Shimamura”
“Ah, sì! Siete un meccanico, vero?”
“Sì, meccanico Albert Heinrich, ingegnere” rispose Albert tendendogli la mano.
“Piacere di conoscerla” rispose Sayonji stringendola.
“Sa, abbiamo apprezzato molto il gesto del suo pilota, oggi”
“La ringrazio. Il mondo delle corse ne aveva bisogno”
Sayonji sentiva in quell’uomo dai tratti teutonici un’affinità di carattere che lo portò ad aprirsi.
“Ditemi, Albert, avete mica visto un cappello a cilindro scendere da una limousine nera?”
Albert fece per dare un guizzo, ma si contenne.
“Finora no. Perché, se non sono indiscreto?”
“Perché sotto il cilindro ci sarà probabilmente un uomo chiamato Baron, il tirapiedi di un certo Ayab Mobildick”
“Ho sentito aprlare di lui” fece Albert, evasivo “di lui e di una certa “Black Shadow””. Che tipi sono?”
“Gente da evitare”  rispose Sayonji “Ah, eccolo!”
Mentre parlavano una limousine a sei ruote, nera come un carro funebre, si era maestosamente inerpicata per il viale e si era fermata davanti al portone. L’atteggiamento degli inservienti si fece più deferente, diffondendo nell’aria una sorta di impalpabile tensione. Albert vide un uomo abbigliato con eleganza raffinata, ma chiassosa. Portava un alto cappello a cilindro. Un indizio solo non era sufficiente, ma il secondo indizio si mise subito al suo fianco e Baron le offrì il braccio. Una donna con il volto celato da un cappellino a veletta. Albert non distinse il volto, anche a causa del cilindro di Baron, ma il gesto con cui prese Baron a braccetto ed il suo portamento accesero in lui una curiosità che non seppe spiegarsi. Mentre entravano, sette uomini eleganti, ma dall’aria non proprio raccomandabile, li seguirono senza dire una parola. Decise che a furia di riflettere stava iniziando a vedere indizi ovunque, ma decise anche di cercare di scoprire qualcosa di più.
Sayonji salutò Albert.
“Meglio che vada a controllare i miei. Ci si vede, Albert!”
“Arrivederci, ingegnere”

Sayonji si avvicinò a Yamato, il suo capo meccanico, e lo vide intento a parlare con Joe Shimamura ed una ragazza bionda. Mutsu e Gantetsu si stavano presentando educatamente ad entrambi. Ken era al bancone del bar, sequestrato da un gruppo di giovani ammiratrici chiassose. Sakura stava ballando con ragazzo alto dai capelli rossi: Jet Link.
”Beh” pensò Sayonji “Il gemellaggio prosegue, e quel Link non mi dispiace”
Poi si avvicinò ai suoi piloti, che lo salutarono.
Joe lo riconobbe e gli si rivolse come un fan.
“Ingegner Sayonji!”
“Shimamura! Il mio avversario preferito! Sei in gamba ragazzo! Ci vuole gente come te nel mondo delle corse, altro che Ayab. E ci vorrebbe gente come te e Link anche nella mia scuderia. Potreste rifletterci su, voi due!”
“Potremmo davvero parlarne. Sarebbe un onore” rispose Joe, serio.
Sayonji si rivolse a Françoise.
“Immagino che la tua dama sia la ballerina francese di leggendaria bellezza che ha ispirato lodi a tutto l’autodromo!”
“Volete farmi arrossire, ingegner Sayonji? Sono Françoise Arnoul” e, con gesto aggraziato, gli porse la mano affusolata.
Sayonji la strinse con delicatezza nella sua, grande e brunita, sorridendole.
Sorridendole? La ragazza di Shimamura aveva strappato un sorriso a Sayonji! Era lei la vincitrice delle due dozzine di rose che il Sayonji Racing Team aveva segretamente messo in palio all’insaputa del suo leader e di Sakura alla donna che vi fosse riuscita durante un ricevimento. Ovviamente Sakura era esclusa. Gantetsu, Mutsu e Yamato si scambiarono un’occhiata di intesa, e, senza saperlo, Françoise fu eletta reginetta di quel concorso segreto.
L’orchestra fece una pausa. Le coppie in abito da sera cessarono le loro evoluzioni e si scomposero. Françoise si rivolse perentoria a Joe.
“Il prossimo è nostro!”
“Ma…..non si potrebbe aspettare ancora?”
“Ne ho già aspettati sei, caro il mio debuttante!”
“E va bene” disse Joe, rendendosi conto di non poter più rinviare il momento della verità.
Françoise si strinse a Joe.
“Tranquillo, campione. Ci sono io al tuo fianco” e lo guardò negli occhi. Joe la ricambiò ed entrambi ebbero un momento di estasi durante il quale il direttore salì sul podio e le coppie si disponevano in cerchi concentrici sulla pista. Françoise se ne accorse all’ultimo istante e con un rapido “Sevuolescusarcingegnere” diede un strattone a Joe e lo portò nel cerchio di coppie più esterno. Sayonji li guardò, divertito. Da lontano, Ken unì indice e pollice in un cerchio perfetto e lo mostrò a Joe facendo il segno dell’ok. Aveva intuito il suo imbarazzo. Il silenzio scese sulla sala, per non disturbare l’attacco dell’orchestra ovviamente, e non perché tutti avessero lo sguardo fisso su loro due, ma Joe provava ugualmente quella sensazione.  Cinse con il braccio sinistro la vita di Françoise e distese il destro. Françoise gli appoggiò la sinistra sulla spalla ed appoggiò la destra su quella di Joe. Era entusiasta, ma non dimenticò di fare a Joe una raccomandazione perentoria.
“Non stringere i denti mentre balli, o mi trascinerai in un altro tornado e travolgeremo tutti”
L’orchestra attaccò.

Mentre Ken faceva l’ok a Joe, una ragazza gli si avvicinò. Alta e snella, aveva il volto dall’incarnato diafano incorniciato da una scintillante chioma di capelli rossi, ed i lineamenti delicati e spirituali che adornano il volto delle giovani inglesi. Indossava un lungo abito azzurro di satin, stretto in vita da una cintura tempestata di brillanti. Le braccia dai polsi sottili sorreggevano una stola di visone drappeggiata sugli omeri. Le dita lunghe ed affusolate della mano destra formavano un intreccio aggraziato intorno al lungo bocchino nero con cui aspirava fumo da una sigaretta alla menta. Una rosa bianca ornava i suoi capelli tenuti in ordine da un cerchietto, ed i suoi occhi grigi avevano un’espressione decisa. Quando il Falco fece per voltarsi, la ragazza gli sorrise.
“Hai un minuto per me, Falco rapace, o le tue ammiratrici  non ti danno tregua?”
Ken rimase stupefatto.
“Romy!!”
“In persona, mio bel pilota!” fece lei, sorniona.
“Romy, ho saputo di tuo padre! Credimi, la sua morte mi ha profondamente colpito.Ti faccio le mie condoglianze”
Le tese la mano.
Lei la strinse, commossa.
“Grazie, Ken. Sono qui per parlarti……in privato”
“Va bene, Romy, parliamo, vieni”
Scesero al piano inferiore, uscirono per un portone secondario e si incamminarono per un dei viali dell’immenso parco. Incontrarono mute sculture neoclassiche e fontane luminose via via che la vegetazione si faceva più fitta. Giunsero ad un spiazzo circolare, adorno di un cerchio di sculture di divinità olimpiche. Al centro, pesci rossi nuotavano dentro una vasca di marmo attorniata da una ringhiera di ferro battuto. Fuori dal cerchio di luce dei lampioni, il bosco era un intreccio di infinite gallerie che si perdevano nell’oscurità.
“Ken, ricordi la nostra vecchia sfida?”
“Sì, certamente”
“Fosti tu a vincere”
“Sì Romy”
“Ebbene, sono tornata per batterti”
Orgogliosa come Athena, passionale come una Walkiria, la ragazza sfidò Ken con i suoi occhi grigi, sicuri e determinati. Parlava con la certezza assoluta di riuscirci.
“Se vuoi gareggiare con me, puoi farlo su un circuito ufficiale, come tutti”
“Avremo molte occasioni di misurarci, Falco.Voglio che la scuderia di mio padre risorga e devo dimostrare di essere all’altezza, battendo te! In tutti questi anni non ho fatto che studiare ed allenarmi, ed ora posso farlo”
“Romy, io non sono mai riuscito a capire tutto l’antagonismo che provi nei miei soli riguardi. Sembri volerci mettere qualcosa di personale, ma perché? Perché quest’ossessione? Sai, io ho spesso pensato a te e……”
“E?” rispose lei altera
Ken parve perdere la pazienza. Si lasciò andare e le disse tutto quello che provava.
“Ebbene, battimi, se vuoi, ma io penso che noi saremmo fatti per stare insieme e se  tu non avessi vissuto in funzione di questa fissazione, forse a quest’ora tu ed io……”
Sentì il sapore bruciante di uno schiaffo sulla guancia.
Romy lo guardava tremante con le lacrime agli occhi.
Il vento si calmò improvvisamente ed il silenzio si fece assoluto.
“Se sei tanto forte da darmi lezioni, perché non mi hai fatto questi discorsi anni fa, anziché sparire per inseguire i tuoi sogni di gloria?”
“Romy, io non pensavo che tu potessi provare per me sentimenti profondi”
“Che ne sai di quello che posso provare?”
Ken era rimasto di sasso.
“Romy…….”
“Ken, io ora devo batterti. Vedi, io correrò per la scuderia di Ayab”
“No, Romy, che hai fatto?!”
Romy proseguì, con la voce rotta dal pianto.
“Con il loro denaro salverò la casa automobilistica di mio padre. Gli ho promesso in punto di morte che avrei continuato, ed è morto felice. Ken, ora sei tu il mio nemico.”
“Romy, io non ho fatto che pensare a te, se solo avessi immaginato…..”
“E’ tardi, Ken……”
“No, maledizione, no!!!! Romy, insieme possiamo trovare il modo…...”
Romy prese fiato a strappi.
“Smettila di torturarmi, non ti basta tutto il male che ci siamo già fatti?”
Ken non le rispose. Quelle parole lo ferivano come pugnali.
Lei gli mise in mano una busta sigillata ed una rosa rossa. Poi lo guardò in viso pronunciando un passo da “Romeo e Giulietta” di Shakespeare. Erano le  parole che Giulietta aveva pronunciato proprio durante un ricevimento, quello nel quale incontrò Romeo.
Ken faticò a credere a quello che udiva.
“Il mio unico amore nato dal mio unico odio! Perché?”
Poi si voltò e fuggì in lacrime.
Nella sua immaginazione Ken la inseguì, la fermò, la strinse a sé  e la baciò. Nella realtà, frastornato da quell’emozione improvvisa, esitò troppo e lei sparì. Poco dopo, il rombo di una macchina sportiva ruppe il silenzio e Ken vide la luce rossa dei fari posteriori di una fuoriserie uscire in lontananza dal parco, prendere la strada principale e diventare un lontano puntino di luce rossa, che si spense. A Ken rimasero soltanto la lettera di Romy ed il profumo di una rosa rossa.

Un istante prima della musica Joe era convinto che quella sera il “Circo Shimamura” avrebbe avuto centinaia di spettatori, ma il suo corpo non aveva dimenticato. La tensione scomparve d’incanto, ed iniziò a portare Françoise, che a sua volta, con la sensibilità al ritmo ed all’armonia che le avevano aperto le porte dell’Operà di Parigi, lo seguì  con naturalezza. Iniziarono a muoversi lungo un merletto invisibile tracciato sul pavimento di marmo lucidato, seguendo la direzione di tutte le altre coppie, finché Joe non si rilassò e lasciò che la musica lo pervadesse. Françoise sentì che condividevano la stessa sensazione, che lui in quel momento poteva capire il suo amore per la danza, sentì che condividevano qualcosa che non avrebbe mai pensato di condividere con lui, e quell’empatia fu bellissima. Danzarono leggeri, rapiti, mentre il salone girava loro tutto intorno  e loro ne erano divenuti il centro. Non avrebbero neppure saputo dire se fosse il salone a ruotare realmente, e loro ad essere fermi. Si guardavano negli occhi, scambiandosi mute parole di gioia, e quella magia proseguì per un tempo che parve infinito.
“E’ bellissimo, amore mio” disse Françoise.
“Tu rendi tutto bellissimo” le rispose Joe.
Il valzer era prossimo alla fine, quando Françoise diede improvvisamente un guizzo di spavento ed attivò le sue fotocamere cibernetiche per ingrandire la scena che vide nel vestibolo d’ingresso della sala da ballo.

Dopo essere rimasti al piano inferiore piuttosto a lungo, Baron ed i suoi sgherri fecero il loro ingresso nel salone. La donna velata non era con loro.
Si trovarono di fronte Sayonji e la sua squadra, e l’atmosfera fu davvero quella dell’OK Corral. Il vestibolo del salone divenne Tombstone per un lungo istante. Sayonji, Gantetsu e Kamikaze, con la loro posa decisa, parevano i tre fratelli Earp, e Yamato un passabile Doc Holliday. Di fronte a loro, la banda Clanton-McLowery del mondo delle corse con il suo consueto sfoggio di facce patibolari. Mancavano solo i cinturoni ed i cappelli a sombrero.
Sayonji aveva appena finito di raccomandare ai suoi di evitarli.
Baron prese la parola, sfoggiando il suo sorriso lubrico. I suoi modi viscidi come olio lubrificante non riuscirono però ad ammorbidire l’espressione granitica di Sayonji.
“Ingenger Sayonji, che piacere vederla!”
“Il piacere è tutto suo”
“Spontaneo come sempre, ingegnere, ma, visto che siamo in casa d’altri, confido nella sua capacità di tenere a freno se stesso ed i suoi campioni”
“In effetti, siamo in territorio neutrale. E poi la vostra batosta per oggi l’avete già avuta. Potete godervi la serata”
Sayonji fece un gesto teatrale con il braccio, ed i suoi piloti fecero ala a Baron ed ai suoi. Le occhiate che si scambiarono furono fin troppo eloquenti.

Quando Baron e la donna si lasciarono, Baron salì al piano superiore con i suoi, mentre lei si mosse verso un corridoio a sinistra dello scalone di marmo. Albert la seguì, armando la mitragliera installata nella sua mano destra. La figura femminile,  non molto alta di statura ma armoniosa, si voltò e lo fronteggiò in silenzio, il volto celato dalla veletta. Albert giocò la sua carta, spinto da una sensazione che si faceva sempre più forte.
“Vi occorre un pilota che non teme il rischio e che vuole essere ben pagato?”
Lei esitò, poi rispose in tono aspro.
“Seguitemi!”
All’improvviso, Albert le tappò la bocca, la trascinò in una rientranza e le strappò il velo.
Rimase di pietra.
Anche la donna lo guardò, e divenne catatonica.
Poi fuggì, scossa e stranamente assente.
Albert rimase attonito. Era per forza una trappola, una maledetta trappola, era un tranello, era una tattica per spezzargli i nervi! Udì passi pesanti avvicinarsi e guadagnò l’uscita.

 

Joe vide Françoise cambiare espressione e fece per fermarsi.
“No!” lo supplicò lei sottovoce “Continua a ballare!”
“Cosa succede?”
“Ti prego, portami verso il fondo del salone ed esci dalla pista da ballo. Fidati di me. Ti spiegherò tutto”
Joe obbedì.
Dando le spalle all’ingresso, Françoise estrasse il portacipria e finse di rifarsi il trucco. In realtà puntò lo specchietto verso l’entrata e scandagliò l’immagine riflessa con le sua vista potenziata. La mano le tremò al punto che il portacipria le cadde. Con i suoi riflessi potenziati Joe lo raccolse al volo e la guardò intensamente.
“Joe, è….è lui!!” disse a voce bassa.
“Lui chi?”
“Quello con il cappello a cilindro, quello che ha parlato con Sayonji!”
“Ebbene, come lo conosci?”
“Joe” disse lei con gravità “Ne sono sicura. E’ l’uomo che mi rapì per conto del Fantasma Nero!”
Joe tacque a lungo, poi disse:
“Chiamiamo gli altri”

Jet aveva appena finito il suo giro di valzer con Sakura quandi udì la voce di Joe attraverso  la sua trasmittente interna.
“002, non riesco a contatare 004. 003 sta cercando di individuarlo. Non è a questo piano e neppure a quello superiore. Il piano inferiore è schermato contro i raggi X. Deve trovarsi lì. Portalo alla macchina. Se incontri Sayonji, salutalo e lasciagli i nostri telefoni. Annotati il suo. Ci torneranno utili. Ah, lascia stare, a questo pensiamo noi. Ci vediamo alla macchina. Non possiamo combattere qui e non posso lasciare Françoise. Ti spiegheremo dopo”
Jet notò subito che Joe gli si era rivolto con il suo numero operativo. Significava emergenza.
“Ricevuto, 009”
Jet si mosse immediatamente. Si congedò da Sakura, che però gli chiese il telefono lasciandogli il suo personale, e scese al piano inferiore. A sinistra dello scalone, notò un corridoio. Vi si diresse con indifferenza, ma armò il laser nella fondina ascellare. Il locale era schermato contro onde radio e raggi X. Una tecnologia che solo il Fantasma Nero poteva possedere illegalmente. Non ebbe bisogno di entrare, Albert venne verso di lui, ma con un’espressione che gli fece paura.
“004, sembra che tu abbia visto un fantasma…”
Lui rispose con voce piana.
“E’ così”

Capitolo 5

Albert e Jet uscirono all’aperto esteriormente disinvolti, ma pronti a scattare. Si avviarono verso il parcheggio delle auto, affiancandosi a Joe e Françoise.
003 aveva i sensori al massimo, pronta a dare l’allarme.
Joe usò la trasmittente interna.
“Albert, dove ti eri cacciato?”
La voce del tedesco era visibilmente tesa.
“Verificavo un indizio relativo alla pista delle corse clandestine in Giappone, ma mi hanno scoperto. Fate attenzione”
Joe rimase perplesso. Albert non era tipo da rimanere scosso per nulla.
“003, passa ai raggi x la nostra macchina e segnala qualsiasi ordigno anomalo. Togli la sicura al tuo laser”
“Ricevuto, 009” Infilò la mano nella borsetta e fece un movimento rapido. Poi fissò la loro berlina e si concentrò.
“Tutto normale” riferì la ragazza.
Mentre salivano, Jet sorvegliò il viale, poi salì richiudendo rapidamente la portiera.
Joe diede all’autista un indirizzo differente da quello della loro vera destinazione, per evitare agguati. Avrebbero raggiunto i loro alloggi all’autodromo con altri mezzi ed avrebbero chiesto al Professor Gilmoure di fare  ritorno con il Dolphin. Françoise era seduta in modo da avere il lunotto posteriore davanti agli occhi, per analizzare eventuali automobili inseguitrici. Jet vide un assembramento di individui che si scambiavano frasi rapide, ma concitate, davanti al portone della villa.
“A giudicare dal trambusto al portone, qualcuno si sta interessando al lavoretto che Albert ha fatto poco fa” disse Jet comunicando con la sua trasmittente interna. Quando si trovavano in situazioni potenzialmente ostili, avevano l’ordine di usare quel sistema di comunicazione.
Françoise ingrandì l’immagine e distinse nuovamente Baron.
“C’è anche quel maledetto!”.
“Quale?” chiese Jet
“Una mia vecchia conoscenza. Quello con il cappello a cilindro!”
“Tua vecchia conoscenza?” chiese Albert stupefatto “Baron della Black Shadow? E dove lo avresti conosciuto?”
“Anni fa, quando ero umana. Quando salii su una macchina come questa per valutare una proposta di lavoro come ballerina, e quel porco si avventò sul mio viso con un tampone di cloroformio mentre i suoi sgherri mi bloccavano le braccia! E’ lui!!”
“Cerca di stare calma, Françoise. Quando saremo a casa ne discuteremo con il professore e con tutti gli altri”
“Albert, a te cosa è successo” domandò Jet “Cosa intendi con “ho visto un fantasma”?”
“Fantasma?” chiese Joe.
Albert era teso. Pareva assente. Esitò prima di replicare.
“Non ora, ragazzi. Vi dirò tutto ma…preferisco parlarne dopo che saremo arrivati.”
“Va bene, 004. Ora dobbiamo solo pensare a stare in guardia. Se cadiamo vittima di un agguato, quanto abbiamo scoperto non servirà a nessuno!”

La berlina nera fece il suo ingresso nell’immensa area di parcheggio dell’autodromo di Daytona. Uno dopo l’altro, Sayonji ed i membri della sua squadra scesero e si diressero ai rispettivi alloggi. Ken raggiunse la sua stanza, accese la luce, mise la rosa che Romy gli aveva lasciato in un bicchiere d’acqua e guardò la busta. Aveva un sigillo di ceralacca con l’emblema della famiglia Wells, ed il retro vergato dalla elegante e curvilinea grafia di Romy. C’era scritto semplicemente “Per Ken”. Ken si rigirò fra le dita la busta, e decise di aprirla solo dopo essersi tolto un dubbio,  dubbio di cui poteva parlare solo con una donna. Ancora in smoking, uscì nel corridoio e bussò alla porta di Sakura.
“Chi è?” chiese le ragazza.
“Sono Ken”
“Ken? A quest’ora? Cerchi un flirt, mio bel pilota, o vuoi parlarmi di qualcosa?”
“Voglio parlarti”
“Solo parlare?”
“Sì!”
“E va bene, entra pure”
Sakura si era cambiata. Indossava solo un top e calzoncini davvero corti. Era scalza, il che le dava un tocco di sensualità in più. Vedendola così succinta, Ken non la trovò affatto male.
“Bene!” fece Sakura, facendolo accomodare su una sedia e sedendosi a gambe incrociate sul letto “Affari di cuore!”
“Possibile che riesca sempre a leggermi come un libro aperto?” pensò Ken, lieto che la sua confidente avesse rotto prontamente il ghiaccio.
“Sakura, al ricevimento ho incontrato Romy Wells”
“Romy, la tua quasi fidanzata o ex fidanzata?”
“Lei!”
“Cosa vi siete detti?”
“Se non ti dispiace preferirei non approfondire in questo momento. Sono ancora confuso” rispose Ken evasivo “Vorrei solo un tuo parere in merito ad un dettaglio. Vedi, al termine del nostro incontro, Romy mi ha lasciato una busta, indirizzata a me, ed una rosa rossa. Le rose rosse sono il simbolo della sua famiglia. Secondo te, è questa la ragione?”
Sakura rimase in silenzio a lungo, come se dovesse valutare bene la risposta. La veneziana della finestra tagliò la luce azzurra dei fari di una macchina che passava, poi tornò la penombra illuminata solo da una piccola lampada sul comodino.
“No, Ken. La rosa rossa significa amore, passione. Romy ti ama.”
“Come puoi esserne certa?”
“Sono una donna Ken. Io posso capire una simile sfumatura”
“Grazie Sakura”
Ken le fece una leggera carezza sui capelli, come un fratello, le augurò la buonanotte e fece per uscire.
“Ah! Sakura! Com’è andata con Jet Link?”
“E’ andata meglio di quanto immagini” fece lei, languida.
“Mi fa piacere!”
Ken fece ritorno nella sua stanza.
Ora era certo di poter leggere quella lettera nel modo giusto. 
Sakura si sdraiò sul letto, intrecciò le dita dietro la nuca ed emise un sospiro che si trasformò nella parola “Jet”.

La macchina di Romy terminò la sua lunga corsa di fronte al cancello elettrico di una villa circondata da un alto muro. Lo aprì con un telecomando e fermò la sua potente macchina da corsa dalla linea retrò tipicamente inglese davanti all’ingresso. Quando richiuse la porta e fece per raggiungere la sua stanza, la serratura della porta d’ingresso scattò di nuovo ed entrò anche Baron.
“Bene arrivata, Lady Wells. Avete svolto il vostro compito?”
“Sì”
“Molto bene. Siete certa che Ken Hayabusa verrà?”
“Sì. Lo conosco, verrà”
“D’accordo, Milady, e, se ci dimostrerete di essere all’altezza di batterlo potrete correre per noi a Tortica. In cambio il barone Ayab salverà la casa automobilistica di vostro padre, così potrete continuare la sua opera. Occorre una bella cifra, e dovete guadagnarvela. Tuttavia, mia cara, ci sarebbe un modo per avere molto di più, sapete?”
“Che cosa intendete dire?” chiese Romy, indietreggiando di fronte al sorriso lubrico di quell’alleato pericoloso.
“Oh, solo che, quando si hanno ambizioni come le vostre, bisogna scegliere l’uomo giusto, Milady. E voi avreste bisogno di un uomo al vostro fianco”
“Non vi avvicinate!” gli intimò Romy, ormai con le spalle al muro.
Il sorriso di Baron si allargò.
“Adesso parlate in questo modo, ma con il tempo mi amereste, perché tutte le donne in fondo amano il denaro e il potere”
Romy tentò di schiaffeggiarlo, ma lui le bloccò i polsi e glieli schiacciò contro il muro.
“Lasciatemi, vigliacco!” gridò Romy. Il contatto con le mani di quell’uomo bruciava come un acido. L’alito le parve un lezzo di fogna. Quel sorriso dai denti affilati era peggiore di qualsiasi manifestazione di collera. Dal petto di Baron iniziò a sgorgare una profonda risata gutturale, che si tramutò improvvisamente in un rantolo strozzato quando il ginocchio di Romy scattò centrandogli l’inguine. Baron unì di scatto le ginocchia tenendo distanziate le caviglie e cadde all’indietro, trascinando Romy con sé. La ragazza si dibatteva sopra di lui come un’anguilla, cercando di artigliare il viso di quell’uomo disgustoso. Baron era combattuto fra la necessità tipicamente maschile di premersi il basso ventre in queste circostanze  e quella di tenere bloccati gli artigli di quella tigre. Le sue imprecazioni avevano un tono smorzato, boccheggiante. Quelle di Romy erano fin troppo nitide.
La scena d’idillio venne interrotta da una lunga ombra che oscurò la lampada a muro. La gigantesca figura corazzata di Ayab si parò di fronte a loro. Da quell’elmo esplose un comando perentorio.
“Ora basta!!!”
Romy e Baron si bloccarono.
“Bene bene! Ci teniamo in forma con la lotta libera, Baron. Se ha terminato, vorrei parlarle”
Il suo tono ironico suonava come il rumore di un serpente che striscia su uno scheletro abbandonato nella giungla.
Rialzatosi in piedi, più o meno, Baron rispose:
“Sì, mio signore”
“In quanto a voi, Lady Wells, per oggi può bastare. Raggiungete pure la vostra stanza”
Romy scoccò a Baron un’occhiata bieca e si allontanò senza rispondere.
Baron, che aveva ripreso a camminare bene, seguì Ayab nel suo studio.
“Bene, Baron. I nostri tre gemelli tibetani sono impazienti di avviare il loro progetto di scavo a Tortica, e noi lo siamo altrettanto di intraprendere la gara che ci renderà leader dell’automobilismo mondiale. Ci occorre la Maestà Reale per vincerla, ed al contempo ci occorre gettare discredito su Sayonji e liberarci di Hayabusa il Falco. Questo lo sai, vero?”
“Sì mio signore”
“Il tuo piano procede, Baron?”
“Sì, mio signore. Il Falco accetterà sicuramente la sfida di Lady Wells, e, durante la loro corsa, un incidente… diciamo fortuito… li ucciderà entrambi. Troveranno il Falco ed i rottami della sua macchina. Non troveranno Lady Wells e neppure la macchina che fu di Sir Roulance, l’imbattibile Maestà Reale”
“Bene, Baron. Gli Spettri Neri invieranno i loro soldati. Un lavoro pulito ed efficiente. Ma ciò che conta di più e che saremo noi ad uscirne puliti. La Black Shadow corre su circuiti ufficiali, non clandestini. Lo scandalo travolgerà anche Sayonji. Pensa: il suo migliore pilota che corre in gare illegali accettando denaro da criminali. Che notizia bomba! La stampa non se la farà sfuggire, Baron. Avremo la Maestà Reale, anche se danneggiata, ma potremo comunque ripararla e, se dovesse servirci aiuto, i tre gemelli ce lo daranno. Studiandola produrremo una nuova generazione di automobili da corsa. Riguardo a Lady Wells, pare che il corpo possa essere utile ai nostri recenti finanziatori. Sei d’accordo Baron, o la preferiresti per te? Se vuoi giocarci un po’, potrebbero lasciartela”
“E’ lo stesso. Non è divertente come giocattolo. Non è abbastanza stupida.”
“Allora i tre gemelli avranno una cavia davvero splendida”

Dopo il colloquio con Sakura, Ken era tornato nella sua stanza… aveva ancora tra le mani la lettera di Romy…
Si distese stancamente sul letto, lo sguardo fisso sul soffitto della lussuosa camera dell’hotel… prendendo tempo… non aveva ancora il coraggio di aprire quella maledetta busta…
Chiuse gli occhi un istante… respirando profondamente… alla fine si decise… ruppe velocemente il sigillo che chiudeva la busta e ne estrasse un piccolo foglio di carta, ripiegato accuratamente, insieme alla mappa di un circuito…
Al suo interno… poche righe esprimevano tutte le emozioni di un cuore in pena:
“Ciao Ken,
che strano… non avrei mai creduto che un giorno avrei scritto una lettera, io che sono sempre stata abituata ad agire, a parlare con chi ho davanti, piuttosto che rifugiarmi in fredde parole affidate ad una penna e ad una pagina bianca, eppure…
Forse ho sentito per la prima volta in vita mia la necessità di scrivere perché solo così riesco ad esprimere i miei sentimenti nei tuoi confronti, solo così posso aprire la mia anima…
Sì, ti ho amato Ken, moltissimo, anche se a volte preferivo nasconderlo sotto un velo di indifferenza nei tuoi confronti… so però che questo per me è un sentimento impossibile, qualcosa che dovrò imparare a trasformare in odio: tu sei il mio rivale, colui che dovrò battere apertamente se voglio far rivivere la gloria che fu di mio padre!
Sono pienamente cosciente di questo e farò tutto ciò che è in mio potere per realizzarlo. Sarai informato dettagliatamente della nostra sfida da chi di dovere, intanto troverai in questa busta la descrizione del percorso da affrontare; mi dispiace Ken, forse se ci fossimo incontrati in un altro tempo… in un altro luogo… se fossimo state due persone diverse… ma il destino ha voluto così ed io non ho più né la forza né probabilmente la volontà di cambiarlo…
Ti auguro buona fortuna Falco… addio.
Romy”
Rimase così, con la sua lettera in mano, con gli occhi lucidi di lacrime inespresse, un tempo infinito…finché uno squillo del telefono lo riportò alla realtà…

Il giorno successivo Romy telefonò alla donna che organizzava le corse clandestine e le confermò di avere consegnato a Ken la sua sfida. Era esacerbata dal fatto di doversi servire di simili alleati. Forse, dopotutto, Ken aveva ragione. Però aveva giurato a se stessa di salvare la casa automobilistica della sua famiglia, e ci sarebbe riuscita gareggiando.
La donna dall’accento straniero rispose dal suo telefono mobile, fornendo a Romy numerosi dettagli in merito alla gara clandestina che aveva organizzato Non fece caso al gatto che, sdraiato vicino alla sua sedia a sdraio, si godeva il sole a propria volta. Il gatto invece fece caso alla sua telefonata, annotandosi mentalmente luogo ed ora della gara ed il nome di Lady Wells e di un’auto da corsa detta “Maestà Reale”.  Poi si stirò vistosamente, sbadigliando, e si allontanò trotterellando, con un’espressione di soddisfazione decisamente umana sul muso. Sparì dietro una siepe, da cui ricomparve un uomo di media statura, calvo, in abito chiaro e cappello “panama”, che si diresse verso il chiosco di rosticceria cinese dal lato opposto della strada. Il rosticciere era un ometto grassottello, di bassa statura e dall’aria gioviale.
“Tutto ok, 007?”
“Tutto ok, 006. L’ho anche fotografata. E’ stato difficile pedinarla fin dal Giappone, ma alla fine ci siamo riusciti. Abbiamo le informazioni per infliggere un duro colpo a quest’organizzazione. E’ una vera fortuna che 002, 003, 004 e 009 siano nelle vicinanze, a Daytona. Dobbiamo contattarli. Ne sono certo, quella donna è al servizio del Fantasma Nero. Abbiamo tempo fino a stasera per organizzare un’azione.”

         La mano metallica di Albert Heinrich percosse con la palma il piano del tavolo.
“Vi dico che era lei!”
Gli altri lo guardavano fissi e muti. Il silenzio era greve, palpabile come la tensione per ciò che avevano appena udito.
Alla fine Joe prese la parola.
“Albert, ascolta. Non lo dico perché non ti credo. Non ci inganneresti mai su una cosa del genere, ma sei sicuro di non aver preso un abbaglio?”
“L’ho avuta davanti agli occhi, l’ho tenuta stretta, le ho guardato il viso ad un palmo di distanza. Come potrei non riconoscere quel volto?”
“A volte si ha la sensazione di riconoscere una persona e poi ci si rende conto che una somiglianza ci ha giocato un brutto scherzo. Inoltre l’hai vista da vicino, ma per pochi istanti in un angolo buio. Potresti avere avuto un’impressione errata.”
Albert esitò un poco.
“Non credo di essere in errore, Joe! Non credo che potrei sbagliarmi proprio su quel volto”
“Il Fantasma Nero potrebbe averlo replicato per tenderci un tranello”
“Non potevano replicare anche il portamento, la gestualità, il timbro di voce. Io ricordo ogni suo gesto, ogni sfumatura. Sarei in grado di distinguere una copia”
“Però” obiettò Joe “Non ha reagito riconoscendoti”
“No, però pareva colpita. Non era semplice spavento. Non ha chiesto aiuto quando le ho liberato la bocca. Era come se… qualcosa fosse riemerso ecco”
Jet parve dubbioso.
“Scusa, Albert, forse sono un pochettino scettico ma, ammesso che si tratti davvero di lei, occorrerebbe il Professor Gilmoure con il suo laboratorio per affermarlo scientificamente”
“Sì” convenne Albert mesto “è vero”
“In ogni caso” disse Joe “se hai ragione e se è possibile salvarla, non hai che da farci un cenno e saremo tutti con te”
Gli altri annuirono.
Albert li guardò tutti con gratitudine.
“Grazie amici”
Qualcuno bussò alla porta. Jet ed Albert sobbalzarono. Albert preparò la mano armata.
“Calma!” intimo Joe “003, controlla!”
La ragazza fissò la porta e guardò a destra e a sinistra..
“Tutto a posto. Sono Chang e Bretagna. Il corridoio è vuoto.”
Joe andò ad aprire.
Chang li salutò gioviale.
“Salve ragazzi! Ma…..che espressioni gravi! E’ successo qualcosa?”
“Sì, parecchie cose. Vi spiegheremo tutto ma, come mai siete qui?”
“Siamo riusciti a pedinare la donna che organizza le corse clandestine per il Fantasma Nero. L’abbiamo seguita fin dal Giappone, e le abbiamo carpito informazioni per tentare un’azione. L’abbiamo anche fotografata! Ma non c’è molto tempo. La gara si terrà stasera. Abbiamo già fatto rapporto al Professore”
Albert diede un guizzo improvviso.
“Bretagna, puoi mostrarmi quella foto?”
“Eccola” Bretagna la mostrò orgoglioso con una mossa da prestigiatore “Begli occhi azzurri, vero?”
“Altrochè” rispose Albert malinconico, ed a sua volta mostrò una foto a Bretagna.
“Oh… vedo che l’hai fotografata anche tu?”
L’espressione e l’acconciatura dei capelli erano differenti, ma i tratti del volto erano identici.
“Già…”
“Quando e dove?”
“Nella Germania Est, tanti anni fa, quando ero ancora interamente umano, pochi mesi prima di tentare di forzare un posto di blocco lungo il muro di Berlino con il mio camion…….con lei….”
Albert porse la foto a Bretagna, che la accostò alla sua. I due volti erano identici. Notò una scritta a penna in corsivo sulla foto di Albert, racchiusa in un cuore. Bretagna conosceva poco il tedesco, ma si intuiva che era una dedica. Sul fondo, in un’elegante e curvilinea grafia femminile, il nome dell’autrice.
Se Jet non gli avesse spinto prontamente una sedia dietro, Bretagna sarebbe caduto sul pavimento.
Il nome dell’autrice era “Hilda”.

Joe decise di verificare ancora due dettagli del quadro che si stava delineando.  Mandò Jet a chiedere informazioni a Sayonji in merito alla “Maestà Reale”.  Jet si recò ai box del Sayonji Racing Team e chiese dell’ingegnere. Lo indirizzarono nel suo piccolo ufficio provvisorio. Sakura era con lui, e divenne raggiante quando lo vide.
“Jet! Che bella sopresa!”
“Ciao Sakura!
“Salve, Link!” disse Sayonji “Cosa posso fare per  te?”
“Salve, ingegnere! Avrei un domanda da rivolgerle. Le dicono nulla le parole “Maestà Reale?”
“Ah! La “Maestà Reale”! Si tratta della macchina da gara di Sir Roulance Wells. Un capolavoro realizzato circa dieci anni fa in un unico esemplare.  Con essa Sir Roulance conquistò i circuiti di mezzo mondo. Si tratta di una monoposto dalla linea classica, ma dalle soluzioni avanzatissime. Dopo la morte di Sir Roulance, la macchina è sparita insieme ai progetti. “
“Sir Roulance non lasciò eredi? La macchina sarà passata a loro.”
“Solo sua figlia Romy. Anche lei intraprese la carriera di pilota. Per quanto ne so, anche lei si è volatilizzata dopo la morte di suo padre”
“Una morte accidentale?”
“Apparentemente sì. Come mai ti interessi alla “Maestà Reale?”
“Semplice curiosità. Ne ho letto casualmente qualche notizia e mi è venuta voglia di saperne di più e magari fare qualche ricerca. Sarebbe interessante trovarla”
Yamato entrò nell’ufficio.
“Ingegnere, abbiamo bisogno di lei. Salve, Jet!”
“Ciao!”
Sayonji si alzò.
“Se volete scusarmi, ragazzi”
“Prego” fece Jet “La ringrazio, ingegnere”
“Non c’è di che! A presto!”
Jet si volse verso Sakura, che lo guardava con un’aria leggermente interdetta.
“Jet, davvero ti interessi alla “Maestà Reale” solo per curiosità?”
“Cosa ti fa sospettare altre ragioni?”
“Il fatto che tu faccia domande sulla “Maestà Reale” poco dopo la ricomparsa di Romy Wells”
“Ricomparsa?”
“Sì, era al ricevimento ieri sera e si è incontrata con Ken”
“Ken la conosce?”
“Sì. Sai, sono stati quasi fidanzati, anche se la loro fu una relazione burrascosa. Non si misero del tutto insieme e neppure si divisero. Ken la sconfisse durante una gara. Poi si persero di vista….fino a ieri sera. Jet, dimmi la verità. Mio fratello non sa della ricomparsa di Romy, ed io avrei dovuto tenere tutto per me, ma sono un po’ preoccupata. Promettimi di mantenere il segreto su quello che sto per dirti”
“Sì, certo”
“Ecco…vedi…ieri sera Romy ha dato a Ken una lettera….non ne conosco il contenuto….e Ken stamattina ha chiesto un giorno di permesso ed improvvisamente è sparito con la sua macchina. La cosa non ti dice nulla? E’ tutto a posto?”
“Sakura, probabilmente Romy gli ha dato un appuntamento”
“Per riprendere la loro sfida? C’entra la Maestà Reale? Dimmi la verità, Jet. Sai qualcosa? Io ti ho detto tutto. Tocca a te.”
“Ho raccolto voci in merito ad una gara a cui parteciperà la Maestà Reale”
“Una corsa clandestina. Ken vuole rivederla, e Romy deve avere posto come condizione una gara fra loro due. Questa segretezza non mi piace; non ho fatto la spia a mio fratello, ma forse avrei fatto meglio. Su quelle gare si fanno scommesse, è un brutto giro. Ken deve aver agito d’impulso, spinto dai suoi sentimenti, e rischia di mettersi nei guai.”
“Sakura, credo di sapere dove trovarlo. Gli parlerò e lo farò ragionare”
“Grazie, Jet” rispose Sakura, e lo baciò sulla guancia.

Jet riferì a Joe.
Il quadro era chiaro.
Françoise riconosce in Baron della Black Shadow l’agente del Fantasma Nero che la rapì. Insieme a Baron giunge la donna che organizza gare clandestine per conto della Black Shadow, o Fantasma Nero, visto che le espressioni sono sinomimi, e che è probabilmente un cyborg anch’essa, forse nato dalla fidanzata di Albert Heinrich. Bretagna la sente parlare della Maestà Reale ed ecco comparire Romy Wells, ex rivale e quasi-ex fidanzata. che riprende i contatti con Ken. Il giorno dopo Ken sparisce con la sua macchina.
Ancora un dettaglio.
Joe contattò il Professo Gilmoure.
“001 è sveglio professore?”
“Si, 009”
“Può verificare la presenza di truppe del Fantasma Nero nell’area circostante Daytona per un raggio di trenta miglia?”
“Attendete, ragazzi” Joe e tutti gli altri udirono nella loro mente la voce di 001 ed attesero.
“Confermato, 009. Truppe del Fantasma Nero. Fanteria, lanciamissili, mezzi corazzati  ed elicotteri d’appoggio, ventitre miglia a nord-ovest dalla vostra posizione”
Corrispondeva al luogo in cui, secondo quanto scoperto da Bretagna, avrebbe avuto luogo una gara clandestina.
Un agguato.
Ken e la sua “fidanzata” erano in pericolo.
“Professore” disse Joe, serio “Ci occorrono il Dolphin e tutta la squadra immediatamente. Se non interveniamo entro stasera, il Fantasma Nero avrà nuove cavie. Precipitatevi qui. Strada facendo, leggete il rapporto che sto per inviarvi . Per ora è tutto, 009 chiudo”

 

Get your motor runnin’     Fai correre il tuo motore
Head out on the highway  Lanciati sull’autostrada
Lookin for adventure        In cerca dell’avventura
And whatever comes our way    E di qualunque cosa incontreremo
Yeah Darlin’ go make it happen Sì, ragazza, fallo per davvero
Take the world in a love embrace         Stringi il mondo in un’abbraccio d’amore
Fire all of your guns at once      Spara subito tutti i tuoi colpi
And explode into space    E falli esplodere nello spazio

Steppenwolf – Born to be wild – Dall’album “Steppenwolf – 1968 – Testo e Musica di Mars Bonfire

 

Le colline formavano un immenso anfiteatro. Ai loro piedi, la chiassosa allegria del raduno di motociclisti ed auto elaborate, rischiarato da fuochi accesi dentro fusti di benzina, era chiaramente udibile dalle loro cime. Il rombo dei motori, il rock pesante degli stereo portatili e le risa stridule delle ragazze dagli occhi audaci e dai sorrisi sfrontati rimbombavano fino al cielo in un’unica cacofonia. La birra scorreva a fiumi, fra espressioni volgari e scoppi di ilarità. Alcuni scalmanati, abbigliati come se dovessero interpretare una fantasia rock, ballavano scompostamente intorno ai fuochi. Si capiva che erano ubriachi. Le auto sportive, elaborate con fantasia a volte grossolana ed adorne di adesivi di case automobilistiche e competizioni cui probabilmente non avevano avuto nulla a che fare, continuavano ad arrivare con il rumore scoppiettante dei motori truccati.  Alcuni motociclisti, seduti nei cerchi delle loro moto chopperizzate si arrostivano salsicce sui fusti fiammeggianti.
In mezzo a quel baccanale, la macchina nota come la Maestà Reale sfoggiava la sua linea nobile come quella della Sfinge di Gizah. Maestosa e silenziosa, la scintillante carrozzeria rosa priva dei volgari orpelli di tutte le auto elaborate che continuavano a disporsi a semicerchio ingrandendo il raduno ed il suo caos motorizzato, pareva una leonessa accucciata con aristocratica indifferenza in mezzo ad un branco di cani randagi intenti a contendersi gli ossi. Il suo pilota era in piedi al suo fianco, altrettanto indifferente alla baldoria che la circondava. La silhouette da pantera di Romy Wells non si scomponeva al ritmo del rock che rimbombava dappertutto. I suoi occhi grigi guardavano oltre il semicerchio di auto, fissi sulla strada, in attesa del suo avversario.  La fascia che cingeva le dolci curve dei suoi fianchi le rendeva la vita straordinariamente sottile. Le fiamme che uscivano da un fusto dietro di lei facevano risplendere di un alone cremisi la sua chioma rossa mossa dalla brezza. La “principessina”, come prontamente tutti l’avevano soprannominata, continuava a stare immobile con il casco sottobraccio. I suoi stivali bianchi erano immacolati, la sua tuta da pilota rosa e bianca la inguainava come una seconda pelle. Poi, quando i suoi acuti occhi grigi distinsero un puntino di luce sulla strada, controllò l’orologio da polso e si concesse un rapido sorriso di approvazione. Il puntino si scisse in due luci, che si distanziarono sempre di più, mostrando l’abitacolo dell’Hayabusa V-1. Romy distinse la calotta del posto di guida ed i due alettoni che lo collegavano alle fusoliere che ospitavano freni, sospensioni, alberi di trasmissione, fasci di cablaggio e convertitori, ed il possente blocco motore posteriore sormontato dalla gondola del reattore V-1 e dagli alettoni stabilizzatori a geometria variabile. Quando la Hayabusa rallentò fino a fermarsi a fianco alla “Maestà Reale”, Romy  ne vide il nome impresso in rosso sulla fusoliera laterale. La Maestà Reale, classica nella linea inglese da gran turismo almeno quanto la Hayabusa era futuristica, aveva impressa sulle fiancate la scritta corsiva “Royal Majesty” a caratteri dorati, insieme al nome “Wells” inghirlandato di rose rosse. Lo stesso emblema che Romy aveva sulla manica destra della sua tuta.
La calotta blindata del posto di guida dell’Hayabusa si ritirò, Ken ne saltò fuori con la sua consueta mossa da atleta. Si slacciò il casco, lo mise sottobraccio e si avvicinò a Romy. I due si fronteggiarono.
“Allora Romy, ecco il tuo nemico. Sei riuscita ad odiarmi?”
Romy replicò con amarezza.
“Ci sto provando, Falco, ma non è semplice. Lo sarebbe se tu non  mi guardassi in quel modo. Odiarti è difficile almeno quanto amarti”
Romy si interuppe mentre un velo di malinconia le rese vellutato lo sguardo. Poi riprese, con un tono quasi divertito.
“Se almeno ai miei occhi, con quella tuta, tu non fossi così bello….”
“Anche tu sei splendida, Romy.”
“Siamo qui per una sfida, Falco, non per una serata galante”
“Romy, la rivincita ti spetta, ma sono qui anche per parlarti. Io odio le gare di questo genere e questo ambiente da teppa. Non è degno di te, Romy.  Farò del mio meglio per batterti, perché voglio essere sincero con te ma, vedi, io…..volevo rivederti….e parlare di noi”
“Di noi?”
“Sì, a costo di prendere altri schiaffi!”
“Se li meriti, li avrai” fece lei, con una breve risata.
Ken le mostrò la rosa rossa.
“Questa cosa significa, Romy?”
Lei arrossì un poco ed abbassò lo sguardo.
“E’….solo…..solo il simbolo della mia famiglia”
“E c’è bisogno di sfuggire il mio sguardo per dirmelo?”
Lei lo fissò con i suoi grandi occhi.
Il suo sorriso furbo e le sue parole infiammarono l’animo di Ken.
“Conservala per la fine della gara, Falco! A volte i desideri si avverano!”
Videro un’ombra oscurare la luce arancione del fuoco che li illuminava. Una ragazza bionda dai tratti teutonici li guardò con fissità. Indossava stivali da motociclista con rinforzi metallici, blue jeans, un top nero ed un bracciale di pelle che le copriva tutto l’avambraccio destro. Disse loro una sola frase: “Preparatevi! Quando il fazzoletto tocca terra, partite”
Romy indossò il casco, fece un cenno di saluto a Ken e balzò leggera nel posto di guida.
Ken fece altrettanto.  Conosceva il percorso… lo aveva già studiato. Nessuno dei due però lo aveva mai affrontato prima. Erano alla pari.
Romy e Ken accesero i motori ed i fari. Il cerchio di curiosi si allontanò rapidamente. Applausi e grida di incitamento si innalzarono assordanti.
La ragazza tedesca si mise davanti alle macchine tenendo un fazzoletto con il braccio destro teso, attese alcuni istanti e lo lasciò cadere. Le trazioni integrali dei due bolidi corazzati fecero pattinare le ruote per un breve istante. La Hayabusa e la Maestà Reale sollevarono una nuvola di polvere e sassi mentre si lanciavano come pantere, accelerando a scatti ad ogni cambio di marcia come razzi a stadi. Le lunghe scie di polvere si persero in lontananza, mentre iniziarono ad inerpicarsi per il percorso che risaliva la montagna immersa nelle tenebre.
Nessuno fece caso al piccolo velivolo a reazione che, schermato da sofisticate contromisure elettroniche, sorvolò rapido la scena.

Il piccolo aeromobile era l’auto trasformabile di Joe, pilotata da Piunma. Il Dolphin la seguiva a pochi minuti di distanza, ottomila metri più in alto.
“009, qui 008. Sono partiti!”
“Ricevuto, 008. Seguili!”
Joe, in divisa rossa sulla plancia del Dolphin si rivolse alla squadra.
“La gara è iniziata. Avremo solo tre minuti per schierarci. Potremo anticipare l’agguato del Fantasma Nero di soli dieci, al massimo venti secondi. Cyborg, sincronizzate i cronometri da polso. Ivan vi teletrasporterà sulle vostre posizioni. Pronti all’azione fra sei minuti!”

Ken prese a tagliare i tornanti della salita, tallonato dalla Maestà Reale. Ai bordi del cono di luce dei fari, gli alberi sfrecciavano all’indietro a velocità vertiginosa. Romy si portò sottosterzo e strinse di colpo l’Hayabusa. Ken tentò una doppietta con il cambio, ma non bastò. La  Maestà Reale era in testa, ma rallentò leggermente in una curva ad “esse”. Ken tagliò il doppio tornante, evitò di un soffio la macchina di Romy, provocò una piccola frana dal ciglio della strada e si lanciò nel breve rettilineo che seguì. La Maestà Reale gli fu nuovamente addosso. Il loro duello era incredibilmente avvincente. La velocità cresceva. Nessuno dei due riusciva a rimanere in testa per più di due minuti. Le scommesse su di loro erano alle stelle. Il pubblico seguiva la gara con televisori portatili che ricevevano le immagini da microtelecamere piazzate lungo il percorso. Dietro le apparenze improvvisate, gli organizzatori della gara lavoravano come professionisti.
Ken sentiva crescere dentro di sé l’emozione. Romy era eccezionale. Era diventata brava come lui. Era la sola donna con cui avrebbe davvero potuto dividere la sua vita. Il loro duello era come una danza, era passione pura per la velocità, la potenza, la libertà di correre. Ma era anche comunione di due spiriti che stavano stabilendo un’inspiegabile empatia. Sentì una sorta di armonia nella loro guida spericolata e scientifica. Correva con lei, non contro di lei. Correva per lei, non per sé. Correvano perché era bello, perché erano insieme.
Ripensò alla rosa rossa ed alle parole di Romy.
“Conservala per la fine della gara, Falco! A volte i desideri si avverano!”
Sentì crescere dentro di sé il desiderio di lei.
Avrebbe voluto arrivare al traguardo, primo o secondo non importava, correrle incontro, gridare il suo nome, toglierle il casco sciogliendo al vento la sua chioma di fuoco, abbracciarla e premere le labbra contro il corallo ardente della sua bocca.
Mentre accelerava sempre di più per sorpassarla e poi sfuggirle e poi essere superato e riprendere l’inseguimento, avrebbe voluto correre insieme a lei su un prato fiorito tenendola per mano, avrebbe voluto sedersi ai suoi piedi e sentire la sua voce melodiosa cantare.
Si rese conto di quale follia fosse stata non averlo capito subito. Aveva mentito a se stesso. Aveva meritato quello schiaffo. Ora avrebbe meritato quella rosa. Ebbe il dubbio di sognare, di illudersi, ma per un istante lui e Romy si guardarono negli occhi dai posti di guida, e Ken capì che lei provava i suoi stessi sentimenti. Erano giunti quasi in cima. Il percorso si fece pianeggiante e più ampio. Ken azionò il reattore V-1. La Maestà Reale azionò la sovralimentazione a protossido d’azoto. La velocità toccò l’apice, mentre le due macchine procedevano appaiate.
Fu in quel momento che il Fantasma Nero allungò il suo artiglio.

Mentre le due vetture acceleravano, Ken notò in cielo una fiammella che cresceva a vista d’occhio. Si lasciava dietro una scia di fumo nero e stava precipitando su di loro. Ken, Romy e Piunma, che li seguiva volando rasoterra, se la videro addosso in una frazione di secondo ed agirono all’unisono. Piunma fece esplodere il missile con un laser e si disimpegnò prendendo quota per individuare il velivolo che lo aveva lanciato. La Maestà Reale sterzò seccamente sulla destra uscendo di strada e penetrò nella boscaglia abbattendo alberi come una boccia attraverso i birilli, mentre il paracadute di frenata azionato da Romy si apriva con un secco colpo di frusta.  La Hayabusa si tuffò nella vegetazione sulla sinistra, invertendo la spinta del reattore V1 per frenare e si arrestò in un avallamento del terreno. Ken accusò un certo contraccolpo ma non perse i sensi. Spense i fari e tentò di liberare la sua macchina, ma si rese conto che il terreno non lo permetteva. Udì il fragore di altre due esplosioni in aria e vide una palla di fuoco illuminare la foresta a giorno, accompagnata dall’urlo di un motore che viene forzato. Un elicottero armato in fiamme precipitò oltre le cime degli alberi. La luce dell’esplosione che seguì filtrò attraverso l’intrico della vegetazione. Ken, che aveva aperto l’abitacolo, sentì propagarsi un’onda di calore. Udì il sibilo di un reattore venire dal cielo, e vide esterrefatto una macchina sportiva rossa con ali e derive che volava inseguita da altri due elicotteri che cercavano di colpirla con le mitragliere. Qualcuno stava cercando di combattere i suoi aggressori. Doveva essere stata quella macchina ad abbattere il missile destinato a lui ed a Romy. Romy! Doveva correre da lei! Doveva salvarla, dovevano fuggire! Fece per uscire dall’abitacolo quando, alla luce fioca dell’incendio scatenato dall’elicottero abbattuto, colse un movimento fra la vegetazione, ed intuì di avere compagnia. Si appiattì  sul fondo del posto di guida stringendo con la destra la grossa chiave idraulica dei ferri di bordo ed attese. Un uomo armato uscì dall’intrico di alberi e si avvicinò. Aveva un elmetto a testa di insetto che nascondeva gli occhi con una visiera trasparente, e la pettorina del giubbotto antiproiettile, nera come l’uniforme, aveva impresso un teschio bianco stilizzato. Si avvicinò circospetto all’abitacolo dell’Hayabusa per controllare se il bersaglio fosse fuggito. La chiave idraulica lo spedì nel mondo dei sogni. Ken saltò a terra, si impossessò del mitra dell’uomo e si sdraiò a terra puntandolo verso la foresta. Il cerchio di luce di una torcia illuminò il fianco dell’Hayabusa e l’uomo esanime in uniforme nera. Ken fece fuoco in direzione del fascio di luce e subito dopo corse curvo al riparo di un tronco d’albero. Il fuoco di risposta non si fece attendere. Ken girò intorno alla Hayabusa e prese a correre verso la vegetazione più fitta. Voleva raggiungere Romy, e per farlo doveva per prima cosa raggiungere la strada. Uscendo di pista, però, aveva percorso un tratto più lungo ed impervio di quanto avesse creduto. Si allontanò in cerca di un sentiero praticabile, sforzandosi di mantenere l’orientamento, mentre i nemici guadagnavano terreno.  Il fuoco nemico riprese a braccarlo.

Ivan, in braccio a 003, avvertì Geronimo di raggiungere Ken Hayabusa e di proteggerlo. Informò 009, che approvò affiancandogli Chang Chan-Ko. 009 e 002 avrebbero attaccato lo schieramento nemico alle spalle, mentre 007 e 004 avrebbero raggiunto la Maestà Reale per proteggere Romy. Attaccando da due lati nello stesso punto avrebbero dovuto spezzare in due lo schieramento nemico durante la sua prevedibile avanzata a tenaglia, mentre Piunma avrebbe fornito appoggio aereo, ed infine il Dolphin avrebbe recuperato le due macchine da corsa, i due piloti e la squadra dei Cyborg. Geronimo si mosse, rapido e silenzioso come solo i guerrieri pellerossa sanno fare, orientandosi senza strumenti, solo grazie alla sua familiarità con la natura. Mentre si avvicinava, incontrò un contingente nemico. I soldati robot del Fantasma Nero fecero fuoco. Geronimo si mise al riparo mentre i proiettili nemici falciavano la vegetazione all’altezza del ginocchio, e rispose con scariche di laser che fecero esplodere due automi. Le fiamme si avvinghiarono al terreno mentre i nemici correvano al riparo organizzando una linea di fuoco. Improvvisamente, da un punto imprecisato nel buio intrico della vegetazione, un torrente di fiamme ad altissima temperatura fece ripiegare i soldati robot con alcune perdite. Chang si riunì a Geronimo, che si rese conto che l’incendio che avevano di fronte e la resistenza nemica avrebbero reso le cose più difficili del previsto.

Jet Link stava trasportando 009 in volo. Grazie alla sua vista, 003 confermò la posizione della chiave di volta dello schieramento nemico: tre robot da combattimento con armamento pesante. Minacciosi e longilinei, i tre androidi avanzavano con passo pesante scandagliando la superficie con i loro sensori. Erano alti almeno quindici metri. 009 ordinò a 008 di fingere di attaccarli frontalmente. La macchina trasformabile picchiò dal cielo e li bersagliò con due missili. Gli androidi li fecero detonare in aria e risposero al fuoco. La macchina subì alcuni danni mentre eseguiva una serie di scarti e virate per disimpegnarsi dai traccianti. Jet lasciò cadere Joe, che vide farsi sempre più grandi i tre giganti meccanici via via che il suolo si avvicinava. Lottando contro la resistenza dell’aria, Joe estrasse il laser dalla fondina e prese la mira tenendo le braccia a triangolo isoscele. Mentre il suo foulard era teso dietro di lui lungo la diagonale della sua caduta, stabilizzò la mira e fece fuoco. Il lampo accecante del laser, esploso a breve distanza, avvolse la testa di uno dei tre androidi facendola esplodere. Un istante prima di toccare terra, Joe azionò l’acceleratore e scomparve, mentre una raffica di proiettili di grosso calibro zappava il terreno nel punto in cui aveva toccato terra. L’androide decapitato si muoveva ancora. Un secondo laser dal cielo gli diede il colpo di grazia facendolo esplodere. Il globo di fiamme e rottami illuminò un ampio cerchio di vegetazione e lasciò un rogo. Joe vide Jet riprendere quota braccato dal fuoco dei due avversari rimasti e si avvicinò con l’acceleratore. Si bloccò per sparare, ma uno degli androidi gli fu subito addosso  con rapidità sorprendente per la sua mole. Joe scomparve di nuovo, vedendo il fragoroso passo del gigante di ferro farsi improvvisamente lento e leggero. Ogni volta che il piede metallico dell’androide comprimeva con cautela il terreno, emetteva un suono simile al rintocco di campana. Joe ebbe il tempo di togliersi dalla linea di mira delle bocche da fuoco della mano del robot, una per dito, e scartò lateralmente. Ricomparve duecento metri più lontano e fece fuoco, mancando l’avversario. Il laser si tuffò fra gli alberi e si trasformò in un’esplosione. Joe eseguì un altro spostamento per evitare il fuoco di risposta ed ordinò a 002 di attaccare il robot che aveva sparato. Si portò di colpo fra i due avversari mentre Jet picchiava da mille metri, passò in mezzo alle gambe di quello che Jet stava per attaccare e, quando il lampo del laser di Jet ne colpì la testa, fece fuoco a sua volta nello stesso punto provocando una violenta esplosione. L’androide rovinò al suolo fuori uso, ma il terzo avversario fu addosso a Joe e riuscì a colpirlo di striscio. Joe accelerò di nuovo, apparendo e scomparendo tre volte mentre i colpi dell’androide arrivavano in ritardo, poi chiese appoggio a Jet, che gli comunicò di essere sotto attacco.
Improvvisamente, una violenta esplosione gli fece capire di essere sotto il tiro di un cannone. Una seconda esplosione, più vicina, gli fece perdere l’equilibrio. Azionò l’acceleratore evitandone una terza. Dovevano esserci dei carri armati sulla strada. Contattò Françoise.
“003, ci sono carri nelle vicinanze?”
“Ne vedo due sulla strada, hanno appena fatto fuoco!”
“Già, su di me! Ascolta, chiedi a 004 se può colpirli. Se può, dagli le coordinate”
“Togliti da lì, Joe!”
“Se lo faccio, la loro tenaglia si chiuderà! Françoise, ho bisogno del tuo aiuto, devi eseguire un attacco in caduta libera!”
“Joe! Non l’ho mai fatto…!”
“Sei un Cyborg, puoi farlo come chiunque di noi! 001! Hai rilevato l’ultimo robot?”
“Sì, 009”
“Usa la telecinesi per sollevare Françoise e farla ricadere mentre lo attacca! Lo colpiremo insieme. Françoise, ti raccoglierò io, non temere!”
“Ri…ricevuto, Joe! 004…qui 003, puoi lanciare due missili?”
“Affermativo, dammi alzo e direzione oraria” rispose 004, che si stava muovendo di corsa verso la Maestà Reale.
“30 gradi, ore 10 e 20 minuti, 30 gradi ore 10 e 50 minuti”
Albert si genuflesse, regolò direzione ed inclinazione ed il suo ginocchio lanciò due missili. Le torrette dei due carri vennero lanciate per aria e gli scafi in fiamme rimasero a sbarrare la strada.
Il bimbo, che era in braccio a Françoise, fluttuò in aria e lei sentì una gru invisibile sollevarla da terra. Passò fra i rami degli alberi e vide l’orizzonte farsi vasto come un oceano di fronde ondeggianti sotto il cielo stellato. Vide le due torrette dei carri centrati da Albert salire in cielo e ricadere, e poi iniziò a ricadere lei stessa lungo una diagonale diretta verso un incendio. Mentre il terreno le veniva incontro, il suo foulard si tese dietro di lei ed il vento le scompigliava i capelli con tale forza che ebbe la sensazione di sentirseli tirare. Il naturale senso dell’equilibrio che le veniva dalla danza le fece distendere le gamba sinistra lungo la diagonale di caduta in modo da equilibrare il busto, mentre la destre rimase leggermente flessa. Impiegò tutte le sue forze per portare le braccia nella posizione isoscele di mira, avvicinò il bersaglio con un zoom e fece fuoco come se gli tenesse l’arma attaccata alla testa. Contemporaneamente il laser di Joe colpì lo stesso punto. L’androide esplose. Joe la vide ed azionò l’acceleratore. Ebbe tutto il tempo di prendere duecento metri di rincorsa e di spiccare un balzo di trenta mentre lei discendeva lenta, trasportata da una teleferica invisibile. Françoise sentì due braccia invisibili raccoglierla, una sotto le ginocchia e l’altra sotto le spalle. Inspiegabilmente cambiò direzione di caduta rallentando, e prese a volare ad un metro dal terreno mentre gli alberi le correvano incontro sfiorandola a velocità vertiginosa. Raggiunse la cima del pendìo in un batter d’occhio, attraversò la strada sul crinale dove gli scafi dei carri colpiti da Albert ardevano, e discese dall’altro lato, rallentando. Quando furono fermi, l’uomo invisibile divenne Joe. 
Françoise lo abbracciò.
“Joe! Oh, Joe!”
“Visto che ce l’hai fatta, piccola?”
“Dov’è Ivan?”
“Eccomi!”
La culla comparve improvvisamente a mezz’aria.
“Teletrasportaci tutti e tre sul Dolphin e preparati per l’ultima fase, 001” gli disse Joe
“Ricevuto, 009” rispose telepaticamente, ed eseguì l’ordine.

Ken, nascosto dietro una sporgenza rocciosa, non sapeva decidere quale fra le cose che aveva visto lo lasciasse maggiormente esterrefatto. Quei tre robot giganteschi potevano essere forse concepibili, ma il fatto che fosse stato Shimamura a combatterli indossando una divisa rossa di foggia vagamente napoleonica, apparendo e scomparendo in continuazione e sparando raggi laser lo aveva impietrito. Aveva visto anche un uomo volare e sparare un raggio laser. Indossava la stessa uniforme di Shimamura ed aveva razzi ai piedi. La fisionomia gli era parsa quella di Link, ma non ne era certo. Poi aveva visto una donna cadere dal cielo come una meteora e sparare un laser a sua volta. Anche lei indossava la stessa uniforme rossa, ed era scomparsa poco prima di toccare terra. L’aveva vista bene. Era la fidanzata di Shimamura. Nonostante la confusione che aveva in testa, non aveva dimenticato di essere braccato da uomini armati, ma il combattimento che si stava svolgendo di fronte a lui lo aveva costretto a riparasi. Ora gli sarebbero stati addosso. Stava valutando febbrilmente il da farsi, quando una raffica si stampò sul terreno ai suoi piedi. Si buttò a terra e fece fuoco verso la vegetazione. Arrivò il fuoco di risposta, ormai preciso. Lo stavano circondando. Non restava che un ultimo tentativo. Fece ancora fuoco a semicerchio, sentì un uomo gridare e si alzò per correre. Si vide di fronte un uomo armato con il mitra spianato. Sarebbe stata la fine se un braccio enorme non fosse apparso da dietro un tronco d’albero e non avesse afferrato il soldato nemico lanciandolo come un fuscello ad una distanza sorprendente. Poi un macigno da una tonnellata uscì dalla vegetazione e si schiantò sui soldati nemici, seguito da scariche di laser e da un torrente di fuoco arroventato che illuminò a giorno la scena. Ken rimase appiattito al suolo. Una mano d’acciaio lo tirò dentro un cespuglio e Ken vide chi lo aveva afferrato. Era un gigantesco pellerossa, con la stessa divisa degli altri ed i colori di guerra sul viso. Il pellerossa lo tranquillizzò con foce ferma e gentile.
“Stai calmo ragazzo! Siamo qui per proteggerti!”
“Già” fece un piccolo cinese che era sopraggiunto, anche lui in divisa rossa “Noi siamo i buoni”
“Vi…ri…ringrazio, ma……..ma chi siete?”
“Non c’è tempo per spiegarti, ora. Ti basti sapere che non siamo tuoi nemici. Ora vieni con noi, se vuoi salva la vita. Il nostro velivolo di appoggio sta recuperando la tua macchina.”
“Romy!!!” esclamò Ken “La macchina con cui gareggiavo! Che fine ha fatto? Voglio trovarla!”
“I nostri compagni sono sulle sue tracce!”
“Voglio cercarla anch’io! Senza la mia compagna non me ne vado!”
“Qui si rischia la vita, ragazzo! Vuoi farlo davvero?”
“O con voi o da solo, io vado!”
Geronimo apprezzava la generosità in battaglia, un altissimo valore fra i guerrieri indiani, e ne fu colpito. Aveva i suoi ordini, ma aveva anche rispetto di un coraggioso che pensava più alla vita di un altro che alla sua.
“Ti chiamano Falco, non è vero?”
“E sia! La mia gente attribuisce un nome ai propri amici, un nome che ne descrive le doti, e con quel nome lo chiama, quando decide di concedere la propria amicizia. Geronimo e Chang, della tribù dei Cyborg, verranno con te, Falco che Corre! Salveremo la tua squaw!”
Ken non fece domande. “Se la fidanzata di Shimamura vola” pensò “può starci anche Geronimo”.
“Una donzella in pericolo?” fece Chang “Per la barba di Confucio! Che aspettiamo?”
“Andiamo!” fu la risposta perentoria di Geronimo.

Lanciati i due missili, Albert Heinrich riprese la sua corsa di avicinamento alla Maestà Reale. Si manteneva al coperto mentre cercava un punto da cui poter fare fuoco sui soldati del Fantasma Nero prima che potessero avvicinarsi alla macchina. La vide nella posizione indicata da Françoise., al termine del percorso che la pesante vettura blindata aveva segnato con gli alberi abbattuti. Non sembrava molto danneggiata. Nell’abitacolo, l’airbag era esploso. Il pilota era ancora al posto di guida, esanime. Bretagna lo contattò con la trasmittente interna.
“004, nemico in avvicinamento. Hanno un lanciamissili. Mi hanno appena oltrepassato. Si dirigono verso la macchina. Li avrai addosso in un minuto circa. Io mi preparo ad attaccarli alle spalle. Dammi tu il segnale di fuoco”
“Ricevuto 007!”
Gli sgherri in uniforme del Fantasma Nero non fecero caso al volatile appollaiato sul ramo dell’albero che avevano appena oltrepassato. La piccola civetta spiccò il volo e si appollaiò nel folto di un altro albero. Albert vide due soldati nemici avvicinarsi alla maestà reale. Uno puntò a sangue freddo il mitra contro l’abitacolo della Maestà Reale.
004 ordinò il fuoco.
La mitragliera di 004 falciò i due assassini. Contemporaneamente, il laser di Bretagna centrò il contenitore delle munizioni del lanciarazzi nemico. Una violenta esplosione incendiò la foresta illuminandola a giorno. I nemici si ritirarono disordinatamente, ma i rinforzi non sarebbero tardati.
“Bretagna! Levati di lì e raggiungimi!”
“Ricevuto, 004. Chiama il Dolphin!
004 lo contattò. Fu  Joe a rispondere. Dovevano resistere ancora un poco, stavano recuperando la Hayabusa.
Geronimo contattò 004 ed il Dolphin. Ken Hayabusa era con lui e Chang, e si stavano dirigendo alla Maestà Reale. Joe approvò. Dovevano concentrare le forze in quel punto, proteggere Romy ed attendere il Dolphin.
Geronimo, Ken e Chang raggiunsero 007 e 004. Ken si precipitò verso la Maestà Reale con Geronimo. Geronimo sfondò il blindovetro dell’abitacolo con un pugno, il che lasciò Ken di sasso, aprì la portiera, bucò l’airbag con il suo coltello e contattò Françoise.
“003, qui 005. Puoi passare ai raggi X il pilota della Maestà Reale?”
“Qui 003! Vi vedo! Attendi dieci secondi……..Ok, non ha fratture, muovetela pure e sdraiatela al suolo. 001 la teletrasporterà nell’infermeria del Dolphin. Penserò io ad assisterla, va bene 009?”
“Procedete subito!” rispose 009 ad entrambi.
Geronimo slacciò le cinture di sicurezza che bloccavano Romy al sedile e la estrasse delicatamente dall’abitacolo.
Ken le prese il volto fra le mani.
“Romy!”
Le appoggiò l’orecchio sul petto. Il cuore batteva.
“Stai tranquillo, è solo stordita. Ora la portiamo all’infermeria del nostro velivolo d’appoggio. 003 si occuperà di lei?”
“Chi è 003?”
“La ragazza del nostro gruppo”
“La fidanzata di Shimamura, per caso?!”
“Sì”
Ken vide il corpo esanime di Romy illuminarsi e sparire.
“Calmo! E’ salva! 001 l’ha teletrasportata sul Dolphin” gli disse prontamente Geronimo.
“Dolphin?”
“Ci salirai anche tu, fra poco, e la riabbraccerai!”
“Tutti a terra!” gridò Albert Heinrich mentre la sua mitragliera prese a falciare la vegetazione. Iniziò una pioggia di laser e granate. Chang sputò fiamme al calor bianco alla massima distanza. Tutti i Cyborg risposero lanciando scariche di laser a ripetizione. Albert ricorse ai missili. Ken scaricò il suo mitra in tutte le direzioni. Pesanti soldati robot correvano verso di loro. Due esplosero. Gli altri presero posizione concentrando il fuoco.
004 contattò il Dolphin.
“Presto, venite o qui crepiamo tutti!”
In risposta alla sua chiamata, il possente sibilo di un reattore ed i  fasci di luce del Dolphin riempirono il cielo. Il super-armamento del Delfino entrò in funzione sorprendendo gli avversari che dovettero ripiegare.
009 fece cessare il fuoco, e, mentre il Dolphin rimaneva sospeso su di loro aprendo i grandi portelli ventrali, una cupola trasparente sigillò l’area. Lo scudo telecinetico di Ivan. Avrebbe retto solo per un tempo limitato.
Sotto lo sguardo di un esterrefatto Ken, Geronimo afferrò a mani nude il paraurti posteriore della Maestà Reale e la trascinò sotto i portelli del Dolphin. Le tenaglie magnetiche dell’argano di bordo fecero presa sulla macchina, e tutti saltarono sul veicolo mentre veniva sollevato. Mentre i portelli si chiudevano, una granata esplose contro lo scudo invisibile. A bordo, tutti corsero alle poltrone anti-g e si allacciarono le cinture. Romy era stata legata ad un lettino di sicurezza. Ivan dissolse lo scudo ed il Dolphin prese quota con un rombo assordante, incalzato dai traccianti nemici, dirigendosi verso Jet e Piunma, che avevano abbattuto il secondo elicottero nemico ed avevano costretto il terzo alla ritirata.

 

Capitolo 6

Nota: tutti i riferimenti ad una macchina del tempo, ad una precedente missione dei cyborg nell’antico Egitto, al personaggio di Hathor ed a quanto vi si correla sono innesti narrativi con la fanfiction “Viaggio nel tempo”, inclusa nell’antologia online “Michela’s Fanfics” di cui alla pagina web http://nuke.cyborg009.it/Fanfiction/tabid/56/Default.aspx facente parte del sito “Cyborg009 – il forum italiano”

L’architettura sobria ed imponente della grande stanza da letto era immersa nella debole luce azzurrata che filtrava dalle finestre illuminate dalla luna di un altro luogo e di un altro tempo. Era la stessa luna che stava illuminando anche la villa del Professor Gilmoure sul promontorio, nello stesso momento e millenni dopo. Nel grande e semplice letto bianco, con le testiere di marmo adorne del simbolo del cerchio alato, due fanciulle dormivano abbracciate. Enoah, che potremmo definire “principessa”, anche se non lo era nel senso esatto del nostro modo di intendere il termine, aveva permesso a Nesia, sua sorella minore, di dormire con lei. Tutto intorno al letto, le dodici ancelle di Enoah dormivano abbandonando con molta libertà su cuscini di seta e piccoli divani le membra affusolate appesantite da gioielli spiraliformi. Avevano capelli neri ed ondulati, la carnagione ambrata e gli occhi leggermente a mandorla. Nesia aveva solo quindici dei nostri anni, ed aveva paura. Sapeva quale momento si stava avvicinando. Aveva paura dello Spettro Nero. Sapeva che sarebbe toccato ad Enoah affrontarlo e che lei avrebbe dovuto aiutarla. La luce era più forte, ma a volte permetteva il male. Era necessario meritare i suoi doni servendola e lottando; la sua protezione non era gratuita ed i suoi disegni a volte insondabili. Le menti del loro popolo erano grandi, ma non potevano avere la presunzione di sondare totalmente quel campo di energia senziente che permeava qualsiasi cosa. Forse sarebbe stata la fine.
“Sì” stava pensando Enoah, che aveva gli occhi chiusi ma non stava dormendo “solo forse!”
C’era una possibilità: Françoise Arnoul ed i suoi guerrieri del futuro. Grazie alla “macchina del tempo” dello studioso che guidava i guerrieri in rosso, Françoise Arnoul aveva viaggiato nel tempo ed aveva incontrato Hathor, che possedeva un frammento di quello stesso Cristallo che Myoltecopang custodiva nel Tempio della Luce. Grazie alla capacità del Pensiero Collettivo del suo popolo, che permetteva una lettura piuttosto precisa dei nodi temporali, Enoha sapeva che Hathor era una sua discendente, e sapeva che la sua famiglia aveva conservato il frammento che Hathor aveva donato a Françoise Arnoul. Nella linea temporale di Françoise Arnoul, Myoltecopang era caduta e lo Spettro Nero si era dissolto mentre infrangeva il cristallo. Una nuova umanità aveva ripopolato il mondo molto tempo dopo, ma lo Spettro Nero, ricacciato ai confini dell’universo,  stava tornando. Aveva servi che lavoravano per questo. Tre gemelli, non del tutto umani, ed i loro biechi seguaci.
Enoha Zhem Rendang III, così potremmo pronunciare il suo nome completo adattandolo ai nostri organi vocali,  si sciolse lentamente dall’abbraccio di Nesia, che rimase addormentata, ed uscì sul balcone della sua stanza. I suoi piedi non facevano alcun rumore mentre le trasmettevano il dolce tepore dell’ardesia del pavimento. L’immensa Myoltecopang la accolse. Il suo sguardo percorse le acque argentate dai raggi di luna del grande fiume che scorreva fra gli edifici a piramide, solcato da leggere imbarcazioni. Le vie erano segnate dalle file di fiammelle arancioni dell’illuminazione ad olio. Lontano, a delimitare l’orizzonte visivo, le immense mura circolari di basalto nero parevano reggere la cupola del cielo stellato. Poi volse lo sguardo verso l’immensa piramide a terrazze del Tempio della Luce, sormontato da un obelisco che reggeva un immenso cerchio alato di marmo, cristallo e ossidiana. Vedendolo, Enoha fece il saluto rituale e si guardò il palmo della mano destra, che ne aveva tatuato uno identico. Poi poggiò le mani sul parapetto, e lasciò che il vento le facesse ondeggiare la scintillante chioma nera.
“Come sei bella, Myoltecopang!” pensava “Bella come le fanciulle addormentate nella mia stanza. Bella come la mia sorellina, che amo più di me stessa!”
La giovane Nesia, che si era svegliata, la raggiunse sul balcone. Enoah ne percepì la presenza senza voltarsi, riconoscendone l’aura psichica. Con passo leggero, l’adolescente le si avvicinò e l’abbracciò. Enoha ne lesse la paura e l’ansia mentre la stringeva. La guardò in viso. Aveva i tratti e la carnagione del suo popolo, aveva i caratteristici capelli neri, ma gli occhi azzurri, rarissimi fra loro. I lineamenti delicati erano però identici a quelli di un volto caro al piccolo Ivan. Nesia aveva il volto che avrebbe avuto Françoise, se fosse nata a Myoltecopang anziché a Parigi.

 Il Dolphin era in volo ad altissima quota, e sarebbe giunto in Giappone nell’arco di sei ore. Il pavimento della sala operatoria di bordo era sospeso su un supporto cardanico abbinato a stantuffi idraulici regolati da giroscopi che mantenevano sempre orizzontale il pavimento, quali che fossero i movimenti dell’aeromobile.
Una ragazza coperta da un lenzuolo bianco era sdraiata sul lettino illuminato da una batteria di lampade.
“Romy! Oh mio Dio, Romy!”
Ken le aveva afferrato la mano.
Françoise, vestita da infermiera, cercò di calmarlo.
“Non preoccuparti, le occorre solo un po’ di riposo. Ha ripreso i sensi da poco. Non ha lesioni gravi, solo qualche leggera contusione. E’ una ragazza forte!”
Il Professor Gilmoure, anche lui in tenuta medica, guardò bonariamente Ken per tranquillizzarlo.
“Tranquillo, ragazzo. Le ho somministrato solo un leggero calmante”
Romy mosse leggermente il capo e strinse leggermente la mano di Ken.
“Dove…Ken…dove sei…dove sono?”
“Sono qui, Romy! Sei uscita di strada”
“E’ vero, sì…Sono in ospedale? Mi ci hai portato tu?”
“Beh…sì”
“Sono uscita di strada…oh santo cielo! E’ vero! Quell’esplosione! Gli alberi che si spezzavano mentre cercavo di frenare, poi …oh, Ken!”
Romy si alzò di scatto e lo abbracciò.
La sua voce vibrava di commozione.
“Ken, oh Ken, ho temuto di…”
“Di?” chiese Ken mentre la stringeva a sé.
“Di non rivederti più…Ken, ho pensato a te un istante prima dello schianto…ti amo, e va bene, lo ammetto! Ti amo contento? Accidenti a te, meriteresti altri schiaffi, ma non ho la forza di tirarteli…”
Romy pareva ridere e piangere al contempo.
Françoise arrossì e si fece da parte, fingendo di riordinare dei medicinali.
Il professore uscì dalla sala.
Ken la guardò intensamente, per un lungo istante, poi le rispose con voce ferma e vibrante. Era la voce di un uomo forte che ha finalmente preso una decisione.
“E tu meriti questo!”
Romy capì, chiuse gli occhi e gli porse le sue labbra.
Ken la baciò. Romy lo ricambiò a lungo, ed infine gli sorrise. Poi si lasciò andare, chiuse lentamente gli occhi e si addormentò.
Françoise sorrideva, dolcissima.
Ken depose Romy con delicatezza, e guardò il volto da cherubino di quella splendida infermiera, che parlò con un filo di voce appoggiando la sua mano su quella di Ken.
“Vieni, lasciala riposare”
Ken si lasciò guidare da lei.
Françoise lo fece uscire e lo rassicurò.
“Stai tranquillo, veglierò io su di lei. Torna in plancia. Immagino che avrai molte domande da fare”
Ken obbedì. La squadra dei Cyborg ed il professore lo stavano aspettando. Ken guardò Shimamura e Link, poi Geronimo e tutti gli altri. Infine parlò.
“Voi sapete chi sono. Non ho una doppia vita, e so che io e Romy vi dobbiamo l’unica che abbiamo. Per questo vi ringrazio con tutto il cuore. Scusate, ma dopo quello che abbiamo condiviso, credo di avere il diritto di saperlo. Potete spiegarmi chi siete veramente?”
Fu Albert Heinrich a rispondere, con divertita amarezza.
“Siamo l’ultima generazione di armi intelligenti”

 

Romy si era svegliata. Lo aveva fatto in un letto morbido, con indosso una camicia da notte, ed aveva visto i raggi del sole entrare dalla finestra. Aveva sentito il canto dei gabbiani e lo sciabordio della risacca. Non era in ospedale, come sarebbe stato logico supporre, ma in un’abitazione privata dall’arredamento elegante. Ebbe un moto di sorpresa quando vide una ragazza bionda in uniforme rossa che le sorrideva gentile.
“Buongiorno e benvenuta nella nostra casa, signorina Romy, o meglio, Lady Wells. Io sono Françoise Arnoul”
“Piacere” rispose Romy “dove mi trovo?”
“Nella casa del Professor Gilmoure, Lady Wells”
“Puoi chiamarmi Romy, Françoise. Sei francese?”
“Sì, milady…cioè …Romy”
“Dimmi Françoise…posso darti del tu?…dove ci troviamo?”
“In Giappone”
Romy era incredula.
“Ma come…poche ore fa ho avuto un incidente a Daytona. Ricordo che Ken mi ha soccorso. Ricordo un’infermeria…..come posso trovarmi in Giappone?”
“Grazie al velivolo della nostra squadra. Il Fantasma Nero voleva ucciderti Romy, insieme a Ken”
“La Black Shadow?”
“La Black Shadow ne è parte. Deve il suo nome proprio al Fantasma Nero. La squadra Cyborg è intervenuta e vi ha portato in salvo con il nostro velivolo, il Dolphin. Ora vi trovate nella nostra base”
“Leggi molta fantascienza, Françoise”
“La fantascienza a volte è profetica. Fra non molto, ti dimostreremo che non si tratta di fantascienza. I media sono evasivi sulla nostra guerra segreta contro il Fantasma Nero, ma è tutto reale. Adesso come ti senti, Romy?”
“Bene, grazie”
“Se vuoi fare colazione, puoi scendere di sotto con me. Puoi indossare quegli abiti. Sono miei. Hai press’a poco la mia taglia, il che significa che sei una bella ragazza!”
Romy sorrise a quella facezia.
“Ti ringrazio. Ken è qui?”
“Sì, è qui anche lui”
“Come sta?”
“Bene. Sai, ci ha aiutato a salvarti rischiando la vita sotto il fuoco nemico”
“Veramente?”
“Sì, Romy. Ken è di sotto con noi. Te lo chiamo o preferisci scendere?”
Romy aveva deciso di scendere, ed aveva indossato la gonna al ginocchio e la camicetta di Françoise. Lei le aveva spazzolato i capelli e li aveva fissati con un cerchietto. Romy la lasciò fare. Quella giovane francese le piaceva. Era dolce, raffinata e gentile.
Scese in salotto.
Seduti ad una lunga tavola imbandita, sette uomini di differente età si alzarono deferenti al suo ingresso. Indossavano la stessa uniforme rossa di Françoise. Ken era insieme a loro. Romy riconobbe a capotavola  l’anziano professore che si era preso cura di lei insieme a Françoise.
Fu il professore a prendere la parola.
“Buongiorno e benvenuta fra noi, Lady Wells”
“Benvenuta!” esclamarono coralmente tutti i cyborg.
“Vi ringrazio tutti, amici. So di dovervi la vita. Grazie di cuore. Sono davvero commossa dalla vostra accoglienza. Siete dei veri gentiluomini. Permettetemi di stringervi la mano”
Uno ad uno, i Cyborg le strinsero la mano affusolata presentandosi. Essendo anche lei un pilota, riconobbe meravigliata Joe e Jet. Ringraziò anche il professore per averla curata. Romy aveva nel sangue la cortesia raffinata e spontanea della ragazza nobile di lignaggio e di animo. I suoi modi erano aristocratici, ma privi della più piccola traccia di alterigia.
“Accomodatevi, Milady, e servitevi pure” disse il Professor Gilmoure.
Bretagna le offrì la sedia con un gesto deferente. Romy lo ringraziò con un inchino e poté sedersi vicino a Ken.
“Bene, mia cara, immagino che avrete molti interrogativi in merito agli eventi delle ultime ore”
“A dire la verità… parecchi, professore. Sento di trovarmi fra amici, sia miei che di Ken, ma la mia comprensione dell’accaduto termina qui”
“Vedete, milady…..”
“Potete chiamarmi Romy, professore”
“Grazie, Romy. Ecco…..prima di rispondervi è necessario che io chiarisca chi siamo, la ragione delle nostre uniformi e quella del nostro intervento nella vicenda che vi ha visto coinvolta. Come ho già spiegato al signor Hayabusa, per dimostrare ciò che vi diremo, sarà necessario fornirvi alcune prove concrete. Vi faremo visitare parte dei nostri laboratori. E’ superfluo che io vi chieda di promettermi che manterrete il segreto, sia per la nostra sicurezza che per la vostra. Ditemi, Ken, tra quanto l’ingegner Sayonji farà ritorno in Giappone?”
“Tre, forse quattro giorni”
“Bene, terminata la colazione, inizieremo il nostro “giro turistico”, e parleremo anche dei vostri amici della Black Shadow. Poi contatteremo l’ingegner Sayonji, e gli chiederemo di raggiungerci. Dovremmo poter stabilire il contatto verso le diciotto, ora locale. Nel frattempo, sarete nostri graditi ospiti”

Quando il videotelefono squillò, Yamato corse a rispondere immediatamente, seguito da Sakura.
“Ken!” esclamarono all’unisono, quando videro il suo volto sullo schermo.
“Ciao, Yamato! Ciao Sakura! C’è Sayonji?”
“Altroché!” rispose Yamato “Ha detto che ti sta aspettando a braccia aperte!”
“Dove sei, Ken? Non sei più rientrato! Eravamo in pensiero! Mio fratello si è arrabbiato!”
“Mi trovo in Giappone, Sakura”
“In Giappone? E come ci sei arrivato? Ken, cosa sta succedendo?!”
“Vi spiegherò tutto, te lo prometto Sakura, ma adesso, per favore, corri a chiamare Sayonji, è di vitale importanza che io gli parli”
“Volo!” rispose la ragazza.
Ken vide entrare il volto di Sayonji nello schermo.
“Hayabusa! Carissimo! Sarà meglio che tu mi dia spiegazioni soddisfacenti!! Dove diavolo sei?”
“In Giappone”
“Cosa??!! E come ci sei arrivato, eh?!”
“In volo…..” rispose Ken, spinto dall’emozione ad una sincerità che il suo interlocutore avrebbe interpretato come follia.
“In…in volo?!”
“Ecco….vede… come dire… mi ci hanno portato Shimamura ed i suoi amici insieme alla mia macchina….”
“Non dire scemenze Hayabusa! Che diavolo stai combinando?! Guarda che sto parlando seriamente! Ho letto i giornali del mattino. Parlano di una gara clandestina nelle vicinanze, di una sparatoria ed una retata della polizia. Ne sai qualcosa, per caso?”
“Ehm…ingegnere…forse è meglio che parli con chi può davvero spiegarle”
Sayonji vide entrare nello schermo il volto del Professor Gilmoure.
“Si ricorda di me, ingegnere?”
Sayonji ebbe un istante di perplessità, poi il suo volto si illuminò.
“Voi siete quel cibernetico, il Professor….Professor…Gilmoure… se non vado errato!”
“Non errate, ingegner Sayonji. Ricordate la nostra vecchia collaborazione?”
“Sì, anche se sono passati parecchi anni. Si trattava del mio progetto per una biposto trasformabile, predisposta per l’integrazione con i suoi dispositivi! Siete poi riuscito a realizzarla?”
“Sì, ingegnere. Immagino che il collegamento fra me ed il suo pilota la incuriosisca”
“Immaginate bene, Professore!”
“E voi avete diritto ad ogni spiegazione, ingegnere, ma non è il caso di parlarne per telefono”
“Perché?”
“Perché non credereste a ciò che vi direi, a meno che non vi mostri ciò che ho già mostrato al vostro pilota. Fra quanto tornerete in Giappone?”
“Tre o quattro giorni, professore”
“Bene! Venite nel mio laboratorio, e capirete perché non posso parlarne ora. So che siete un uomo di mente aperta, ingegnere, disposto a credere a ciò che viene dimostrato razionalmente, anche se insolito. Vi svelerò segreti che riguardano probabilmente anche il vostro grande amico Ayab. Ken mi ha fornito il codice di chiamata della vostra telescrivente. Vi comunicherò le istruzioni per raggiungerci ed il numero a cui contattarci. Abbiamo recuperato il veicolo di Ken ed anche quello chiamato “Maestà Reale”. Sarebbe opportuno che ci raggiungeste con il vostro trasporto volante, Ken mi ha detto che lo chiamate “Big Carry”. Per adesso, non chiedetemi di più. Fidatevi di me, e, mi raccomando, mantenete il riserbo assoluto sul nostro appuntamento. Ora devo interrompere la comunicazione. Anche l’etere può avere orecchie. Arrivederci, ingegnere.”
“Arrivederci, professore”
Sayonji vide lo schermo diventare nero. Il riferimento alla “Maestà Reale” lo aveva lasciato di sasso. Anche se Hayabusa era riuscito a farne una delle sue, valeva la pena di prendersi il disturbo di andare in fondo a quella faccenda.

Romy era di fronte al platano che ombreggiava l’ingresso della villa, ed osservava il cerchio alato intagliato nella corteccia. Era incuriosita da quel simbolo. Decise che ne avrebbe  chiesto al professor Gilmoure. Ken apparve sulla veranda, e la vide contemplare assorta il grande albero.  Si avvicinò e la chiamò. Romy lo abbracciò e lo baciò delicatamente, a lungo, stringendosi al suo petto forte, inebriandosi del suo calore. Ken la prese a braccetto e scesero la scala che portava alla spiaggia.
“Allora, ti sei ripresa dallo stupore?”
Il Professor Gilmoure aveva mostrato loro l’hangar del Dolphin, i Cyborg avevano dato dimostrazione dei loro poteri, ed ognuno di loro aveva raccontato a Ken e Romy la sua storia. Romy era rabbrividita.
“Sì, Ken. Dio mio, non avrei mai immaginato di essere coinvolta in qualcosa del genere. Credevo che la Black Shadow fosse semplicemente una scuderia sleale. Ora ho capito. Se penso di averne fatto parte, mi viene male. Credo che il professore abbia ragione. Mi avrebbero usato come cavia…cielo…Ken…ho paura…che orrore! Non lasciarmi sola, amore mio!”
“Non sei sola, Romy, e non la sarai mai più, te lo prometto. Ti eri accordata con Ayab perché non avevi nessuno su cui contare. Ora ce l’hai. E’ solo mia la colpa se ti sei sentita abbandonata”
“Sai, Ken, ora sono certa che quei maledetti siano responsabili della morte di mio padre”
“Se è per questo sono responsabili anche della morte del mio, e di quella di mio fratello”
“Vedi Ken…io speravo di poter salvare la casa automobilistica della mia famiglia, ed al contempo di verificare i sospetti sulla morte di mio padre…invece erano loro ad aver teso un tranello a me. Se non fosse stato per Joe e gli altri, ed anche per te…sai, Geronimo mi ha detto che per soccorrermi hai preso parte alla sparatoria tenendo la mia vita in maggior conto della tua…mi ha detto che il suo amico “Falco che Corre” ha abbattuto due nemici combattendo al suo fianco…se penso al pericolo che abbiamo corso…”
“Già, ma quei vigliacchi non avevano fatto i conti con i nostri nuovi amici! Non mi importa se in parte sono macchine. Ci sono persone che li chiamano mostri: Ayab non ha parti meccaniche in corpo, ma il vero mostro è lui, insieme a tutti quelli che sono dietro di lui. Joe e gli altri, per me sono esseri umani, punto e basta!”
“Hai ragione, Ken”
Quando furono vicini alla linea della risacca, Romy si tolse le scarpe. Era a gambe nude. Fece qualche passo avanti e lasciò che il mare le bagnasse i piedi.
“Quale sarà il nostro futuro ora, Ken?”
“Romy, che ne diresti di proporre a Sayonji di prenderti come pilota? Io e Sakura gli parleremo. So già di avere Sakura dalla mia parte. Conosco Sayonji abbastanza da sapere che accetterà. Ha conosciuto tuo padre e ne ha mantenuto un’immensa stima. Riguardo alla tua abilità, gli spiegherò che durante la nostra sfida sei stata alla mia altezza, il che lo impressionerà. Andrà su tutte le furie quando saprà della gara clandestina, ma ci sono abituato. Non è la prima delle “hayabusate” che gli combino”
A sentire quel termine, Romy rise di cuore immaginandosi le scene. Ken continuò.
“E non dimenticare che, oltre a te stessa come pilota, porterai anche la “Maestà Reale”. Stai certa che, non appena la vedrà con i suoi occhi, se ne innamorerà come io di te”
Romy sorrise. Quell’improvvisa ventata di ottimismo la rese euforica. Gli corse incontro con i capelli rossi al vento e gli gettò le braccia al collo.
“Oh Ken, ti prego! Dammi un bacio!”
Ken non poté rifiutare.

Joe e Françoise stavano guardando Ken e Romy dalla cima della lunga scalinata che portava alla spiaggia. Da quando erano usciti di casa, i sensori di Françoise avevano vegliato su di loro.
“Certo che è sorprendente quanto abbia impiegato Ken a capire di essere innamorato di Romy” commentò Joe.
“Certo che questa predica proviene da un pulpito piuttosto strano” replicò Françoise, sorridendo sorniona.
Joe non replicò, come se non avesse sentito.
Albert si avvicinò.
“Ragazzi, dovrei fare alcune domande a Romy, l’avete vista?”
“Ehm, sì” fece Joe “credo sia occupata” e gli indicò la coppia abbracciata.
“Ah, allora aspetto”
Quando l’abbraccio si sciolse, Romy raccolse le scarpe ed i due si misero a passeggiare tenendosi per mano.
“E’ davvero urgente, Albert?” fece Françoise, melliflua.
“Sì, purtoppo” replicò Albert, mesto, mostrandole la foto di Hilda “Credo che Romy possa darmi qualche informazione utile, ed ogni istante che passa può complicare le cose ancora di più”
“Oh!” replicò Françoise “Scusami, Albert”
“Tranquilla! E’ tutto ok. Mi dispiace disturbarli, ma è per una buona causa”
Joe gli sorrise.
“Vai pure. Sono certo che capiranno. Romy sarà felice di aiutarti, se potrà”
Albert discese la scale e si fece loro incontro.
“Salve, Albert!” lo salutò Ken.
“Buongiorno”  fece Romy con un sorriso.
“Buongiorno ragazzi. Perdonatemi se vi chiedo di potervi rubare pochi minuti, ma potreste essere di grandissimo aiuto sia a me che a tutta la mia squadra, ed anche a voi stessi”
“Chieda pure, Albert, e non si preoccupi. Vi dobbiamo la vita, e non lo dimenticheremo mai” rispose Romy con sincera gratitudine.
Albert mostrò loro la sua foto di Hilda, quella con la dedica.
“Riconoscete questa donna?”
Gli occhi di Romy mandarono un lampo.
“Certo! E’ un’agente di Ayab. E’ stata lei a mettermi in contatto con Baron”
“Quello con il cappello a cilindro?” chiese Albert
“Sì, lui!”
Ken intervenne.
“Anch’io l’ho vista. E’ stata lei a dare il via alla gara di ieri notte”
“Abbiamo preso contatto con la polizia della zona che, come sapete, a seguito dello scontro a fuoco ha effettuato una retata. Purtroppo non era fra i fermati. E’ riuscita a dileguarsi” rispose Albert.
“E’ lei ad organizzare le gare clandestine ed anche quelle ufficiali che vedono coinvolta la Black Shadow” puntualòizzò Romy “Chiedo scusa, Albert, ma come fa ad avere questa foto, che oltretutto pare vecchia di anni, e questa dedica firmata “Hilda” a chi è rivolta?”
“A me” rispose Albert con voce profonda e malinconica
“Voi…voi l’avete conosciuta? Si chiama Hilda?”
“Conoscete la mia storia, ve l’ho raccontata. Non vi ho detto tutto, però. Quando forzai il blocco la mia fidanzata era con me sul camion. Quando, ferito, riuscii ad estrarla dal camion rovesciato, credetti fosse morta fra le mie braccia, mentre la sorreggevo. Poi persi i sensi e non seppi più nulla di lei. Quando ripresi conoscenza nella mia….forma attuale, fui certo della sua perdita, ma forse adesso…Romy, lei ha fatto parte della Black Shadow e potrebbe sapere qualcosa che mi aiuti a liberarla. Se potessi portarla qui, nel laboratorio del professore, potremmo capire se si tratti di lei e se sia possibile farla tornare…beh, non come prima, ma almeno salvare il suo spirito e darle una seconda possibilità, come è accaduto a me. Nella mia condizione di cyborg, ho potuto rendermi utile in occasioni in cui, ripensandoci, sono contento di esserci stato. E poi, forse, potrei riaverla con me, anche se non sarebbe proprio la stessa cosa…La prego, Romy. Mi dica ciò che sa”
“Sì…sì Albert…le dirò tutto, anche se non credo sia molto..”
“L’avete incontrata spesso?”
“Sì, ma abbiamo parlato ben poco, al di là dei dati tecnici. Non c’era dialogo fra noi. Il castello è annesso ad un autodromo che consente di assemblare percorsi differenti attraverso un centro di automazione via rete che ricombina elementi prefabbricati di pista attraverso sistemi macromeccanici. Si tratta di una struttura prevalentemente sotterranea. Era lei ad occuparsene. Una volta l’ho sentita parlare con Baron di “collegarsi al computer centrale con l’interfaccia ad innesto cerebrale ””
“Vi ha mai detto il suo nome?”
“Mai, si faceva chiamare “lady x” e non era loquace. Parlava con uno strano accento tedesco, però. Di questo sono certa”
“Avete notato una certa fissità nello sguardo?”
“Sì, pareva una bambola. Solo una volta le vidi un’espressione sofferente in viso”
“Aveva l’abitudine di arrotolarsi una ciocca di capelli intorno all’indice?”
“Sì, lo faceva spesso!”
“Era questa donna ad allenarla, Romy?”
“Era lei a darmi le caratteristiche dei percorsi. Programmava tutto in ogni minimo dettaglio, con velocità ed efficienza sorprendenti. Esaminava le mie prestazioni scientificamente e comunicava tutto a Baron. Si occupava anche della manutenzione della Maestà Reale”
“Avete idea di dove si potrebbe cercarla?”
“Supporrei il castello di Ayab”
Ken intervenne
“In effetti è logico! Avranno iniziato a preparasi per la gara di Tortica, esattamente come noi, e se era lei a gestire il loro programma di allenamenti, l’avranno sicuramente messa al lavoro. Non hanno potuto impossessarsi della Maestà Reale, quindi il loro capo-ingegnere, il dottor Mephist, dovrà cercare di riprodurla basandosi sugli studi che quella donna ha effettuato. Albert, se si tratta di lei, ora è un cyborg, ed avrà in memoria tutte le informazioni di cui Mephist ha bisogno. Ne hanno bisogno anche per Tortica. Fin quando sarà preziosa, sarà al sicuro. Ayab non la toccherà.”
“Romy, potreste fornirci informazioni in merito al castello di Ayab?”
“Vi dirò tutto ciò che ricordo”
“Permettereste anche al piccolo Ivan di sondare la vostra mente, se fosse necessario per riportare a galla qualche dettaglio importante?”
“Sì. Devo sdebitarmi con voi, ed ho capito cosa voleva farmi quella gente: ciò che hanno fatto anche a quella povera ragazza…Albert, per quello che può valere, credo proprio che lei abbia ragione. E’ lei. Spero solo che possiate far riemergere quella vera…”
“Grazie, Romy. Fra due ore il professore sarà disponibile a raccogliere le informazioni che lei ci fornirà”
“Lo farò con tutto il cuore, Albert”
“Grazie”

I tre gemelli entrarono in fila nella sala dall’altissimo soffitto, diretti ai loro scranni dall’alto schienale. Indossavano una semplice veste monocolore da monaci, che recava sul petto un  tridente stilizzato con le punte rivolte verso l’alto. La sincronia dei loro movimenti era troppo perfetta per essere umana. Dava l’impressione che quei tre corpi fossero comandati da una sola mente, una mente cibernetica il cui hardware, messo a nudo, era diviso in parti uguali nelle teste calve dei tre gemelli.
Shiva indossava una tonaca blu, e la parte destra del suo volto era artificiale.
Brahman indossava una tonaca nera, e la parte centrale del suo volto era artificiale.
Visnu indossava una tonaca rossa, e la parte sinistra del suo volto era artificiale.
Quando si voltarono all’unisono verso l’ingresso della sala, le parti cibernetiche formicolanti di luci dei loro volti erano disposte in modo da potersi incastrare tenendo ferma quella al centro ed avvicinando le altre due. I capolavori del dottor Gamo si sedettero come i giudici di un tribunale e, dall’alto della loro cattedra sopraelevata, abbassarono simultaneamente gli sguardi sull’alta figura corazzata che li aveva attesi.
Shiva parlò per primo.
“Benvenuto, barone Ayab, anche a nome dei miei fratelli”
“Vi ringrazio, reverendi fratelli. So che essere ricevuto direttamente da voi è un raro onore e privilegio” rispose deferente Ayab, dietro la celata dell’elmo che copriva il suo volto. Nel suo tono cortese vibrava una nota di crudeltà affilata che non riusciva a mascherare.
“A che punto siete con la preparazione della gara di Tortica, Barone Ayab?” chiese Brahman
“Entro trenta giorni l’autodromo sarà terminato. Nel frattempo potrete iniziare ad utilizzare i nostri cantieri per infiltrare le vostre squadre di scavo e procedere con il vostro…esperimento. Nel frattempo, la Black Shadow diverrà leader dell’automobilismo mondiale, e potremo sfruttare il nostro successo per investire i proventi delle nostre…attività riservate…. nell’industria automobilistica”
“Abbiamo saputo che quei maledetti cyborg traditori hanno salvato Ken Hayabusa e Romy Wells recuperando le loro macchine, Barone. Peccato; al dottor Gamo sarebbe piaciuto lavorare su Romy Wells. Pensate che questo intoppo possa crearvi difficoltà?” domandò Visnu.
“Nessuna, fratello Visnu. La Maestà Reale avrebbe potuto esserci utile, e quel Ken è sempre stato una spina nel fianco, ma il nostro progettista capo, il Dottor Mephist, mi ha proposto i progetti di macchine da corsa che, utilizzate con le…. diciamo opportune strategie… compenseranno il problema.”
“Molto bene, Barone Ayab. Se vi servirà la collaborazione del Dottor Gamo o di altri nostri scienziati, non esitate a chiedere. I preparativi per la nostra spedizione archeologica segreta come procedono?”
“Sono praticamente ultimati. Stiamo già iniziando a caricare i camion nella rimessa dei sotterranei del mio castello. Ovviamente abbiamo provveduto a camuffarli con marchi commerciali fasulli. Abbiamo anche organizzato la spedizione dei materiali nello Yucatan. Troverete ciò che cercate, ed anche io avrò ciò che sogno”
“Il nostro signore è soddisfatto di lei, Ayab” disse Brahaman con la sua bocca rettangolare, aprendo e chiudendo due file di denti da robot. Sembrava che fosse un teschio ghignante a parlare. Gli altri due fratelli annuirono con espressioni grifagne. “Grazie al suo aiuto, sarà presto fra noi”
“Lo conoscerò?”
“Il mondo intero lo conoscerà, Barone, e per chi lo ha servito le ricompense saranno infinite. Andate ora, e tornate vittorioso. Nel frattempo, informateci di ogni sviluppo”
“Vi porgo i miei omaggi” rispose Ayab con un breve inchino. L’uomo corazzato diede loro le spalle ed uscì dalla sala.
Dopo che i battenti si richiusero, i tre fratelli rimasero immobili. Dal soffitto discese il cono di luce tremula di un proiettore olografico. Mostrò un orribile planetoide nero, una repellente massa cancerosa di tenebra nera e malata. Una massa pulsante resa ancora più detestabile dall’aura di intelligenza innaturale che pareva emanare anche da una semplice immagine riprodotta. I tre fratelli la contemplarono avidamente. La voce lebbrosa che si diffuse nell’atmosfera cupa della sala avrebbe fatto svenire una persona sensibile. Loro la assimilavano come una musica celestiale.
“Padre!” dissero in coro, con un’emozione che pervadeva i loro volti ibridi e maligni.
“Figli miei, la vostra devozione sarà finalmente ricompensata. Potrò avere il mio trionfo. Il popolo del cerchio alato me lo negò molto tempo fa, ma per me il tempo non ha valore. Tornerò, però dovete trovare e distruggere ciò che rimane di quella civiltà di telepati che si oppose a me e che venerò la Luce in cambio di una vita banale e tranquilla. Ora si trovano in una differente linea temporale, dove riuscii a confinarli prima che il loro maledetto fascio di energia mi rilanciasse ai confini di questo universo. Però le rovine del Tempio della Luce sono rimaste nella vostra linea temporale. Ne sono certo, vi ho indicato l’area, quella che chiamate “Tortica”, ma non posso individuarlo con precisione. So che vi state muovendo voi per me. Non dovete fallire!”
“Ci siamo organizzati per obbedirti senza fare domande, tuttavia siamo curiosi: perché temi tanto quelle vecchie rovine di pietra, padre?” chiesero all’unisono i tre fratelli.
“So che un frammento di quel maledetto cristallo è ancora in circolazione, e quello solo può bastare a convogliare di nuovo contro di me la potenza della Luce, e questa volta potrei esserne distrutto. Ho potuto prendere contatto con voi solo di recente, perché la distanza era troppa per i vostri strumenti. Sarebbe stato opportuno avvertirvi prima, ma non è stato possibile. Sono comunque certo che il preavviso che vi ho dato basterà. So che una donna di nome Hathor possedeva il frammento, e la sua linea spazio-temporale si sovrappone al flusso di energia di una macchina del tempo. Il frammento si trova ora nel vostro tempo. Significa che qualcuno ha incontrato Hathor tornando indietro nel tempo, è entrato in possesso di quella maledetta pietra ed è tornato nel presente. Qualcuno potrebbe ripetere il rituale del popolo del cerchio alato”
“Chi, padre?”
“Non lo so, figli miei, ma se quella maledetta sgualdrina di Myoltecopang riuscisse a contattarlo… in lei la Luce scorre potente… troppo potente… il rischio di una sortita del nostro nemico è troppo alto… trovate e distruggete le rovine del Tempio della Luce! Che il tridente dello Spettro Nero spezzi il cerchio alato! Solo così avrete il potere assoluto! Senza la Sala del Cristallo,  la pietra è inutile. Avrete questo mondo, e dopo, l’universo, e dopo ancora saremo padroni di tutte le linee temporali! Ci occuperemo di Myoltecopang e della sua dolce principessa in un modo che neanche lei potrà immaginare… la lasceremo per ultima, trasformeremo tutto il suo popolo in mostri e lei dovrà guardare! Mi vendicherete! Sarete dèi insieme a me! Giocheremo con tutte le stupide creature viventi in nome dei nostri sogni superiori. Luce e tenebre, male e bene, non saranno che semplici giocattoli nelle nostre mani. Qualsiasi creatura senziente, umana o artificiale, si prostrerà nel terrore. Imparerà il vero significato del dolore, delle torture, delle guerre, del vizio, delle stragi, dell’odio. Avete lavorato bene in tutte queste direzioni preparandovi a questo momento, figli miei. Non mi dimenticherò dei vostri servitori umani, perché compenso sempre chi mi serve. Vi manca solo questo esame finale. Sconfiggete definitivamente il cerchio alato, e nulla più ci resisterà. Mi sto avvicinando sempre più, dopo secoli di viaggio nei neri abissi del cosmo. Sarete voi a distruggere l’ultimo ostacolo”
“Sarà fatto, padre!” risposero in coro.
L’immagine scomparve.

L’immensa mole turrita del castello di Ayab sfidava il cielo notturno da un massiccio roccioso erto e scabro, di cui pareva l’ideale prosecuzione. Viste dal basso, le sue guglie più alte si stagliavano contro il disco lunare come lance conficcate. L’enorme altopiano ospitava anche un autodromo a ridosso di quella fortezza merlata e numerose strutture sotterranee. Seicento metri più sotto, un canale anulare isolava il massiccio dalle brulle montagne circostanti. Il solo collegamento con la terraferma era un ponte a pilastri che, emergendo dall’acqua, collegava due tunnel ben camuffati. Per attraversare quel canale di notte nuotando sott’acqua ed eludendo gli squali-robot del Fantasma Nero per intraprendere subito dopo la scalata in arrampicata libera di una parete di roccia tanto alta occorreva una buona ragione. Albert Heinrich l’aveva. Anche Piunma e Bretagna, suoi compagni in quell’escursione, l’avevano. Per maggiore mimetismo, indossavano tutti e tre la versione nera delle uniformi dei Cyborg. Arrivati in cima dopo due ore di scalata, i tre  cyborg si acquattarono nell’oscurità ai piedi delle mura del castello. Il cerchio di luce di un riflettore li sfiorò e proseguì. Bretagna aveva il compito di entrare nel castello assumendo la forma di un pipistrello. Doveva poi assumere le sembianze di Baron, far entrare 004 e 008 ed individuare Hilda, sperando che fosse lei.
Le indicazioni di Romy avevano permesso ad Ivan di individuare l’appartamento  di quella donna all’interno del castello. Se si fossero nascosti nelle sue stanze, sarebbe stata lei stessa a recarvisi per dormire. A quel punto l’avrebbero narcotizzata ed Ivan avrebbe potuto teletrasportarli all’esterno.
Sembrava facile. A parole lo era.
004 era a capo della missione. Il Professor Gilmoure, dopo aver parlato a lungo con Romy e Ken in merito ad ogni possibile informazione utile sul castello di Ayab e sulla Black Shadow, gli aveva concesso di andare e di guidare l’operazione. Albert lo aveva ringraziato con tutto il cuore. Mentre si preparava, Françoise andò da lui e bussò. “Nota:
“Albert, posso entrare?” Françoise si ricordava di quando Albert era venuto a parlarle mentre era intenta a truccarsi da egiziana per prendere parte alla missione nel passato che le consentì di incontrare Hathor ed entrare in possesso della pietra che la famiglia di quella ragazza Hyksos si era tramandata per generazioni,. Avevano parlato della missione, Françoise gli aveva confessato di avere timore di un viaggio nel tempo, e poi avevano parlato di Hilda e di Joe.
“Françoise, sei tu! Entra pure, bambina”
“Albert, io…volevo…ecco… ricordi quello che mi dicesti quando venisti a trovarmi mentre mi preparavo ad entrare nella macchina del tempo?”
“Sì, bambina” le rispose sorridendole.
“Sai Albert, ho sempre portato dentro di me le bellissime parole che tu mi dicesti allora a proposito di Hilda: “è molto meglio incontrarsi, amarsi e poi perdersi che non incontrarsi affatto”. Non ti ho mai detto che, leggendo “I Miserabili” di Victor Hugo, vi trovai una frase praticamente identica alla tua che diceva “meglio avere amato ed avere sofferto, che non avere mai amato”?”
“E’ una frase bellissima”
“Bella come la tua, Albert… ricorda che io ti sarò vicina, sia che tu ritrovi almeno in parte la tua felicità con lei, sia che questo tentativo fallisca. Se fossi fredda e cinica ti direi di non sperare troppo, così un insuccesso non ti farebbe soffrire più di tanto, ma so che non puoi metterci altro che il cuore. Se dovessi perdere Joe e mi si prospettasse la possibilità di riabbracciarlo, come cinica sarei una frana. ”
“Tu non potresti mai esserlo, Françoise”
“Vorrei venire con te, Albert”
“Ti ringrazio, ma un’azione di infiltrazione come questa richiede il minor numero di elementi possibile. Dovremo passare totalmente inosservati. Saremo tre soli: io, 007 e 008. Ne ho discusso con il professore. E’ la cosa migliore”
“Albert, se alla fine di questa prova gioirai, gioirò con te. Se soffrirai, ricorda che non sarai solo nella tua sofferenza”
“Grazie, mia piccola ballerina”
Françoise lo aveva abbracciato con forza e poi era fuggita per nascondere le lacrime.
In quella pausa nell’oscurità, ai piedi di quel muraglione, Albert ripensò per un istante a Françoise. Poi pensò ad Hilda, e diede l’ordine convenuto attraverso la trasmittente interna.
“Vai, 007”
“Ricevuto!”
Bretagna divenne un globulo indistinto, che si consolidò in un pipistrello. Spiccò il volo, superando il muro di cinta. L’immensa e contorta mole gotica del colossale maniero si spiegò in tutta la sua sinistra possenza. La luce della luna la illuminava parzialmente, rendendola ancora più spettrale. Le profondità buie che dividevano gli edifici ammassati secondo un disegno architettonico elaborato con gusto perverso davano l’impressione che le fondamenta delle costruzioni interne fossero più in basso rispetto a quelle delle mura. Orrende sculture di demoni mostruosi e scheletri erano avvinghiate a torri, cornicioni e facciate. La torre a pinnacolo che ospitava il colossale orologio del castello aveva la sommità modellata come una roccia scabra. Chine su di essa, decine di scheletri di bronzo immortalati nell’atto di aggredirla con i loro scalpelli si animarono improvvisamente, scandendo all’unisono la mezzanotte con le loro martellate. Avevano rubini rossi nelle orbite, che rendevano satanico il loro ghigno crudele. Una folle, magniloquente ed ingegnosa necrofilia si associava ad un sfacciato sfoggio di potenza descrivendo bene l’animo di chi aveva voluto una simile costruzione d’incubo. Guardare quel castello era come guardare dentro Ayab.
Il pipistrello sparì in un angolo buio, e da quello uscì un perfetto duplicato di Baron, che si mise a camminare con nonchalance sugli spalti. Gli uomini armati di ronda gli fecero il saluto, incontrandolo. Bretagna attese che le sentinelle si allontanassero e si avvicinò ai merli del bastione. Fissò un gancio al parapetto e lasciò cadere la fune che vi era attaccata. Albert ne afferrò l’estremità e salì. Piunma lo seguì. Poi, senza fare alcun tentativo di nascondersi, i tre presero a camminare per gli spalti. Il guardiano che li vide nella telecamera riconobbe Baron e si tranquillizzò. Con lui c’erano due uomini in nero che non conosceva, ma ultimamente tutti si erano abituati al viavai di sconosciuti in nero. Gli uomini del Fantasma Nero andavano e venivano di frequente dal castello di Ayab, da quando erano iniziati i preparativi per la gara di Tortica, e gli scavi segreti che la gara stessa doveva coprire. I guardiani di Ayab sapevano di non dover fare domande. I tre cyborg sapevano che quel trucco non avrebbe funzionato a lungo. Dovevano dileguarsi nell’intrico del castello ed agire. Raggiunsero una scala che scendeva dagli spalti. Dovevano raggiungere l’edificio centrale. La donna che cercavano aveva il suo appartamento al terzo piano, angolo ovest.
“Scendiamo!” ordinò 004 con la trasmittente interna.
Il terzetto discese la scala fino ad una piccola strada lastricata. Sentirono il passo pesante di altre due sentinelle. La sorveglianza era elevata. Le lasciarono andare. Albert valutava la situazione. Bretagna avrebbe potuto continuare a far loro da guida come sulle mura, facendoli entrare dalla porta principale, ma un qualsiasi controllo d’identità li avrebbe traditi. Sicuramente c’erano sentinelle e telecamere al portone dell’edificio, ed era probabile che fosse stata istituita almeno una parola d’ordine per entrare.
Albert ebbe un’idea.
“007, entra da una finestra, vieni all’ingresso con le sembianza di Baron e dà ordine di lasciarci entrare”
Bretagna ritornò pipistrello e svolazzò inosservato intorno alla facciata dell’edificio. Trovò una sola finestra aperta ed entrò. Era un bagno, ed era chiuso a chiave.
“Sono entrato 004, ma ho di fronte una porta chiusa a chiave”
Albert valutò il rischio, poi gli disse di forzarla. Bretagna si mise al lavoro con un grimaldello e fece scattare la serratura. Entrò in un corridoio buio e si diresse verso le scale. Quando fu a pianterreno, diede il segnale via radio a 004 e 008, che uscirono allo scoperto e si diressero verso il portone dell’edificio. Le guardie diedero l’altolà e puntarono le armi. Contemporaneamente, Bretagna si fece avanti con le sembianze di Baron, garantendo per loro. Alle guardie apparentemente bastò. 004 e 008 seguirono 007 su per le scale. Aveva funzionato, ma non avevano idea di dove fosse il vero Baron. Il rischio aumentava ad ogni istante.
Raggiunsero l’appartamento indicato da Romy, ne forzarono la porta e vi entrarono. Era vuoto.
004 contattò la base.
“Professore, qui 004, siamo entrati. L’appartamento è vuoto. Rimaniamo ad aspettare. Ivan è pronto per teletrasportarci?”
“Affermativo” confermò il Professor Gilmoure.
Sembrava questione di tempo. Era stato facile. Troppo.
La limousine nera di Baron, accompagnato da “Lady X”, il loro obiettivo, fece il suo ingresso nel castello e si fermò di fronte al portone dell’edificio in cui i tre cyborg si erano infiltrati.
Le sentinelle, stupefatte, videro scendere lei e Baron. Poche frasi concitate e l’allarme echeggiò in tutto il castello. Ad un ordine di Albert, i tre si arrampicarono sul tetto. Albert si sporse dal cornicione e la vide. Guardie armate stavano convergendo sul posto. Iniziarono ad entrare di corsa nell’edificio. Il rumore di passi e porte sfondate si avvicinava.
Albert reagì con decisione. “008, fai fuoco insieme a me in modo da disperdere le guardie al portone. 007, trasformati in un uccello da preda e catturala!”
Albert armò la mano a mitragliera e fece fuoco. Il laser di Piunma le diede man forte. Nella confusione che seguì, Bretagna saltò dal cornicione, si trasformò in un’aquila ed afferrò “Lady X” per le spalle. Lei gridò terrorizzata mentre 007 la posò sul tetto. Albert la bloccò, la guardò negli occhi e le chiuse la bocca con la mano.
“Ferma! Non muoverti e non ti sarà fatto del male”
Lei prese a tremare. Aveva un’espressione attonita sul viso. Mormorò con un filo di voce “No… no… no… illogico… illogico… tu sei cancellato… morto”
Piunma si inginocchiò dietro un riparo e puntò il laser verso la porta che permetteva di salire sul tetto. Contattò 004.
“Stanno arrivando, 004”
“Ivan, teletrasporto!” comunicò disperatamente 004.
Quando le guardie irruppero sul tetto, lo trovarono vuoto.

 

Capitolo 7

Il Professor Gilmoure era al lavoro da quasi dieci ore. Francoise lo aveva assistito, infaticabile. C’erano due vite in gioco: quella della ragazza bionda sotto i ferri e quella di Albert, che avrebbe accusato per la seconda volta una perdita terribile e ne sarebbe uscito, forse, psicologicamente distrutto. Hilda. Quel nome, come una dolce nota musicale, aveva fatto risuonare la sua celeste armonia in tutti i meandri della memoria di Albert per anni. Dentro il cuore di Albert c’era un santuario dedicato a lei. Se il Professore non fosse riuscito a salvarla, sarebbe morta una seconda volta. Tutta la squadra dei cyborg sapeva cosa intendere esattemente con il termine “salvare” in un caso del genere. Non si trattava della salvezza in senso fisico, perché il corpo non aveva danni. Si trattava di riportare a galla il suo spirito celato sotto il condizionamento operato dal Fantesma Nero. Bisognava rimuoverlo, procedendo in parte per elettrostimolazione della parte organica dell’encefalo, in parte modificando il software preposto all’interazione bioelettronica con le parti cibernetiche del corpo, in parte ritoccando l’hardware di potenziamento elettronico del cervello. Un solo errore, ed il risultato avrebbe potuto essere un corpo animato di vita vegetativa, oppure una pazza schizofrenica. Nessun errore, ed il rischio, seppure più basso, rimaneva. Sarebbe occorso il miglior cibernetico del mondo. Per fortuna, i cyborg lo avevano. Albert stava aspettando fuori. Insieme a lui, Geronimo, Joe e Chang e tutti gli altri attendevano, pregando silenziosamente. Avrebbero voluto parlare con Albert, ma senza sapere cosa dire. Il momento si avvicinava. La luce sopra la porta divenne da rossa divenne bianca. Il Professor Gilmoure uscì.
Albert si alzò in piedi di scatto.
“Allora?”
“E’ tutto pronto, Albert. Devo solo abbassare l’interruttore a leva che farà attivare la rimozione del blocco. Conosci i rischi, vero?”
“Li conosco” rispose Albert con gli occhi bassi.
“Albert, ho fatto quanto potevo ma non posso darti la certezza che……..”
“Non deve rimproverarsi nulla, Professore. Solo i Fantasmi Neri hanno di che rimproverarsi”
“Albert, ti senti pronto ad affrontare un eventuale fallimento?”
“Professore, mi permetta di entrare. Quell’interruttore lo abbasserò io”
Il professore e gli altri lo guardarono stupefatti.
“E’ giusto così” insistette Albert “Io la feci catturare dai Fantasmi Neri con il mio tentativo di forzare il posto di blocco. Ora devo assumermene la responsabilità. La prego, professore!”
Il Professo Gilmoure lo guardò a lungo, in silenzio, poi acconsentì.
Albert entrò. Vide la ragazza distesa sul lettino. Vide i fasci dei cavi dei sensori applicati al capo. Vide Françoise, che ebbe un moto di sorpresa. Il professore indicò la leva ad Albert. Françoise capì e rimase impietrita. Albert vi appoggiò sopra la mano. Il professore gli fece un cenno. Albert la abbassò.
Gli apparecchi emisero un ronzio elettrico che raggiunse in fretta il suo apice. Il corpo femminile esanime staccò di colpo il bacino dal letto operatorio, formando un’arco convulso. Solo i talloni e le spalle poggivano sul piano del letto. Le labbra tese scoprirono i denti per due o tre secondi, poi il corpo ricadde inerte. Dopo due secondi i grafici luminosi degli strumenti segnalarono una lenta ripresa delle funzioni vitali. L’elettroencefalogramma rimase piatto per pochi secondi, poi iniziò ad incresparsi.
Hilda aveva ancora gli occhi chiusi, ma le sue labbra si mossero.
“Albert! Albert ci hanno visto……ci sparano!! No! Oh No! Ho paura!……..Aaaaaaah! Frena! Frenaaaaaa!”
Prese ad ansimare con foga, poi a tremare come una foglia. La sua voce era rotta dal pianto.
“Albert, amore mio, dove sei? Dove sei?”
Aveva riacquistato la memoria, esattamente dal punto in cui si era interrotta. Françoise era pietrificata dall’emozione. Appoggiò la schiena alla parete e si coprì il volto con le mani. Il Professore soffocò le sue lacrime di commozione a stento.
Albert stava piangendo, senza vergognarsene minimamente. Le prese la mano, poi la abbracciò con calore e dolcezza raddoppiati dall’emozione di rivivere quel momento terribile.
“Sono qui, amore mio. Fatti forza!”
“Albert……è tutto buio…..non ti vedo…….Albert…….le gambe, non riesco a muoverle…”
Albert le carezzava il volto piangendo, lo ricopriva di baci adoranti e disperati.
Quell’emozione fu troppo per Francoise. Chiamò Joe con la trasmittente interna. Joe la vide così pallida da spaventarsi. Lei schiacciò il viso contro il petto di Joe, che la portò fuori ad un cenno del Professore.
La voce di Hilda era sempre più fioca.
“Amore mio, ce l’abbiamo fatta……..avremo una vita migliore, vero?…….come saranno belli i nostri bimbi…………abbracciami, ti prego…….ho freddo, tanto freddo……tanto….”
Hilda reclinò il capo ed Albert la depose sul lettino. Il Professor Gilmoure si avvicinò.
“Non temere, Albert. Ha superato la crisi iniziale”
“Perdonatemi se…..”
“Non preoccuparti. La tua cara Hilda ha superato l’ostacolo più difficile. Ora bisognerà riambientarla. Ci lavoreremo insieme.”
“So che è in ottime mani con lei, Professore. Mi scuserò con Françoise per il turbamento che le ho arrecato..”
“Non c’è bisogno, Albert. Non è colpa di nessuno” disse Françoise, che si era riavuta.
Albert guardò i profondi occhi azzurri di Françoise, e vi lesse affetto, commozione e gioia. Francoise guardò quelli lucidi di Albert, l’”uomo macchina”, rendendosi conto di quanto quell’uomo fosse dolce, profondo e capace di amare. Francoise lo abbracciò con forza. Joe, che era vicino a lei, strinse la mano ad Albert e con il braccio libero lo abbracciò a sua volta. Altrettanto fecero gli altri Cyborg, uno dopo l’altro. Bretagna gli disse anche “Ricordati sempre che ci sono qua io!”
Albert chiese di rimanere accanto ad Hilda. Il Professore acconsentì. Françoise riprese il suo posto. Gli altri uscirono incontrando Romy e Ken, che chiesero notizie dell’intervento ed espressero la loro gioia sincera per il successo.
Il primo passo era fatto.

 

Enoah smontò da cavallo. Mentre uno dei cavalieri della sua guardia personale le teneva le briglie, il calzare della ragazza toccò leggero il terreno. Avevano dovuto assegnarle una scorta per le sue uscite. Lo Spettro Nero poteva colpire in mille modi. Anche Nesia, come lei, non poteva  lasciare il palazzo a piramide che era la loro dimora senza venire scortata. Gli accessi alle loro stanze erano sorvegliati giorno e notte dai loro fedelissimi Un popolo di telepati può percepire i pericoli senza sentinelle, e può servirsi dei propri poteri mentali contro una minaccia. Spade ed armature sarebbero state forse inutili, ma contro un’avversario come il loro, non bisognava trascurare nessuna misura. Il nome “Enoah” significava “pace” nella lingua del popolo di Myoltecopang, e lei ne era fiera. La vista delle armi le faceva sanguinare il cuore, soprattutto pensando che, pur  conservandone la conoscenza, il suo popolo non ne aveva fatto alcun uso per moltissimi dei nostri anni, ma ne capiva la necessità. Come voleva la tradizione, Nesia smontò dopo di lei con tutta l’aggraziata levità dei suoi quindici anni. Era aggraziata come….. come Françoise. Da quando la crisi si era fatta imminente, Nesia aveva voluto condividere totalmente il fardello di sua sorella accompagnandola sempre. Dopo Nesia, smontarono le loro ancelle, ed infine i robusti soldati. Come Enoah e Nesia, le ragazze indossavano tutte l’abbigliamento femminile da equitazione in uso a Myoltecopang: calzari a gambale alti fino al ginocchio, corte tuniche bianche rinforzate da corsaletti di acciaio a maglie embricate, ed una fascia metallica intorno alla fronte, con inciso a sbalzo il cerchio alato. Le armature a piastre dei soldati dagli elmi piumati avevano un’estetica similare, ma l’aspetto pesante e minaccioso del loro equipaggiamento, i loro mantelli rossi e le loro pesanti spade ne testimoniavano l’impiego cruento. Quei ragazzi sarebbero morti per lei, Enoah lo sapeva e ne era grata, ma la vista delle armi era comunque per lei una sofferenza. Sapeva però che una principessa, anzi, una “Helayma” come lei, cioè una “Risplendente”, doveva essere capace di affrontare anche il dolore e la paura. Nesia lo stava imparando.
Enoha fece il suo ingresso nell’osservatorio astronomico di Myoltecopang. Nesia camminava alla sua sinistra, un poco arretrata. Le ancelle fecero seguito, disponendosi su due file paralelle dal passo leggero ma cadenzato. Poi seguirono i soldati. Quattro di loro rimasero alla porta.
In fondo al corridoio, il rettore dell’osservatorio la accolse insieme a tre assistenti. Quel vegliardo dalla fluente barba bianca e dagli occhi sereni e vivaci le parlò con aristocratica semplicità.
“Benvenuta fra noi, Helayma”
Enoah mosse la mano destra nel saluto rituale alla Luce.
“La Luce benedica te ed i tuoi allievi, saggio Anziano. Vorrei poter ascoltare le tue parole di saggezza, ma, perdonami, la mia missione non può attendere. Ho saputo che la vostra scienza ha individuato il grande nemico”
“E’ così, Helayma”
“Mostrami il tuo lavoro, saggio Anziano”
“Abbiate la bontà di seguirmi, Helayma”
I due battenti del portale di bronzo si ritirarono nelle pareti, ed i quattro astronomi precedettero Enoah ed il suo seguito. Due soldati rimasero indietro a sorvegliare la porta.
Erano entrati in una sala circolare sormontata da un’altissima cupola di piastre imbullonate. Al centro della sala, le parti meccaniche di una colossale montatura reggevano un telescopio costituito da una lunga gabbia cilindrica munita di una serie di lenti su guide scorrevoli e di calibri di precisione azionati da viti senza fine. Lungo la parete ricurva della sala, lavagne piene di calcoli, scaffali di libri, mappe celesti, astrolabi meccanici e macchine calcolatrici meccaniche sorprendentemetne raffinate testimoniavano l’amore per la pace e la conoscenza dei loro creatori.
Enoha fissò la mappa del sistema solare che gli astronomi le mostrarono.  Avevano calcolato la posizione dei pianeti rispetto al Sole nel futuro, quello di Françoise Arnoul. Una lunga orbita sinuosa che aveva inizio fuori dal margine della mappa terminava con una piccola sfera nera. Nesia sentì una fitta allo stomaco e vi appoggiò la mano. Le ancelle si mantennero composte e deglutirono per sfogare la tensione. I soldati avevano espressioni truci.
Enoha seppe ciò che le occorreva.
Il suo pensiero raggiunse le menti di tutti i presenti.
“E’ vicino ormai. E’ ora di agire!”

Senza saperlo, almeno per il momento, il Professor Gilmoure stava confermando i calcoli degli astronomi di Enoah. Ivan aveva percepito la presenza di un campo psicocinetico la cui sorgente era esterna al sistema solare. Prima di addormentarsi per lo sforzo, aveva fornito i dati al Professor Gilmoure, che si era servito della sua connessione al nuovo telescopio spaziale per effetturare una serie di osservazioni automatiche. Aveva anche ricevuto un’immagine dalla sonda Voyager 6, che aveva immortalato automaticamente l’oggetto dopo averne rilevato e comunicato la posizione. Le immagini non erano della migliore qualità, ma la loro sovrapposizione ed elaborazione attraverso un software di completamento su base statistica consentirono di mostrare con relativa precisione i contorni di un planetoide nero e gibboso che occultava una parte dello sfondo stellare. Le foto erano state scattate in differenti istanti, il che rese possibile ricostruire un’arco della sua l’orbita e stimarne la velocità e le dimensioni. La variazione del diametro apparente in secondi d’arco autorizzava a stimarne il diametro intorno ai cento chilometri. Il Professore aveva immediatamente contattato diversi colleghi astronomi, che si misero al lavoro. Il giudizio fu pressochè unanime. Le variazioni di velocità e direzione riscontrate non dipendevano da interferenze gravitazionali: avevano tutte le caratteristiche delle correzioni di rotta di un volo inerziale. Non erano il risultato di una cieca applicazione delle leggi naturali: erano il risultato di decisioni coscienti. Il Professore stava guardando la mappa stellare che il computer aveva stampato. L’orbita sinuosa che iniziava fuori dal margine del foglio era la perfetta replica di quella mostrata ad Enoah.
Osservando la foto il Professore ebbe un’idea. Chiamò Piunma e Francoise nel suo studio e gliela mostrò. Francoise si sentì mancare. Piunma rimase di pietra. Entrambi, sopraffatti dall’emozione, confermarono di avere già visto quel planetoide in sogno, nella “notte di Halloween”.  Senza neanche sapere perché, Francoise uscì all’aperto e si mise davanti al platano ad osservare intensamente il cerchio alato.

“Ivan, piccolino, ti ricordi di me?”
Ivan percepì il calore di una carezza vellutata sulla sua piccola guancia. Riconobbe il senso di pace e di calore che aveva provato quando Enoah lo aveva cullato, ed aprì gli occhi. La luce della luna entrava da una grande finestra aperta su una città di edifici a piramide. Era in una grande culla intarsiata di oro e argento. Vide il cerchio alato tatuato sul palmo della mano femminile dalle lunghe dita delicate che lo aveva svegliato, e poi il volto e la chioma nera di quella donna vestita di bianco che aveva chiesto il suo aiuto.
“Enoah!” rispose Ivan con gioia.
Si librò sopra la culla e si avvicinò al petto di Enoah, che lo prese in braccio carezzandolo delicatamente.
“Benvenuto, piccolino. Sono felice di rivederti. E’ giunto il momento che tutti paventavamo, mio piccolo Ivan. Il nostro nemico sta per colpire. Devo svelarti importanti segreti, ed ho bisogno di te per convincere i tuoi amici. Lo spettro Nero non vincerà, se saremo uniti”
Ivan percepì la presenza di un’altra persona nella stanza. Una presenza associata ad un’inspiegabile senzazione di familiarità.
“Chi c’è insieme a te, Enoah? Sembra la mia mamma….”
“Intendi Françoise Arnoul?”
“Sì! E’ qui anche lei?”
“Hai quasi indovinato, piccino. Guarda con i tuoi occhi, e comprenderai”
Ad un gesto di Enoah, un globo luminoso si accese, ed Ivan vide con i suoi occhi il volto di Francoise.
“Françoise! Tu qui! Ma….i tuoi capelli sono neri……sembri più giovane………chi sei?”
“Il mio nome è Nesia, piccolo Ivan”
“Nesia è mia sorella, Ivan” spiegò Enoah
“Felice di conoscerti, Nesia. Somigli tanto alla mia Françoise…”
“Sarò Françoise Arnoul fra moltissimi dei vostri anni, piccolino. Vuoi stare un po’ in braccio a me?”
“Io……sì”
Enoah glielo porse con garbo.
Nesia gli sorrise e prese a cullarlo con affetto.
“Sei davvero un bel bimbo. Sono felice di sapere che ti starò vicino. Ti sono sempre stata vicino, in un certo senso”
“Nesia, tu……..hai lo stesso profumo di Françoise…..”
Nesia lo strinse con tutta la sua tenerezza. Una lacrima le solcò il viso.
“Grazie, piccolino, grazie!” rispose lei commossa.
Grazie alla telelpatia, Enoah entrò in comunione con loro, e rimasero un minuto immobili, condividendo i loro sentimenti.
Fu Enoha a riprendere il dialogo.
“Ivan, piccolo mio, ricordi quando chiesi il tuo aiuto?”
“Sì…cosa devo fare, Enoah?”
“Lo Spettro Nero sta tornando. Il tuo mondo ed il mio verranno distrutti se non lo fermeremo”
“Parli del del planetoide che 003 e 008 hanno visto in sogno?”
“Quella mostruosità è reale, Ivan. Non è un semplice corpo celeste. Quello è il male. Non il semplice male derivante dalle azioni degli uomini, quello che nasce dai nostri errori. Quello è il caos in sé, trascendente ed assoluto. E’ esisistito prima degli uomini, prima di qualsiasi creatura intelligente, ed ha bisogno della sofferenza e del dolore come noi dell’aria che respiriamo. Non c’è modo di parlare e ragionare, con esso. Nel più remoto passato della vostra linea temporale, il mio popolo lo ha già combattuto. La Luce lo respinse. Guarda!”
Enoah sollevò la mano destra. Un rettangolo nero apparve sulla parete. Ivan vide Myoltecopang illuminata dal tramonto. Vide un cerchio nero nel cielo, e ne provò istintivamente repulsione. Il cerchio prese a sovrapporsi al sole. Vide un’enorme tempio a piramide, poi l’immagine percorse un lungo corridoio con due teorie di sfingi lungo le pareti. I due enormi battenti di legno adorni del cerchio alato in fondo al corridoi si aprirono sulla Camera del Cristallo. Enoha indossava il costume delle danzatrici di Myoltecopang, ed era in piedi al centro di un semicerchio di danzatrici. Udì la stessa musica dalle incredibili armonie ultraterrene che aveva commosso Frarnçoise, e vide Enoah danzare insieme alle fanciulle di Myoltecopang esprimendo tutto ciò che la danza avrebbe potuto esprimere. Secoli di civiltà e di arte richiamarono la potenza della Luce.
Dal cerchio alato in cima all’obelisco sul tetto del tempio a piramide nacque un raggio di luce sfolgorante che colpì quella massa nera proprio mentre si avventava carica di odio mostruoso per tutto ciò che fosse bellezza. Un lampo di primordiale energia pura avvolse tutto. Quando si dissipò, le rovine di Myoltecopang si ergevano in mezzo ad un deserto. Poi l’immagine mostrò una figura femminile in uniforme rossa in piedi in cima ad un duna. Ivan la riconobbe.
“Françoise!”
“Già, Françoise…..” disse Nesia, sorridendo”
“Ma……come potete essere qui? La vostra città fu distrutta…….”
“L’energia che colpì lo Spettro Nero ha come fonte il Cristallo della Luce. Si tratta di luce strutturata, in che modo non lo comprendiamo esattamente neppure noi. La danza rituale che hai visto consente di richiamarne l’energia. Un’energia intelligente. Nell’ultimo scontro con lo Spettro Nero, quell’abominazione riuscì a sottrarsi alla distruzione totale. Sdoppiò la linea temporale mentre veniva colpito. Nella nostra linea è stato distrutto e Myoltecopang venera ancora la Luce, ma nella vostra è sopravvissuto. Seppure martoriato e ricacciato ai confini dell’universo, è sopravvissuto e sa che il Cristallo della Luce si è infranto. La mia forma umana del vostro tempo, insieme ai  superstiti del mio popolo, ne tramandò un frammento, che giunse fino ad una mia discendente di nome Hathor”
“Hathor!”
“Sì, e lei lo diede a Françoise Arnoul, dopo che finalmente lei ed il suo amato Joe Shimamura…..beh, sei piccolo per queste cose……”
“Allora Françoise ha il Cristallo!”
“La tua Françoise è la prescelta ora. Ricordi la cerimonia di fronte al cerchio alato inciso sul platano di fronte alla tua casa, Ivan? Grazie al tuo aiuto la tua cara Françoise ha eseguito la cerimonia di iniziazione che tutti i figli del cerchio alato celebrano. Spetta a lei ora ripetere il rituale che io stessa celebrai un tempo. Dovete trovare la Camera del Cristallo, portare con voi il frammento in  vostro possesso e permettere a Françoise Arnoul di eseguire ciò che le abbiamo insegnato. Sappiamo che nel vostro tempo lo Spettro Nero ha tre servi, tre fratelli a capo di una potente setta, che cercheranno di impedirlo. Dovete fermarli, o tutto sarà perduto, sia per noi che per voi. Non non sappiamo esattamente dove si trovi la Camera nel vostro mondo. Le terre emerse hanno adesso una differente configurazione. Possiamo solo indicarvi un’area piuttosto etesa. Il resto spetta alla vostra squadra” 
“Ma Françoise come potrà eseguire il rituale?”
“Quando il momento verrà, ricorderà ciò che le ho insegnato”
“Hai detto che la aiuterete. Come farete?”
“Sferreremo contro il Nemico di Tutto un attacco a cui stavolta non potrà sottrarsi. La prescelta si troverà in due luoghi contemporanemente ed al contempo in due momenti differenti”
“Grazie a Nesia!” esclamò Ivan.
“Ora comprendi” disse Nesia “Io e Françoise Arnoul celebreremo il rito insieme, e la Luce colpirà le Tenebre da due tempi differenti. Nel momento stesso in cui lo Spettro Nero  potrà schermarsi da un attacco, si renderà vulnerabile all’altro”
“Bisogna spiegare tutto al Professor Gilmoure e agli altri, e fornirgli ogni informazione possibile”
“Per questo, ci occore il tuo aiuto, piccolino” disse Enoah, carezzandogli il dorso della manina con la punta dell’indice.
Ivan si concentrò. Enoah sentì il suo pensiero e gli rispose.
“Entra in comunione con me e con Nesia, Enoah” esortò Ivan con gioia.
“Ti apriremo le nostre menti, piccolino”
Nesia ed Enoah lo accolsero.
Ivan sentì una gioia ed una pace che parevano infinite.

Hilda riaprì lentamente gli occhi. Per un istante la luce li ferì. Li chiuse e li strofinò con le mani, cercando di dissipare i fosfeni multicolori che la tormentavano sotto le palpebre. Li riaprì e, mentre le macchioline di colore si dissolvevano permettendole di vedere il soffitto bianco, l’odore di antisettico le penetrò nelle narici. Si rese conto di non indossare nulla. Era coperta solo dal  lenzuolo del lettino operatorio. Poi vide due sagome umane in camice bianco. Un’infermiera ed un dottore.
“Dove sono? In che ospedale mi trovo? Siamo a Berlino Ovest, vero?” chiese in tedesco.
“Si calmi, signorina. Non siamo a Berlino Ovest” disse il Professore, con voce gentile.
“Oh, no! Siamo nella parte Est allora? Sono progioniera?”
“Non ci troviamo a Berlino, signorina”
“E dove allora?”
“Siamo in Giappone”
“In Giappone?! Dottore, non mi prenda in giro! Se dovete lavarmi il cervello, fatelo almeno senza divertirvi! Il mio fidanzato, Albert, quello che guidava il camion…. vi scongiuro, ditemi che ne avete fatto”
Fu l’infermiera a rispondere. Hilda ne notò l’accento francese.
“Non si disperi! Sorrida, invece. Il suo fidanzato è qui!”
“E’ vivo!”
“Sì”
“Dio sia lodato! Ora che cosa ci farete?”
“Vi aiuteremo”
“Ma…..chi siete? Che posto è questo?”
“Mi permetta di presentarmi. Mi chiamo Gilmoure e sono uno scienziato. La signorina che mi ha aiutato ad assisterla fa parte del mio staff”
“Il mio nome è Françoise Arnoul. Felice di conoscerla, Hilda. Ci troviamo nell’infermeria della nostra base. Si trova fra amici” le disse
“Felice di conoscervi ma…..capirete il mio stato d’animo. Siete del servizio segreto americano? Della polizia? Non capisco…….”
“Signorina, temo di non poterle spiegare brevemente la situazione complessa in cui lei si trova” iniziò il Professore “Partirò dal principio, e la prego di avere fiducia in chi vuole aiutarla. Si trova fra amici, sia suoi che del suo fidanzato Albert,  con il quale lavoriamo da anni”
“Lavorate insieme da anni? Com’è possibile?!”
Francoise seguiva la conversazione impugnando di nascosto una siringa di sedativo. Era una fase critica. Dall’esterno, Albert e gli altri  seguivano tutta la conversazione dai monitor.
“Lei è rimasta…….diciamo incosciente per molto tempo, a differenza del suo fidanzato”
“Per quanto tempo?” chiese con voce ansiosa.
“Diversi anni” rispose il Professore.
“Vuol dire che quell’incidente che ricordo come appena successo è accaduto anni fa? Non ci credo! Lei mente! Volete lavarmi il cervello! Questo è un carcere!”
Il Professore assunse un’espressione grave.
“Se fosse Albert in persona a confermarglielo, gli crederebbe?”
La giovane tedesca rimase interdetta.
“Fatemelo vedere”
Il Professor Gilmoure aprì la porta.
Albert entrò. Indossava l’uniforme rossa.
“Hilda!”
“Albert……oh…….Albert! Sei tu, sei davvero tu……è troppo bello…..amore mio….”
Albert corse ad abbracciarla. Lei si strinse a lui come una bambina, gli premette il viso contro il petto e si lasciò andare ad un pianto liberatorio, dolcissimo. Francoise svuotò la siringa e la gettò, con un nodo alla gola. Era sul punto di piangere insieme a loro.
“Hilda, ci sono qua io. Piangi finchè vuoi, ma di gioia!” le disse lui, carezzandole i capelli biondi “Siamo fra amici, puoi fidarti di loro!”
“Albert, è vero che quell’incidente è successo anni fa? E’ vero che ci troviamo in Giappone?”
“Sì, Hilda. E’ vero ma….affrontiamo una cosa per volta. Devi rimetterti da un trauma. Devi recuperare il tuo passato ed il tuo presente per gradi….controllando le emozioni. Ci sarò io vicino a te. Insieme ricominceremo!”
“Accanto a te, amore mio, ho affrontato la morte. Ora affronterò la vita”
Hilda strinse la destra di Albert, e si accorse che era di metallo.
“Oh! Che ti è successo. Una mano artificiale……..”
“Si, amore mio. Dopo l’incidente ho subito un’intervento che mi ha consentito di sopravvivere, ma al prezzo che vedi. Sono in parte diverso da prima. Affronteremo la cosa per gradi. Devi avere fiducia in me”
“Albert, hai perso la mano….”
“Lo so, ma ho saputo accettarlo. Anche tu hai subito un’intervento molto pervasivo”
“Cosa? Di che genere? Chi mi ha operato?….sono stati loro?” esclamò indicando il professore e Françoise.
“No! Non sono stati loro! E’ stata un’organizzazione criminale che usa gli esseri umani come cavie. Ci hanno salvato la vita, ma solo per usarci. Anche tu, incosciente, eri nelle loro mani. Ci hanno raccolto dopo l’incidente, tutti e due. Grazie al Professor Gilmoure, io ed un gruppo di cyborg come me siamo riusciti a fuggire, ed infine ti abbiamo liberato dal Fantasma Nero”
“Fantasma Nero………Black Shadow……”
La ragazza parve esitare sull’orlo di un ricordo.
Albert si rivolse al Professor Gilmoure.
“Potete dimetterla, Professore?”
“Fisicamente è a posto. Può lasciare l’infermeria. I suoi abiti sono pronti”
Albert si rivolse ad Hilda.
“Te la senti di alzarti?”
“Sì…….sto bene”
“Vestiti, allora. Ti aspetto fuori. Ti mostrerò la nostra casa e ti presenterò i miei amici. Poco per volta capirai”

Il falò acceso da Geronimo sulla spiaggia scoppiettava allegro. Il pesce e le salsicce di Chang erano squisite. Sopra di loro, come una miriade di diamanti su un panno nero, il cielo stellato si curvava fino a raggiungere il mare. La striscia argentea e tremula del riverbero lunare sulle acque increspate pareva un ponte verso l’orizzonte. Hilda, Albert, i Cyborg, Ken e Romy erano seduti intorno al fuoco.
“Adesso sai tutto, Hilda” le disse Albert.
Uno dopo l’altro, tutti i cyborg si erano presentati ad Hilda narrandole le loro storie ed offrendole la loro amicizia.
Françoise aveva preso le mani di Hilda nelle sue e l’aveva guardata con occhi profondi.
“Noi siamo stati una famiglia per Albert, e lui un fratello per noi. Saremo anche la tua famiglia se lo vorrai”
Hilda aveva pianto a quelle parole ringraziandola, ed aveva chiesto scusa per quelle lacrime stringendosi ad Albert.
Joe, solitamente taciturno, si era aperto quella sera. Con grande gioia di Francoise, aveva parlato di sé a lungo, come se volesse condividere la sua storia con tutti, e non solo con Hilda. Di fronte alle lacrime di gratitudine della ragazza, fu lui a parlarle.
“No! Non devi scusarti……..le tue lacrime sono bellissime……..considerati una di noi”
La risposta di Hilda lo mise piacevomente in imbarazzo.
“Vuoi mostrarti duro, ma in realtà sei un ragazzo dolce, Joe Shimamura, e si vede quanto ami Françoise” Françoise arrossì, abbassò lo sguardo con fare verecondo, e poi si volse a guardare Joe. Le stelle parvero riflettersi nell’azzurro dei suoi occhi.
Hilda proseguì.
“Se voi, come cyborg, potete amarvi, anche io ed Albert possiamo”
Romy, commossa, si era appoggiata a Ken, che l’aveva abbracciata. Loro non erano cyborg, ma si sentivano ugualmente parte di quel gruppo.
Ken aveva soltanto ascoltato, fino a quel momento, ma decise di esternare quello che provava.
“Siete cyborg, ma anche le creature più umane che io abbia mai conosciuto. Molti umani dovrebbero ascoltare ed imparare la grande lezione di umanità che mi avete dato questa sera. Quando lo feci salire con me sul podio, a Daytona, Joe mi offrì la sua amicizia ed io la accettai con gioia. Ora tutti voi potete considerarmi un amico. E non dimenticherò mai che io e Romy vi dobbiamo la vita. Grazie, grazie di cuore”
Geronimo annuì con soddisfazione.
“Sei un ragazzo leale, coraggioso ed onesto, Falco che corre. Ho visto con quale coraggio hai combattuto per la squaw Capelli di Fuoco” disse il gigantesco pellerossa, mentre Romy sorrideva al nome di battaglia che Geronimo le aveva attribuito “A nome di tutti, accolgo la tua offerta di amicizia, ed anche Capelli di Fuoco sarà amica della nostra tribù. Da ora in poi, i tuoi amici saranno i nostri amici, ed i tuoi nemici saranno i nostri nemici”
I cyborg annuirono tutti.
Anche Romy parlò.
“Capelli di Fuoco ringrazia, Geronimo. Sapete,…..vi sono persone che disprezzano la vita ed i sentimenti, che le voltano le spalle con la droga, che si sentono onorati della sofferenza altrui……..vi sono mostri in forma umana che non hanno meccanismi nel corpo e, tuttavia, seppure “umani”, programmano freddamente sterminii e torture…….voi non fareste mai nessuna di queste cose, perché avete il coraggio della sofferenza, e da esso nasce quello dell’amore…….grazie per quello che ci avete dato questa sera…..siete umani quanto me, anzi , più di me. Siete……siete le persone più belle del mondo!”
Albert fece scivolare un foglio ripiegato in mano ad Hilda e le disse piano in un’orecchio “Questa la scrissi per te molto tempo fa, credendoti perduta per sempre. Non avrei mai immaginato che avresti potuto leggerla”
Hilda lesse quella lettera, lasciando che tutto il sentimento che ne traspariva inebriasse il suo animo e le colmasse il cuore di commozione e gioia.

(Nota: la lettera di Albert ed Hilda è il testo integrale della fanfiction “Lettera ad un’amore perduto” contenuta nell’antologia “Michela’s Fanfic” reperibile nel sito “Cyborg009 il forum italiano” alla pagina web http://nuke.cyborg009.it/Fanfiction/tabid/56/Default.aspx )

Per la mia amata Hilda

Amore mio,
permettimi di chiamarti così ancora una volta. Non capisco bene il significato di questa                                 lettera, ma all’improvviso ho sentito il bisogno di scrivere tutto quello che ho dentro. È un                                 addio sì… l’ennesimo addio…
Da quando te ne sei andata tutto appare inutile… sono solo, nonostante tutto. Avrei desiderato tanto continuare a vivere quel sogno bellissimo che avevo iniziato insieme a te. Avrei voluto esserti sempre accanto per condividere la gioia e i dolori, condividere le emozioni... E’ da te che avrei voluto avere un figlio, sì! Sarebbe stato bello avere un bambino da te… rivedere nei suoi occhi la luce degli occhi della persona che ho amato e che amo di più al mondo, più della mia stessa vita. Ma il destino ha voluto diversamente…
Il nostro è stato un amore autentico. Continuo a portarmi questo dolore dentro, anche dopo tutti questi anni, ma come posso non soffrire se ti  amo così tanto? Se so che non potrò più averti vicino a me? Mi hai dato tanto, mi hai fatto sentire speciale, sei entrata nel mio cuore senza neanche me ne accorgessi. Mi sei stata vicina nei momenti in cui ne avevo più bisogno e con le tue parole e il tuo affetto mi hai  aiutato... Mi hai fatto trovare il valore nelle cose vere della vita, mi hai donato il sorriso nelle giornate più tristi. Tu eri sempre lì…soltanto per me.
Mi hai fatto conoscere il vero significato della parola amore. Ti ringrazio per questo, per avermi fatto capire cos’è l’amore, quello vero,  quello che si incontra una sola volta nella vita.
A volte penso se sarò mai tanto fortunato ad incontrare una persona che possa amarmi come tu hai fatto con me… ma… che senso avrebbe ora?  Nessuno. Che senso avrebbe credere che al mondo ci sia una persona capace di amare una macchina… un cyborg?
A volte mi guardo allo specchio e non mi riconosco più. Il mio volto è quello di sempre, ma senza vita, senza gioia... solo un grande dolore. Vorrei ritrovare la persona che ero tanto tempo fa, prima che i Fantasmi Neri mi annientassero come uomo, prima che la sofferenza mi spezzasse il cuore...
Mi manca il tuo sorriso, la tua gioia di vivere, mi manca ciò che… lo so… non tornerà mai più. Per quanto posso adesso, cerco di vivere la vita in tutti i suoi doni, così come viene, giorno per giorno, cercando di superare le avversità. Cerco di trovare la forza immergendomi nel tuo ricordo, nel conforto degli amici a me vicini…
Sai… mi piacerebbe molto poterti rivedere, anche solo per un’ora, un giorno, ma rimarrà soltanto un sogno…
Fa male sapere che ti ho avuto per un istante e adesso dovrò passare un tempo infinito senza di te, fa male sapere cos'è la felicità e non poter far nulla per farla tornare.
Ti chiedo perdono per averti portato con me quella maledetta notte… la notte in cui un uomo di nome Albert Heinrich è morto e risorto come il cyborg 004, una macchina creata per uccidere…
Ti ho amato molto mia piccola Hilda e continuerò a farlo per sempre perché il cuore di quell’uomo batte ancora... continuerà a battere per te…. solo per te…
Arrivederci amore mio… arrivederci e non addio…un giorno ci incontreremo di nuovo angelo mio…ci ritroveremo in un posto dove non esistono il male e il dolore… dove resteremo sempre insieme…per l’eternità…

Albert

Quando Albert andò a dormire, lei entrò nella stanza e chiuse a chiave la porta. Poi si tolse le scarpe, la camicetta e la gonna. Albert era già sotto le coperte. Lei si avvicinò, gli carezzò le labbra e gliele baciò dolcemente.
“Hilda” le disse lui “Io……forse il mio corpo non può…..”
Lei gli baciò la mano destra, facendogli sentire attraverso il metallo tutto il suo calore, e vi appoggiò la guancia. Albert la carezzò dietro al collo con la mano sinistra, proprio sul connettore parallelo dell’interfaccia bioelettronica che le avevano installato per farne un cyborg da supporto informatico.
“Il tuo corpo potrà, se tu lo vorrai” rispose lei “Il nostro amore è più forte del Fantasma Nero”
Albert la strinse a sè e la baciò.
Il Fantasma Nero fu sconfitto.
Per tutta la notte fecero l’amore con passione e tenerezza, parlando fra loro sottovoce.

 

Capitolo 8

Il gigantesco trasporto volante della scuderia Sayonji eseguì un dolce atterraggio verticale nel terrapieno destinato agli eventuali atterraggi d’emergenza del Dolphin. Quando Piunma lo vide sul monitor, notò una certa somiglianza con il loro aeromobile. Sicuramente un segno della passata collaborazione fra il professor Gilmoure e Sayonji, come l’auto trasformabile di Joe. Il Big Carry del Sayonji Racing Team aveva una fusoliera decisamente simile al rimorchio di un’autosnodato,  ali a delta retrattili ed una cabina di pilotaggio sopraelevata, costituita da un veicolo a sei ruote adatto a percorsi accidentati. Due turbine poste sotto la fusoliera consentivano atterraggi e decolli verticali, in modo da non richiedere piste asfaltate, mentre la spinta orizzontale era fornita da due turbine posteriori. Quando le turbine a spinta verticale del Big Carry si spensero, il supporto a forcella che reggeva la cabina semovente depositò a terra il veicolo a sei ruote motrici grande quanto un camion di medie dimensioni, che si fece strada lungo il percorso sterrato affaccendandosi come un’enorme insetto. Quando si fermò di fronte alla villa del Professor Gilmoure, uno dei portelli laterali si aprì divenendo una scala. Sayonji la scese per primo, e si mise di fronte al muso del veicolo. Scese anche Sakura, mettendosi al suo fianco. Poi fu il turno dei piloti, che si misero dietro a Sayonji, due per lato. Mentre quella formazione avanzava in silenzio, Ken e Romy, che attendevano di fronte alla villa insieme a Joe, Jet ed il Professor Gilmoure, provarono il desiderio di trovarsi mille chilometri lontano. Erano grati al Professor Gilmoure per la sua saggia decisione di intercedere a loro favore presso Sayonji.
Sempre in testa alla formazione dei suoi, Sayonji giunse a distanza di colloquio ed esordì alla sua maniera.
“Hayabusa, amore mio!”
Come uno scolaretto colto sul fatto, Ken replicò con un comico tentativo di apparire disinvolto.
“Ehm, salve ingegnere….che piacere….”
“Ah! Sei contento di vedermi, Hayabusa? Anche io sono felicissimo di rivederti…..mi sei mancato tanto, te e le tue “hayabusate”, ma sono certo che durante la tua assenza avrai trovato il modo di deliziarci tutti con il tuo talento. Ho tante cose da dirti, sai?”
Romy ascoltava a capo chino, rossa come i suoi capelli per l’imbarazzo.
Sakura si intromise.
“Insomma, fratello! Siamo ospiti in casa altrui e devo ricordarti le buone maniere?”
Sayonji si bloccò. Sakura fece l’inchino di cortesia al Professo Gilmoure e si presentò.
“Buongiorno. Il mio nome è Sakura Sayonji, e sono onorata di fare la sua vostra conoscenza, Professore”
“Piacere, signorina Sakura” replicò gentilmente il Professor Gilmoure “Deduco dal vostro cognome che siete una parente dell’ingegner Sayonji”
“E’ mia sorella, Professore. Felice di rivederla!”
Sayonji tese la mano all’anziano scienziato, che la strinse con calore.
“E’ passato un bel po’ dalla nostra ultima collaborazione, vero ingegnere?”
“Vero, ma me ne ricordo come fosse ieri. Professore, durante il nostro contatto  al videotelefono siete stato evasivo. Mi avevate promesso spiegazioni….”
“E le avrete, ingegnere. Più di quante ne possiate immaginare. Accomodatevi nella nostra casa. Sarete nostri ospiti per il pranzo. Abbiamo molto tempo, e molto devo svelarvi. Si tratta di informazioni di vitale importanza”
“Riguardano anche quei due?” ripose Sayonji, indicando con il pollice Ken e Romy, che Sayonji aveva riconosciuto grazie ai capelli rossi.
“Anche loro, ingegnere”
“Allora sarò tutt’orecchi!”
Sakura salutò Joe e si avvicinò a Jet.
“Ciao, Jet” lo salutò lei, sentendo il bisogno improvviso di abbracciarlo. Molte volte si era chiesta se i colpi di fulmine fossero possibili. Capì in quell’istante di esserne stata vittima. Jet lo sentì. Fra di loro si era instaurata quella meravigliosa empatia che incatena i cuori degli esseri umani all’improvviso.
“Ciao, Sakura… sei bella come un fiore di ciliegio… tu…”
“Io…?”
“Tu sei troppo per me…”
“No, Jet, non sono troppo per te…”
“Sakura, ci sono cose di me che non sai, forse avrei dovuto dirtele prima di…”
“Prima di cosa?”
“Prima di innamorarmi di te…”  le disse, senza riuscire a fermare quelle parole. Subito dopo abbassò lo sguardo e strinse i pugni. Si meravigliò di se stesso. Lui, il duro, il teppista di strada, lo spavaldo, il guerriero della notte… disarmato da quella ragazzina… come aveva potuto lasciarsi andare ad una simile confessione?
Sakura vacillò per un istante, coprendosi il volto per nascondere il rossore.
“Oh, Jet! Non dirmelo così, ti prego! Non qui! Cielo, che gioia! Sono felice, Jet. Sono tanto felice!”
“Aspetta, Sakura… tu non sai… perdonami… io…”
“Non parliamone ora, Jet”
Joe aveva intuito cosa stava accadendo fra loro, e si allontanò con discrezione. Lo sguardo di Sakura era lo stesso che Françoise aveva per lui. Françoise però era un cyborg, esattamente come lui. Sakura era umana.
“Avresti dovuto dirglielo subito, Jet” pensò Joe “Ma d’altronde è successo tutto così in fretta da non lasciartene il tempo. Io, comunque, sono la persona meno adatta a giudicarti… la tua Sakura potrebbe soffrirne, ma d’altra parte, quante volte ho fatto soffrire la mia Françoise?”
Si voltò a guardarli.
Sakura diede un rapido bacio a Jet e quasi fuggì via, come un’adolescente. Jet aveva un’espressione dolce ed al contempo sofferente sul viso, che Joe non avrebbe mai creduto di vedergli.
Forse l’amore avrebbe vinto anche la barriera che li separava… chissà.
Joe se lo augurò di tutto cuore.

Sayonji ed i suoi piloti ascoltavano il resoconto di quanto accaduto a Ken e Romy ed il Professore chiariva loro i rapporti fra Fantasma Nero e Black Shadow. Sakura seppe di Jet. Le si mozzò il respiro. Jet si sentì morire. Non resse lo sguardo di Sakura e si allontanò.
Ivan stava dormendo nella sua culla. Françoise gli stava rimboccando le coperte. Sentì la voce di Jet attraverso la trasmittente interna.
“Françoise, posso parlarti?… ti prego… ne ho davvero bisogno”
Françoise rimase stupefatta dalla nota di dolore disperato che percepì nella voce di 002. Capì che Jet doveva farle una confidenza importante.
Immaginò di cosa si trattasse. Joe glielo aveva accennato.
“Vieni pure, sono nella stanza di Ivan”
Il piccino dormiva.
Françoise uscì dalla stanza lasciando socchiusa la porta.
Jet giunse proprio in quell’istante.
“Françoise, che cosa ho fatto?”
“Ti riferisci a Sakura Sayonji, vero?”
“Come lo sai?”
“E’ stato Joe a dirmelo”
“E’ successo tutto così di colpo, io… all’inizio volevo solo fare amicizia ed essere galante, poi ho pensato al breve flirt di una sera, poi ho capito quanto fossi solo… tu sei l’unica donna del gruppo ed ami Joe… io non ho nessuno… e poi mi sono innamorato come un ragazzino… non sopportavo l’idea  di essere respinto e non sopportavo l’idea di perderla svelandole la verità, ho rinviato quel momento ed ora ho le spalle al muro. Maledizione, l’ha saputo da altri… Ho sbagliato tutto, Françoise. Ora lei soffrirà per colpa mia…”
“Tu hai avuto un gran coraggio, Jet: il coraggio di amare. Magari lo hai avuto sbagliando, ma lo hai dimostrato. Non devi vergognartene. Non avrei mai immaginato che tu fossi capace di una simile confessione.”
“Tu e Joe siete cyborg entrambi, lei è umana… io… come reagirà ora?”
“Non posso darti certezze, ma comunque vada, so che affronterai da uomo la gioia come il dolore. Vai fino in fondo, Jet Link. Se non metti in gioco te stesso, sei sconfitto in partenza”
“Non sarebbe stato meglio se fossi stato il solo a soffrire?”
“Non puoi comandare al tuo cuore, e neppure Sakura può comandare al suo. Ti conosco molto bene, Jet, e so che se non fossi davvero innamorato di lei non mi avresti parlato così… sento che ti preoccupi più della sofferenza di Sakura che della tua… ciò è profondamente nobile ed …umano”
“Che cosa devo fare, ora?”
“Affrontare la verità. Sapevi già cosa fare ancora prima di contattarmi. Avevi solo bisogno di sentirtelo dire da qualcuno. Vai da lei e parlale, chiedi il suo perdono, se lo ritieni giusto, ma guardandola negli occhi. Aprile il tuo cuore. Per il resto,  non puoi fare altro che sperare”
“Grazie, mia piccola ballerina”

Mentre Jet e Françoise dialogavano, la figura biancovestita di Enoah apparve ad Ivan nel sonno e gli parlò.
“I tuoi amici sono tutti riuniti, adesso?”
Ivan percepì la presenza dei nuovo arrivati.
“Sì, Enoah”
“E’ giunto il momento di svelare tutta la verità e di far comprendere loro come sconfiggere il Grande Nemico. Mi occorre il tuo aiuto, Ivan. Come d’accordo, devi fare ìn modo che il Professore attivi la sua macchina del tempo. Fallo prima che quell’uomo con tanti meccanismi nella mente… quel Sayonji… riparta. Quella che voi chiamate “bobina di campo” della vostra macchina del tempo può amplificare la nostra capacità di “cronotrasporto”, voi lo chiamereste così. Non lo avremmo capito senza la fusione telepatica con te, mio adorato piccolino. Tramite quella che la vostra matematica teorica consente di definire come “sfera di cronostasi”, teletrasporteremo la vostra dimora nel nostro tempo e luogo. Vedranno tutti Myoltecopang ed io parlerò a loro come feci con te!”
“Lo farò, Enoah!”
“Dipende tutto da te, piccino”
“Enoah…”
“Sì, Ivan”
“Ti voglio bene…”
Enoah lo carezzò sulla guancia con il pensiero e lo baciò con delicatezza.
“Mi colmi di gioia, piccolo mio. Di gioia e di amore. Proprio ciò che lo Spettro Nero non riesce a sopportare. Tutti noi contiamo su di te, mi raccomando! Se non vedranno Myoltecopang con i loro occhi, non crederanno a ciò che sveleremo”

Jet si diresse speditamente verso la stanza di Sakura, ma tutto il suo coraggio, nato dalla conversazione con Françoise, svanì presto di fronte a quella porta chiusa… lei era al di là di quella soglia, dietro quell’ultimo ostacolo… come si sentiva adesso? Come l’avrebbe accolto? Ricordava perfettamente la sua reazione quando il Professor Gilmoure aveva rivelato che tutti loro erano cyborg… lo aveva guardato con gli occhi sbarrati per lo stupore e se n’era andata… in quel momento si era sentito tremendamente in colpa…
“Beh… il peggio che ti può accadere è che ti uccida… e in fondo è quello che ti meriti razza di cretino!” disse a se stesso…
Bussò timidamente alla porta, mormorando: “Sakura, ci sei? Sono io… Jet… vorrei parlarti se non ti dispiace…”
Un ciclone infuriato aprì l’uscio della camera, esclamando: “A dire la verità… mi dispiace e molto anche!”
Fece per richiudere subito, ma Jet posò una mano sulla porta, tentando di tenere aperta l’entrata ancora per un po’, mentre Sakura forzava dall’altra parte… accidenti, quando voleva quella ragazzina aveva una forza sovrumana! Poteva benissimo fare concorrenza a Geronimo...
“Per favore… fammi entrare… voglio spiegarti…”
“Spiegarmi cosa? Che mi hai presa in giro per tutto il tempo?” si lasciò sfuggire un risolino “ed io che ci sono caduta come un’imbecille…”
“Le cose non stanno così…”
“No! Hai ragione… sono molto peggio in realtà…”
All’improvviso, Jet aumentò la pressione della sua mano sulla porta e Sakura fu costretta ad arrendersi e ad accondiscendere al suo ingresso nella stanza… alzò le mani, commentando ironicamente: “Ma prego… entra pure!”
Jet si sentiva mortificato dal suo comportamento, ma tentò di acquisire un po’ di calma… d’altronde era lui dalla parte del torto e, probabilmente, a ruoli invertiti, la situazione sarebbe stata identica…
Lei gli girò le spalle, dicendo: “Dì pure quello che devi e poi sparisci!”
Lui sospirò: “Sakura… mi dispiace… non avrei mai voluto farti soffrire…”
“Però l’hai fatto” replicò lei, con voce rotta dal dispiacere e continuò “cosa credi che abbia provato, come pensi mi sia sentita dopo che il Professor Gilmoure ha detto che siete… dei…” non riuscì a terminare la frase…
“Io…”
Lei si voltò… aveva gli occhi lucidi… e lui si sentì proprio un verme…
“Sai che cosa mi fa star male più di ogni altra cosa in questa faccenda?”
Jet rimase in silenzio… fissando interrogativamente quegli occhi… non sapeva cosa dire…
“Il fatto che tu non me ne abbia mai parlato…” disse, portandosi una mano sul cuore “…io provo dolore perché non hai avuto abbastanza fiducia in me da confidarti… santo cielo! A me non importa che tu sia un cyborg, potresti anche essere un superconcentrato di armi nucleari, chi se ne frega!...” e concluse, sospirando “…io ti amerei comunque…”
Jet si passò una mano tra i capelli, maledicendo se stesso per tutto il male che le stava procurando, ma un barlume di speranza si accese dentro di lui… aveva detto che lo amava… nonostante le angosce, nonostante le sofferenze, nonostante tutto… lei lo amava…
Sembrava che in quell’istante Sakura gli leggesse nella mente, perché disse: “Già, sono innamorata di te… ma del resto… lo sai benissimo… a questo punto sta solo a te decidere Jet, io ho fatto la mia scelta…”
Lui la fissava stravolto… aveva pensato di essere lui a condurre la conversazione, invece lo sguardo fermo e deciso di quella ragazzina lo stava facendo impazzire…
Decise di rischiare tutto… si avvicinò a lei e la prese tra le braccia…
La sentì abbandonarsi nel calore del suo abbraccio… aveva quasi dimenticato che cosa si prova ad essere innamorati, quale emozione sente l’anima nel tenere stretta a sé la persona amata… l’ultima volta era stato secoli fa… a New York… nella sua città… quando aveva sperato inutilmente di ricominciare un rapporto ormai finito… allora, aveva sofferto e aveva giurato a se stesso che non ci sarebbe caduto di nuovo, maturando quel lato del suo carattere irrequieto e scontroso… invece… quella ragazza così dolce, ma insieme così forte e determinata lo aveva fatto capitolare…
“Perdonami…” le disse… lei alzò gli occhi… stava piangendo, ma non erano lacrime di dolore…
“Perdonami, Sakura…” continuò “…è solo che… ho sofferto molto in passato, da quando sono un cyborg… e, a volte, le vecchie ferite tornano a sanguinare…”
Lei gli posò due dita sulle labbra, impedendogli di continuare: “Lo so… ma io non sono il passato Jet… sono il tuo presente e, se lo vorrai, il tuo futuro…”
Lui le sorrise… per la prima volta dopo tanto tempo sorrideva di autentica felicità… si chinò su di lei e la baciò, continuando a tenerla stretta, mentre con un piede chiudeva la porta della sua stanza dietro di loro…

 Romy e Ken erano di fronte a Sayonji.
L’ingegnere aveva appena superato lo stupore delle rivelazioni del Professor Gilmoure. Senza vedere con i propri occhi, avrebbe riso di cuore di quanto gli era stato spiegato. Erano cyborg… anche Link, e non gli era sfuggita la reazione di Sakura quando aveva saputo di Jet. Non gli era neppure sfuggita Hilda, l’ex agente di Ayab. Il Professor Glimoure ed Albert avevano dissipato i suoi sospetti. Romy stessa aveva contribuito a chiarire la nuova situazione.
“Ho sbagliato, ti chiedo perdono” disse Ken, con un tono profondo e serio che Sayonji non gli aveva mai sentito usare. Ebbe l’impressione che quel ragazzo fosse cresciuto improvvisamente.
“Ingegnere, se c’è qualcuno da biasimare, quella sono io… io sono entrata a far parte della Black Shadow… io ho indotto Ken a partecipare a quella gara… ho rischiato la vita di entrambi…ed ho anche rischiato di coinvolgerla in uno scandalo… dopo la morte di mio padre io…..”
Romy smise di parlare e pianse. Ken la abbracciò.
Sayonji rimase interdetto.
“Ragazzi, è vero che vi amate?”
Ken e Romy lo guardarono stupefatti. Si erano aspettati un torrente di improperi.
“E’ vero?” chiese di nuovo Sayonji.
“Sì” rispose Ken
“Ragazzi, vi rendete conto di ciò che avreste potuto provocare, vi rendete conto del fatto di avere rischiato la vita? Avete pensato a tutto il male che avreste potuto fare a voi stessi ed a coloro che vi vogliono bene? Ken, meriteresti di non correre più per me”
Ken esitò, poi rispose a capo chino.
“Hai ragione….”
“Oh no! No!” gridò Romy “Io l’ho spinto a farlo, ho fatto leva sui suoi sentimenti…”
“Ragazzi, dopo quanto mi ha svelato il Professore, in un momento tanto importante e grave, non mi lascerò andare a scenate. In tutta sincerità, giuratelo sulla memoria dei vostri cari, siete finalmente cresciuti abbastanza da capire il vostro errore e non ripeterlo? Se dovessi darvi fiducia, avrei poi motivo di pentirmene? Rispondete!”
“N-no! Da ora in poi, non prenderò mai iniziative senza che tu lo sappia…..ma, un momento! Hai detto “darvi fiducia”? Significa che….”
“Ken, dimmi, durante la tua famosa gara, come ti è parsa la tua fidanzata?”
“E’ alla mia altezza!”
Sayonji si rivolse a Romy.
“Immagino che l’offerta della Black Shadow non ti alletti più, vero, rossa?”
“Certo che no…”
“E di un’eventuale offerta della scuderia Sayonji, che ne diresti?”
Ken e Romy sgranarono gli occhi.
“Oh, sì! Sì!!”
Romy corse ad abbracciarlo.
Sayonji rimase di sasso.
“Credo di poterlo interpretare come un sì ma… non stringermi in quel modo davanti al tuo fidanzato, ragazza… non vorrei suscitare gelosie… e poi in fondo non sono mica Madre Teresa.”
“Ingenger Sayonji” gli disse Romy con voce profonda e dolce “Lei ha la stessa forza e la stessa bontà di mio padre… morirò piuttosto che deluderla.”
“Vale anche per me” disse Ken.
Sayonji tese la mano a Romy.
“Benvenuta a bordo, Lady Wells. Discuteremo i dettagli più tardi.”
Romy la strinse con lacrime di gratitudine.
“Per lei sono semplicemente Romy, ingegnere. Le devo la mia felicità.”

 

Sayonji stava stringendo la mano al professor Gilmoure per accomiatarsi. Avevano caricato sul Big Carry l’Hayabusa e la “Maestà Reale” e si accingevano a tornare al Centro Ricerche Sayonji per prepararsi alla gara di Tortica.
“Grazie di tutto, Professore. Shimamura, Link, la mia offerta di collaborare con me come piloti rimane valida, naturalmente. Fatemi sapere!”
Improvvisamente i due si bloccarono. Il soffio del vento, lo sciabordio del mare, il canto dei gabbiani, tutto era cessato di colpo. Il silenzio si era fatto assoluto. Il Professore corse alla finestra. I gabbiani erano immobili in cielo, come in fotografia. La luce del sole era come polarizzata.
“Professore! Non abbia paura, non è il fantasma nero! Dica a tutti di rientrare immediatamente nella villa.”
Era Ivan, che comunicava con la telepatia.
“003, vai da lui, subito!”
Françoise raggiunse di corsa la culla di Ivan e lo prese in braccio. Il bimbo era sveglio.
“Ivan, cosa succede? Siamo in pericolo?”
“No, 003. Enoha deve incontrarci”
Françoise sentì un tuffo al cuore.
“Enoha… ma era solo un sogno…”
“No, Françoise”
“Ma allora anche quell’orribile globo nero…”
“E’ lo Spettro Nero… Enoah ci insegnerà ad affrontarlo, servendosi della luce… Françoise, portami in laboratorio, dalla macchina del tempo. Dì al professore di riunire tutti intorno ad essa… se questo esperimento fallirà, saremo tutti perduti”
Françoise scese con Ivan in braccio.
Tutti, su suggerimento del professore, stavano guardando i loro orologi da polso. Erano fermi.
“Se fossi pazzo, sarei il solo a vedere gli orologi fermi” ossevò Sayonji “Professore, che cosa…?”
“La sola spiegazione è un campo di cronostasi…”
“E’ solo accademia” replicò Sayonji.
“E’ la versione ufficiale. In realtà, tecnologicamente è possibile. Io stesso ho realizzato una macchina del tempo funzionante basandomi su questo teorema”
Françoise si rivolse al Professore.
“Professore, Ivan dice che non si tratta del Fantasma Nero, e che dobbiamo riunirci tutti nella sala della macchina del tempo”
Ivan trasferì il proprio pensiero nelle menti di tutti.
“Enoah ci parlerà”
“Quella sognata da 003 e 008?”
“Lei…”
“Chi è questa Enoah?” chiese Yamato
“Siamo in pericolo?” chiese Sakura.
“Facciamo come dice Ivan, ragazzi”
“Ma cosa può saperne un bambino…” disse Sayonji
Ivan fluttuò nell’aria di fronte allo stupito Sayonji ed alla sua squadra.
“Il mio corpo è di bambino, non la mia mente. Il mio cervello è stato potenziato elettronicamente ed è in grado di ricorrere a facoltà psicocinetiche ed extrasensoriali. Seguiteci in laboratorio. Vivrete un’esperienza meravigliosa… e capirete”
“E se non fossimo d’accordo?” sbotto Gantetsu
“Se non ci aiuterete, il mondo intero sarà perduto”
“Come facciamo a saperlo?”  chiese Yamato.
“Seguiteci ed avrete la risposta”
Entrarono nei sotterranei della villa. Il professore li fece entrare nel suo laboratorio di meccanica temporale applicata. Sospesa fra macchine complicate, cavi e strumenti di vetro e metallo, una grande cabina pentagonale dalle pareti trasparenti occupava il centro della sala.
“Professore, attivi la macchina, la prego. Interagirà con il campo di cronostasi”
“Sì, amplificandolo. Sovrapporremo due flussi spaziotemporali…”
“Incontreremo Enoah… i suoi astronomi hanno calcolato la posizione del planetoide che si sta avvicinando alla Terra… non è un corpo celeste, è un’intelligenza, la vera essenza dello Spettro Nero… Enoah è la guida del popolo del cerchio alato, fu lei a farlo incidere a Geronimo per permettere il rituale di Françoise… ricorda? Insieme ad Enoah possiamo batterlo… faccia come ci ha chiesto, Professore. E’ lei ad aver creato il campo di cronostasi che ci sta avvolgendo.”
“Vuoi dire che quella notte di due anni fa, questa Enoah stava comunicando con noi… e che ora vuole metterci in guardia ed aiutarci a scongiurare la minaccia del planetoide?… è lei a generare il campo di cronostasi?”
“Lei, insieme alle menti di tutto il suo popolo. Possono fare ciò che noi otteniamo con la tecnologia. Azioni la macchina, Professore, possono mantenere stabile il campo solo per un tempo limitato.” Il Professore si avvicinò ad una console, digitò un codice segreto, premette la mano su un lettore d’impronta e si sottopose ad una rapida scansione retinica. Subito dopo, attivò la bobina di campo della macchina del tempo. Il sole invase improvvisamente l’ambiente in penombra, illuminando una splendida città di palazzi a piramide. Il soffitto divenne un cielo straordinariamente azzurro. Il pavimento a pannelli  metallici divenne il lastricato di marmo di un’ampia via dalla pavimentazione decorata con un’incredibile varietà di disegni artistici e colori.
Tutti si guardarono intorno.
“E’ un ologramma, deve esserlo! Professore, che trucco è questo?” gridò Sayonji.
“Non lo è, ingegnere… non lo è…” rispose con reverente stupore l’anziano scienziato.
Françoise riconobbe la città del suo sogno… ammesso che di sogno si fosse trattato. Stavolta, però, non stava dormendo. Non poteva sognare da sveglia. Era a Myoltecopang.
Inspiegabilmente, la cabina pentagonale della macchina del tempo e le attrezzature del laboratorio erano rimaste al loro posto.   Tutti guardarono l’incredibile e splendida città di palazzi a piramide, pinnacoli e giardini pensili, commossi di fronte all’indescrivibile bellezza delle sculture e dei fregi geroglifici, stupefatti di fronte agli effetti illusori di fughe di prospettive composte da elementi architettonici nati da una sensibilità ed una cultura umane, eppure estranee a tutto ciò che conoscevano.
Le terrazze, i parapetti ed i giardini iniziarono ad animarsi. Decine di volti di uomini, donne, bambini, anziani, ragazzi e ragazze dall’abbigliamento di foggia vagamente egizia li guardavano silenziosamente. Françoise mise a fuoco le loro espressioni. Erano serene ed amichevoli. Udì alcune frasi nella loro lingua, senza comprenderle. Sapeva però che la maggior parte della loro comunicazione era telepatica.
Geronimo, Piunma, Bretagna e Chang portarono la mano al calcio della pistola. Albert armò la mitragliera e mise Hilda al riparo. Joe la estrasse e si tenne pronto ad attivare il suo acceleratore. Ken fece abbassare Romy dietro una console, guardando in alto con apprensione. Il pensiero di Ivan giunse potente  a tutte le loro menti.
“No!!! Sono amici, non fate loro del male! Vogliono solo darci il benvenuto. Devono solo parlare con noi!”
“Ha ragione!” gridò Françoise “Joe, metti via quell’arma, ti prego!”
“Françoise…”
“Fidati di me, Joe”
“Io… tu come puoi…”
“Questa è la città del mio sogno, Joe. O meglio… di quello che credevo fosse un sogno… hanno bisogno di noi Joe, il loro nemico… lo Spettro Nero, è anche il nostro…”
Joe ripose il laser.
Grazie agli occhiali a specchio, Sayonji pareva avere la sua solita espressione seria e decisa. Si rivolse a Françoise.
“Mi scusi, Françoise, lei sa dove ci troviamo?”
“Io ho già visto durante il sonno questa città ingegnere”
“L’ha sognata? La vedo anch’io, ora, come tutti, e nessuno di noi sta dormendo. Non credo di capirci molto, ma di certo, se quella gente lassù avesse avuto intenzioni ostili, credo che avrebbe potuto attuarle facilmente”
Geronimo vide avvicinarsi una giovane donna dalla pelle ambrata e dai capelli corvini. La fibbia della cintura che le stringeva la veste bianca recava il simbolo del cerchio alato. Lo stesso motivo era ripetuto nei suoi orecchini. Teneva per mano un bimbo piccolo, che stringeva a sua volta la mano di una sorellina ancora più piccola. I bimbi avevano gli occhi grandi per la curiosità e lo stupore. I dolci occhi a mandorla della donna incontrarono quelli di Geronimo. Il suo sorriso era fine ed aristocratico; i suoi lineamenti, delicati. Con l’espressione grave e dolce al contempo che mai abbandonava il volto del gigantesco pellerossa, Geronimo le fece un’inchino in cui seppe esprimere tutto il suo senso innato della cortesia. La donna mosse la mano nel saluto rituale alla Luce e pronunciò con tono cortese alcune parole, che nessuno comprese. Dietro di lei, arrivarono altre persone, camminando calme e distese. Ai bordi della strada si tava radunando una folla, pacifica e silenziosa. Anche loro salutarono amichevoli, come la donna. Geronimo fece per uscire dal cerchio delle attrezzature del laboratorio, da cui nessuno di loro si era ancora mosso. Il Professore intervenne.
“Attento, 005! Non fare gesti ostili e rimani all’erta”
“Non c’è alcun pericolo, Professore” intervenne Ivan, rivolgendosi poi mentalmente alla donna “Qual è il tuo nome, giovane signora?”
“Il mio nome è  Mayla Behn Shay, piccolo Ivan. Il tuo amico dal volto dipinto e dalle grandi spalle pare non comprendermi”
“Lui non è un telepate; invia i tuoi pensieri nella sua mente, e lui capirà.”
Geronimo si era avvicinato alla donna, udendone la voce senza vederle muovere le labbra.
“Sei una telepate, come il nostro piccolo?”
“Sì. La Luce ti benedica… Geronimo. Mi chiamo Mayla Behn Shay, e questi sono i miei bimbi. Siamo tutti e tre onorati di fare la tua conoscenza. Benvenuto a Myoltecopang, straniero dal corpo forte e dal cuore puro… sento bontà in te.”
La bambina più piccola si avvicinò a Geronimo.
Il gigante in uniforme rossa si inginocchiò e le tese l’indice. La piccola lo strinse con la sua manina, sorridendogli.
“I bambini sentono la bontà senza bisogno di telepatia, Geronimo. Dì ai tuoi amici che siamo tutti qui per darvi il benvenuto secondo il rito solenne della nostra tradizione… la nostra Helayma Enoah vi verrà incontro… insieme a lei, a sua sorella Nesia, a tutti noi, voi renderete possibile la sconfitta del Grande Nemico, lo Spettro Nero… che ucciderebbe senza pietà i miei bimbi semplicemente perché sono innocenti”
“Mayla Behn Shay, a costo della mia stessa vita, non accadrà! I Guerrieri Siuox non possono mentire. O dicono la verità, o tacciono”
“Grazie, Geronimo dei Sioux… è questo il nome del tuo popolo? Sei figlio di un popolo nobile e fiero”
“Ti ringrazio, squaw”
“Squaw?”
“Nella mia lingua, significa “donna”
“Ah! Bene, Geronimo, questa squaw è lieta di averti conosciuto. Preparati ora ad essere accolto con tutti gli onori dalla nostra Helayma. Io devo farmi da parte, ora”
“E’ stato un onore ed una gioia conoscerti, Mayla di Myoltecopang.” Geronimo fece un cenno di saluto a tutti, e si avvicinò a Joe
Parlò con la trasmittente interna.
“Ivan ha ragione. Sono amici. E sono tutti telepati. Pare che la loro sovrana, che chiamano Helayma, verrà a darci il benvenuto di persona”
Un gruppo di ragazzi e ragazze molto giovani si era avvicinato a Romy, che poco per volta, dopo essersi pizzicata il gomito tre o quattro volte, si era resa conto di non sognare e, con flemma tipicamente inglese, si sentiva rassicurata dal fatto che i pazzi, in effetti, non si pongono mai il dubbio di essere tali. Quei giovani erano bellissimi. La guardavano con occhi dilatati dalla meraviglia. Anche Romy, come Geronimo, udì le loro parole senza veder muovere le loro labbra, e comprese la ragione del loro stupore. Erano i suoi capelli rossi. Non erano mai esistite rosse a Myoltecopang. Era ritenuto un colore impossibile per i capelli.
Una ragazzina si avvicinò e chiese di poterli carezzare.
“Come sono morbidi… sono come il plasma del fuoco… sono bellissimi. Il mio nome è Minois Vahn Melko, e questa è la mia città, Myoltecopang. Posso conoscere il tuo nome e la tua città?”
“Sono Romy Wells, la mia città si chiama Liverpool, e sorge su una grande isola del nord.  Felice di conoscerti, Minois” rispose Romy tendendole la mano mentre la ragazza le faceva con la destra il saluto rituale. Allora Romy imitò il suo saluto mentre la fanciulla le tendeva la mano. Entrambe sorrisero divertite da quell’equivoco ed apprezzarono l’intento di adattarsi l’una alla cultura dell’altra.
“Ecco che arriva il comitato dei festeggiamenti. Speriamo bene” fece Sayonji.
Ivan lo rassicurò.
“Non c’è nessun pericolo, ingegnere. Siamo fra amici. Si prepari ad aprire la sua grande mente. Quanto apprenderemo qui salverà il mondo”
“Sai, piccolo, è strano il modo in cui mi sto adattando a tutto questo. Non mi sento stupito più di tanto”
“Non dimenticate che ci troviamo in una civiltà di telepati. Sono loro a fare in modo che le nostre menti si sentanto a loro agio. Sanno che potremmo subire un shock. La loro sovrana lo ha voluto”
“Sovrana?” chiese Sayonji “Arriva la regina?”
“Non come la intendiamo noi, ingegnere… capirete”
Le danzatrici biancovestite avanzarono al tintinnio dei sistri volteggiando in stupende coreografie, complesse come l’ordito di un fantastico tessuto multicolore, mostrando tutta la bellezza, la grazia e l’eleganza delle figlie di Myoltecopang. Quando si aprirono disponendosi ai lati della strada, giovani muscolosi eseguirono numeri coreografati di scherma con lance, stiletti e spade, commemorando battaglie dei loro tempi antichi e mostrando il vigore dei figli del cerchio alato. Poi, artisti ed artiste, disponendo tessere di vetro colorato in aria grazie alla telecinesi, composero mosaici tridimensionali animandone le figure, dando vita all’equivalente del nostro cinema di animazione. Vennero poi attori ed attrici, che recitarono scene mitologiche trasferendo i dialoghi direttamente nelle menti degli spettatori. L’orchestra che eseguiva le musiche di accompagnamento, melodiose e ricche di arrangiamenti eseguiti da strumenti per noi sconosciuti non era visibile, ma non importava. Ogni musicista trasferiva il suono del suo strumento dalla sua mente direttamente in quella degli ascoltatori. Non vi erano e non potevano esservi problemi di acustica.
Quando gli attori ringraziarono e la musica cessò, la strada rimase libera. Tutti mossero la destra nel saluto rituale e lo mantennero, cantando con le loro voci un melodioso peana, mentre una piramide a gradini sormontata da un trono adorno del cerchio alato avanzò, sostenuta dalla telecinesi, che la manteneva sospesa ad un metro dal suolo.
Assisa sul trono, fra due ali di ancelle, sedeva una donna dai capelli corvini e dal volto ascetico, bella e serena come potrebbe esserlo un angelo.  Una donna che Françoise riconobbe con un tuffo al cuore.
“Enoah!”
La donna rispose con il pensiero, in modo che tutti comprendessero. Le sue parole erano musica.
“Felice di rivederti, Françoise Arnoul. Tu ed i tuoi amici siete i benvenuti. Io sono Enoha Zhem Rendang terza, Helayma di Myoltecopang, la nostra amata città di palazzi a piramide, e, come tutto il mio popolo, servo la potenza della Luce. Abbiamo celebrato per voi quello che chiamiamo “rito del benvenuto”. Con esso, tutta Myoltecopang vi rende omaggio, amati ospiti. Mio è il compito e l’onore di ricevervi, e lo adempio con gioia ringraziando la Luce. Molto dobbiamo condividere, molto abbiamo da svelarci, per allearci contro il grande nemico… sì, Professor Gilmoure, lo Spettro Nero… non si tratta di fantasie, Ingegner Sayonji” Sayonji rimase di sasso ”Vorrei tanto che si trattasse solo di mitologia… ma è reale. Avrete molte domande, immagino. Abbiate la bontà di seguirmi nella mia dimora. Prendete posto sulla piramide del mio trono, negli scranni riservati agli amici del nostro popolo, e la raggiungeremo.” La piramide si abbassò fino a terra, permettendo loro di prendervi posto, poi si librò nuovamente, ruotò lentamente di centottanta gradi sul suo asse, e si avviò dolcemente, fra due ali di folla omaggiante.
Quando giunsero di fronte all’immenso portale della “Piramide della Reggenza Celeste”, rendendone il nome in una lingua totalmente fonetica come la nostra, anziché nella combinazione di suoni e messaggi telepatici che caratterizza la lingua di Myoltecopang se impiegata in tutta la sua complessità, i battenti di bronzo fregiati del cerchio alato si ritirarono nei bastioni ed il trono attraversò la navata centrale di una sala immensa. Nelle navate laterali, uomini e donne abbigliati con vesti bianche e rosse attendevano in silenzio. Il trono si rivolse verso l’ingresso e si adagiò in un vestibolo immenso. Tutti i presenti intonarono un coro polifonico di straordinaria complessità e di profonda armonia. Quando le architetture sonore di quella meraviglia cessarono di permeare l’aria, Enoah si alzò dal suo alto scranno e si rivolse agli ospiti.
“La Luce vi benedica, nobili amici del mio popolo! La nostra gioia è grande, ed avremmo tanto da condividere, ma su di noi e su di voi pende una minaccia terribile. Sì, Professor Gilmoure, è la stessa che voi conoscete, e si incarna nel planetoide che lei ed Ivan avete osservato! Sì, Ingegner Sayonji, anche quella che chiamate Black Shadow è uno dei suoi tentacoli! Sì, mia cara Hilda, tu ed il tuo amato Albert ne foste le cavie, come tutti i vostri compagni cyborg! Sì, Romy Wells, anche tu lo saresti stata! Sì, Ken Hayabusa, tuo padre e quello della tua amata Romy, ed anche tuo fratello, li hai persi per colpa dei suoi servi umani! Sì, Françoise Arnoul, sei qui per una ragione speciale, ed il nostro primo incontro non fu quello che tu credesti un semplice sogno. Ora capirai, e capirete tutti… c’è una persona che devi incontrare, Françoise Arnoul, avvicinati, vieni…”
Enoah le tese le mani. Françoise salì la scala e giunse di fronte ad Enoah. Gli occhi di Enoah, profondi ed ascetici, le diedero un senso di pace infinita. Enoah le strinse le mani. Françoise ne ricambiò  la stretta delicata, e riamse impressionata dalla pelle di Enoah. Neppure la seta più raffinata poteva essere tanto morbida e delicata.
Il comando mentale di Enoah raggiunse tutti.
“Vieni, mia piccola Nesia… Françoise è giunta…”
“Chi…?” Fece per chiedere Françoise, ma ciò che vide le tolse il fiato.
Chi le aveva messo un specchio di fronte? No! I capelli erano neri, la carnagione più scura. Françoise tremò.
“Chi sei? Il tuo volto… tu…”
“Il mio nome è Nesia Zehm Rendang, Françoise Arnoul, e sono colei che tu fosti in un tempo in cui, secondo la tua gente, ancora non esistevano uomini sul nostro mondo. Tu sei colei che io sarò in un tempo in cui del nostro ricordo rimarranno solo vaghe tracce sconosciute ai più”
“Vuoi dire che io…”
“Sei stata e sarai sempre una di noi, Françoise Arnoul… io rivivrò in te… e sono felice di sapere che sarò bella e dolce… ed avrò capelli del colore dell’oro… e sarò amata da un ragazzo buono dopo aver tanto sofferto”
Nesia si volse verso Joe.
“Joe Shimamura, vieni accanto alla tua Françoise, non essere timido”
Joe salì i gradini nel silenzio generale e si avvicinò a Nesia, contemplandola stupefatto.
“Sarai tu ad amarmi… percepisco un amore immenso per la nostra cara Françoise, Joe Shimamura… è bello essere amate così… ma vedo in te anche un bambino che piange, e che teme di soffrire ancora… ed un ragazzo dolce, ma che teme di mostrarsi tale”
Joe si lasciò prendere per mano da quella giovinetta dalle vesti bianche ed i capelli corvini, e si lasciò condurre vicino a Françoise. Nesia prese anche la mano di Françoise, e la unì a quella di Joe.
“Joe Shimamura, ti affido me stessa e lo faccio con  con gioia! Promettimi che la amerai sempre, magari attraverso momenti di sofferenza, e che soffrirai per lei, se occorrerà. So che ne sei capace”
Joe lo promise, con parole semplici, un poco impacciate, ma sincere.
Poi Nesia si rivolse a Françoise.
“Puoi pensare a me come ad una sorella minore, Françoise Arnoul. Ho due sorelle, ora”
“Ne avevi già una, Nesia?” le chiese Françoise
“Sì Françoise Arnoul” disse Enoah “Sono io!”
Françoise restò di sasso.
“Questo significa che secoli fa tu ed io…”
“Sì, Françoise Arnoul. Come Nesia, hai avuto una sorella. Sono felice di sapere che tu le darai nuova vita”
Dopo averle detto queste parole, Enoah la abbracciò. Françoise si sentì pervasa da un senso di pace e calore umano che parve senza confini. Anche Nesia lo fece. Françoise strinse a sé quella sorellina, e pianse di commozione.
Nesia le chiese se avesse fratelli. Françoise le parlò di Jean, e pensò a lui, permettendo a Nesia ed Enoah di vederne il volto.
Infine Enoah si volse a Joe.
“Non avere paura di amarla, io posso sentire la forza del sentimento che provi per lei… vi lega con un’empatia tanto forte da farvi percepire come un solo essere, io… addirittura fatico a discernervi con la telepatia… è ciò è meraviglioso, Joe Shimamura. E’ dallo Spettro Nero che devi guardarti, non dai tuoi sentimenti”
Ivan si era avvicinato fluttuando. Enoah gli fece il saluto rituale.
“Ivan! Piccolino! Grazie del tuo aiuto…”
“Puoi tenermi in braccio, Enoah?”
“Se la tua mamma è d’accordo…” disse Enoah, rivolgendosi a Françoise
“Posso, mamma?”
Françoise provò un lungo istante di emozione, poi annuì.
“Sì, piccino mio…”
Enoah lo prese in braccio e lo cullò. Ivan si strinse al suo petto, felice come il bimbo piccolo che era. Poi lo passò a Françoise, e si rivolse a tutti i presenti alzando la mano destra. Il cerchio alato che portava sul palmo si illuminò. Pareti, tetto e pavimento divennero trasparenti., mostrando le stelle, ed un planetoide nero che avanzava oscurandole via via. Videro, come gente che sogna, tutto ciò che Ivan aveva già visto, seppero cosa accadde, ed appresero ciò che dovevano fare. Françoise rivide la scena in cui Hathor le fece dono della gemma, ed Enoha le insegnò come usarla.
“Io dovrò eseguire di nuovo quella danza…”
“Sì, come la nostra Nesia”
Françoise ebbe quasi paura.
“Ma io non so se…”
“Una volta entrata nella Camera del Cristallo, saprai e rammenterai di nuovo… io sarò con te… veglierò su di te, sorella mia”
Sorella. Françoise sentì un nodo alla gola, e di nuovo pianse di gioia. Oltre a Jean, aveva una sorella maggiore ed una minore, ed aveva potuto incontrarle nonostante i millenni che le separavano.
“Io… Enoah, Nesia… oh, scusate le mie lacrime…vi voglio bene…io…”
Le abbracciò tutte e due, ricambiata.
La salutarono benedicendola in nome della Luce.
Françoise avrebbe voluto rimanere con loro, ma aveva compreso la missione che le avevano affidato.
Si accomiatarono anche da Joe, dicendogli “Te la affidiamo. Amala anche per noi, Joe Shimamura”
Joe si portò la mano al petto, e glielo promise solennemente.
Si accomiatarono anche da tutti gli altri ospiti, chiamandoli per nome, uno per uno.
Vennero ricondotti nel punto in cui avevano fatto la loro comparsa a Myoltecopang. Un istante dopo, erano nel laboratorio, nella villa del Professore. Impiegarono un giorno intero per riaversi dall’emozione ed assimilare l’accaduto. Ivan li aiutò con la telepatia a superare lo shock di simili rivelazioni.
Poi, in presenza delle due squadre, due giganti si strinsero la mano, rinnovando il loro vecchio sodalizio: Gilmoure e Sayonji. Erano decisi ad andare fino in fondo: non c’era altra scelta.
Enoah lo seppe, sorrise, e pensò soddisfatta: “Vieni pure, ora, Grande Abominazione. Stavolta non ti affronterò da sola!”

Capitolo 9

Premessa: la trovata dei bigliettini d’amore di Amy , come le reazioni di Sayonji, sono liberamente tratte dal testo di una bellissima commedia interpretata negli anni ’70 dal grande  Erminio Macario ed intitolata “Pautasso Antonio, esperto di matrimonio” (Autori Amendola e Corbucci). Quando, bambino, la vidi in televisione, risi per mesi ripensando all’avvocato Pautasso che, segretamente innamorato della giovane Margherita, strappava inferocito i bigliettini d’amore che la sua non proprio bella governante Teresa, da anni innamorata di lui, gli seminava dappertutto nelle pratiche (e che, spesso, venivano letti anche da altri)

“Ingegnere, c’è una visita per lei”
Hilda si rivolse a Sayonji, che alzò lo sguardo dal suo ennesimo progetto, chiese a Yamato di attendere e le rivolse la sua attenzione.
Albert ed Hilda si erano temporaneamente aggregati al gruppo di Sayonji in modo da discutere gli ultimi dettagli dell’azione assieme a Joe e Jet. Nell’attesa che il Professor Gilmoure venisse a prelevare lui ed Hilda con il Dolphin, Albert si era messo anche a lavorare come meccanico insieme a Yamato, in modo da accelerare la partenza del Big Carry, ed Hilda, con il suo cervello elettronicamente potenziato, aveva aiutato Sayonji con la progettazione Autocad. Sayonji si era meravigliato delle capacità di Hilda, ed Hilda si era meravigliata di quelle di Sayonji. La giovane tedesca era felice di rendersi utile, e di avere trovato amiche come Romy e Sakura. Albert, poi, pareva un altro uomo. L’unica cosa importante, per lui, era il sorriso di Hilda. E lei sorrideva. Sorrise anche a Sayonji, non appena questi le chiese chi fosse il visitatore.
“Una certa Amy Belle Van Valkenburgh”
Sayonji si irrigidì.
“Bene, gli dica che non ci sono!”
“Va bene, ingegnere”
Sakura, in tuta da meccanico, si intromise, continuando a pulirsi le mani sporche di grasso con uno straccio.
“Per favore, aspetta un attimo Hilda!” le disse cortese, ma decisa.
Poi si rivolse al fratello.
“Ma insomma! Cosa vuoi che ti faccia, che ti mangi?”
“Se posso scegliere, voglio che mi stia fuori dai piedi!”
“E perché?”
“Perché è frivola, vanesia, impicciona…”
“Perché è una donna che ti fa delle avances, e questo basta a mandarti in crisi!”
“Sì, chiamale “avances”, quegli sciocchi bigliettini d’amore vergati di idiozie che semina dappertutto! E poi, con quello che c’è in gioco adesso ti pare che….”
“Sì!” replicò Sakura, con la sua consueta verve.
Jet la osservava, divertito. Com’era forte e fiera, la sua piccola giapponese…..come sapeva essere gentile e rude al contempo. Romy ed Hilda ascoltarono con un lampo di curiosità femminile negli occhi.
Mentre il battibecco fra Sayonji e sua sorella continuava, Hilda chiese a Gantetsu di chi stessero parlando.
“L’innamorata di Sayonji, colei che lo insegue da tre anni” rispose il gigante, visibilmente divertito.
“Ma chi è questa Amy Belle?” chiese precipitosamente a sua volta Romy a Ken.
“Oh!” rispose Ken, sorridendo “Una giornalista free-lancer che continua a tallonare Sayonji da quando lo conobbe, circa tre anni fa. Diciamo che è la sua “compagna non ufficiale””
“Non ufficiale?” la curiosità di Romy salì alle stelle “In che senso?”
“Nel senso che Sayonji non la pensa allo stesso modo” rispose Ken.
“Ed i bigliettini d’amore?”
“Ah, quelli! Gliene scrive a decine, e riesce sempre a farglieli avere nei modi più inaspettati”
“Davvero? E Sayonji come reagisce, quando li legge?”
“Beh, in genere si limita ad appallottolarli imprecando…”
Romy chinò il capo, si coprì la bocca con la mano e prese a ridere silenziosamente.
Dopo tutta la tensione dei giorni precedenti, dopo la fatica degli allenamenti e delle messe a punto all’ombra del pericolo dello Spettro Nero, quella scena da situation comedy fu un balsamo. Riuscirono a dimenticare per un attimo la consapevolezza che, forse, tra una ventina di giorni, il mondo come lo conoscevano sarebbe finito. Sakura e suo fratello erano una coppia stranamente assortita, dato il loro carattere opposto, e le loro discussioni erano irresistibili, specie se riguardanti gli atteggiamenti di Sayonji con l’altro sesso.
Sakura troncò le proteste di Sayonji facendo dietro front, raggiungendo la porta ed invitando la visitatrice ad entrare.
“Vieni avanti, cara!”
Sayonji reagì con una sorta di riflesso condizionato. Fece cadere un cacciavite di proposito e, fingendo di raccoglierlo, prese a camminare a quattro zampe dietro un banco di attrezzature nel tentativo di sottrarsi all’incontro. Proprio in quell’istante giunsero Albert e Mutsu, occupati a discutere fra loro esaminando un iniettore con sguardo critico, quando videro il leader della scuderia Sayonji camminare a gatto.
“Ingegnere, che cosa fa?” chiese Albert, candidamente.
Mutsu rimase interdetto .
Sayonji alzò lo sguardo al cielo e strinse i pugni, mentre Amy Belle si avvicinò e gli sorrise.
“Ah! Si nasconde lì dietro, cattivaccio?”
“In qualche posto bisogna ben stare!” replicò Sayonji
Amy era una ragazza piuttosto graziosa, snella ed abbigliata con gusto classico. Aveva l’aria della persona spontanea, sveglia e stravagante. Il suo tono di voce era piuttosto petulante e la sua gestualità un poco affettata. Un tipo decisamente mondano, quindi amante di tutto ciò da cui Sayonji si teneva alla larga. Cosa ci trovasse in Sayonji, era un mistero.
“Ma cosa fai?” gli domandò Sakura
“Cerco un cacciavite!”
“Andiamo, finiscila di camminare come un gatto!”
“Non lo trovo…”
“Abbiamo ospiti, ok?”
Sayonji fece per alzarsi in piedi, battè la testa contro una sporgenza e poi riguadagnò una posizione eretta. Venne investito dal profumo di Amy. Era essenza di tuberosa: proprio quella che Sayonji non poteva soffrire. Romy ed Hilda osservavano la scena con eccitata aspettativa. Ken si chiese se non fosse il caso di intervenire, mentre Jet cercava di non ridere.
“Ingegnere” fece Amy, sfacciata e sensuale “Potremmo restare soli?”
“Ehm…” Replicò Sayonji
“Certo che potete!” scattò Sakura.
Jet si fece avanti.
“Tesoro, credo che Joe abbia bisogno di  noi”
Prese Sakura sotto braccio e la trascinò letteralmente via.
Anche Albert prese Hilda sottobraccio.
“Vieni, cara, ho bisogno di te!”
Hilda resistette un poco e si lasciò condurre via.
Romy resistette maggiormente, ma alla fine Ken l’ebbe vinta.
Mutsu capì da sé di essere di troppo.
I due rimasero soli.
“Ebbene, eccoci soli” disse Sayonji con tono rude.
“Andiamo, ingegnere, non è contento della mia visita?”
“Mi spieghi a cosa è dovuta”
“Devo consegnarle questo” rispose lei, con aria soddisfatta
Porse a Sayonji un fascicolo con le note organizzative relative alla partecipazione del Sayonji Racing Team alla gara di Tortica.
“Se è lei a consegnarmelo significa che…”
“Che sono il vostro contatto: lavoro per l’ente organizzativo internazionale della gara di Tortica”
“Sul libro paga di Ayab, per caso?”
“Oh, no! Non  mi metto con quella gente… preferisco voi… soprattutto lei, ingegnere…”
“Oh, la ringrazio!”
“Non potrebbe iniziare a darmi del tu, visto che saremo spesso a contatto?”
“Vedremo. Ok, mi segua nel mio ufficio, ho diverse domande da farle”
Amy lo seguì dicendo a se stessa “Adesso sì che posso starti vicino, istrice… potrò scriverti i miei messaggi d’amore… ma perché ti amo?… Saranno i tuoi baffi da sparviero? Le tue spalle? I tuoi lunghi capelli?... ah, cosa non si fa per amore!”

La barretta metallica del mirino tagliò in due la sobbalzante sagoma del cavaliere biancovestito che, in piedi sulle staffe, reggeva contemporaneamente con la sinistra briglie e fucile spianato. La coda di rondine della tacca di mira si  alzò fino a collocare il mirino esattamente nella sua bisettrice, mantenendo sullo sfondo il cavaliere. Da sotto il casco da esploratore che completava la divisa kaki da deserto dei cyborg,  sdraiato con il gomito sinistro piantato nella sabbia per reggere il fucile, Geronimo invocò devotamente il Grande Spirito, fece scorrere il suo sguardo lungo la linea immaginaria che attraversava mirino e bersaglio, e piegò l’indice sul grilletto del suo Lee-Enfield fino al punto di scatto,  aumentando gradualmente la pressione. Il cavaliere fece fuoco, colpendo con uno sbuffo di polvere l’argine della trincea di sabbia che Geronimo aveva scavato a mani nude con la sua forza di cyborg. Subito dopo partì il colpo di Geronimo. Il cavaliere lasciò cadere briglie e fucile per portarsi di scatto le mani al volto, e stramazzò al suolo. Il cavallo proseguì a sella vuota. Il gigantesco pellerossa roteò l’arma sopra la sua testa, lanciando il grido di guerra dei suoi padri all’indirizzo degli altri cavalieri, che si ritiravano.
“Hoka-hey!”
Bretagna fece fuoco a sua volta, ed un altro avversario cadde.
Anche Chang fece fuoco.
I loro assalitori si radunarono lontani. Uno di loro si bilanciò un tubo sulla spalla e li bersagliò con un missile.
Piunma estrasse il laser, ma non fece in tempo ad usarlo.
Françoise, sdraiata vicino a lui, aveva fatto fuoco con il suo Lee-Enfield mandando venti grammi di piombo ad impattare contro il piccolo razzo, che esplose. I cavalieri si ritirarono definitivamente, ma sarebbero tornati più numerosi.
“Mi dimentico sempre la tua supervista!” esclamò Piunma
Françoise gli fece un rapido sorriso. Sotto lo strato di polvere rigata da rivoli di sudore il suo volto, reso color miele dal sole del deserto che batteva come se avesse fatto di loro la sua incudine, aveva una bellezza differente. La ragazza pareva smagrita dalla fatica, e lo stoicismo con cui aveva deciso di affrontare quella prova senza avere vicino Joe dava al suo sguardo e ad ogni suo sorriso un significato più profondo.
“Brava, piccola!” le disse Bretagna, cameratescamente, come ad un commilitone.
Françoise sorrise anche a lui, e, servendosi del suo foulard bianco ormai sporco, si asciugò dal volto il sudore che la sabbia bollente su cui era stata costretta a sdraiarsi continuava a spremere dal suo corpo.
“Sai” le disse Bretagna, il cui volto non rasato pareva più duro “Mi fai tornare in mente un verso di quella canzone degli Spandau Ballett…”Through the Barricades””
“Ma va là!” fece lei, fingendo impazienza
“No, davvero… sai, la strofa in cui dicono “when she smiles she shows the lines of sacrifice”… beh, è come se i segni del sacrificio ti donassero una nuova bellezza”
“E’ vero” convenne Geronimo.
La ragazza si sedette ai piedi dell’argine di sabbia, estrasse il caricatore, tolse il colpo in canna e ricaricò il suo fucile. Piunma la invitò a riposarsi.
“Se non lo fate voi, non lo faccio neanch’io!” ribattè lei. Non voleva favoritismi. Voleva sentirsi come loro, essere come loro.
“Ascolta, Françoise” le disse Geronimo “Io sono a capo di questa missione. Devo rispondere solo a 009 di ciò che decido, e lui al Professore. Tu dovrai eseguire una danza. Non potrai se avrai il fisico a pezzi. Ora sdraiati, e togliti gli stivali ed anche le calze. Massaggiati i piedi e riposa per due ore. Se avverti dolore alle caviglie o ai piedi, fasciali! C’è troppo in gioco, non occorre che te lo ricordi. Obbedisci, squaw! 006, dalle da bere.”
“Solo se bevete anche voi”
Geronimo la guardò con ammirazione.
“Sei testarda, ed apprezziamo il tuo desiderio di affrontare le nostre stesse fatiche” le disse “Ma quando ti avremo portato a destinazione il nostro compito terminerà. Il tuo no, quindi berrai”
Chang si fece avanti con una borraccia, riempì il tappo di acqua e lo porse a Françoise.
“Solo questa misura”
Françoise bevve lentamente, rendendosi conto di quanto la sua gola fosse arsa, poi si tolse gli stivali e le calze. Mandavano un’odore terrificante. Lo stesso che probabilmente avevano addosso tutti, dopo tre giorni di marcia nel deserto immersi nella polvere e nel sudore, senza una goccia di acqua per lavarsi. Il Professore aveva munito le loro parti cibernetiche di tutti i filtri antisabbia necessari per operare nel deserto, ma la loro parte umana doveva soffrire. Françoise si massaggiò i piedi, cercando di scacciare dalla mente l’idea della vasca da bagno, un bel bagno di essenze profumate…
“Certo” pensò “In questo contesto, sono bella e profumata anche così”. I piedi le facevano male. Se li lasciò fasciare da Piunma, esperto in questo genere di cose. Era un africano, avvezzo al deserto. Aveva imparato fin da piccolo ad armonizzarsi con esso. Anche Geronimo aveva imparato a sopravviverci, ad affrontarlo senza tecnologia. Una prova che tutti i pellerossa dovevano affrontare nel cammino della loro formazione. Lei e Bretagna erano europei, per loro era diverso. Per questo, forse, la loro amicizia in quella situazione si stava facendo più forte.  Si tolse anche il foulard, si sbottonò la camicia kaki e si sdraiò, coprendosi il volto con il casco. Piunma e Chang le improvvisarono un riparo con un telo, concedendole un poco di ombra. Il piccolo cinese non aveva perso un grammo della sua consueta giovialità.
Dopo aver esaminato una mappa riportandovi i rilevamenti effettuati con una bussola a traguardo, Piunma si rivole a Geronimo.
“005, ormai non dovrebbe mancare molto al villaggio della tribù dei tuoi amici Pueblo”
“No, 008! Ancora mezza giornata di marcia, e saremo in vista della parete di roccia che ne segna il territorio”
Quando avevano discusso il problema di intraprendere le ricerche della Camera del Cristallo nella Tortica sotterranea, erano tutti consapevoli del fatto che i soldati del Fantasma Nero fossero già sul posto. Geronimo ebbe un’idea. La sua tribù, in Arizona, aveva contatti con altre riserve indiane e, nel corso di un raduno nazionale, Geronimo aveva conosciuto alcuni ospiti provenienti dallo Yucatan, membri di una tribù dell’etnia Pueblo, quella che nel 1540 aveva fornito all’esploratore spagnolo Francisco Vasquez de Coronado informazioni in merito alla favolosa città d’oro di Cibola. Il loro villaggio consisteva di una rete di caverne adattate all’insediamento umano. Essi avevano fatto cenno alla possibilità di raggiungere le misteriose rovine della Tortica sotterranea attraversando caverne collegate al loro villaggio. Geronimo si recò in Arizona insieme a 008 dal suo capo-tribù che lo mise in contatto con Honecoza, il capo dei Pueblo dello Yucatan, tramite gli uffici dell’amministrazione della riserva.  Ottennero promessa di ospitalità per chi avesse presentato l’”Wampum”, un corto bastone rituale di riconoscimento, della tribù di 005. Geronimo aveva anche mostrato all’uomo della medicina della sua tribù un calco del cerchio alato che aveva inciso durante la “Notte di Halloween”. Aveva avuto la giusta intuizione. L’anziano uomo della medicina della tribù annuì con approvazione quando lo vide. “Buona medicina!” fu il suo commento, ed intercesse in favore dei due cyborg. Makuati, tale era il suo nome, non volle però dare a Geronimo nessun ragguaglio in merito a cosa sapesse del cerchio alato. Gli disse che lui ed i suoi compagni dovevano scoprirlo durante il cammino. Dovevano dimostrarsi degni affrontando pericolo e fatica.
La cultura accademica ufficiale non sapeva nulla del cerchio alato, ma forse gli sciamani indiani sì. Probabilmente si tramandavano un segreto che non doveva essere svelato se non agli iniziati alle loro arti magiche. Che qualcuno di loro avesse avuto visioni di Myoltecopang? Ai Cyborg, in fin dei conti,  era capitato, aveva pensato Geronimo, ed anche alla squadra di Sayonji.

Il Big Carry era già in volo per lo Yucatan. Sayonji era al telefono con Amy. Era facile intuirlo, soprattutto dal modo in cui la telefonata ebbe termine.
“No, non le do del “tu”! E la pianti di chiamarmi “orsetto”, chiaro?! Mi mandi quel fax senza dire altre sciocchezze! La saluto!”
Romy indugiava di proposito davanti alla macchinetta del caffè, nel corridoio del gigantesco aeromobile. In realtà, stava ascoltando Sayonji. Non voleva perdersi la telefonata, il che implicava l’autocontollo di non ridere forte. 
Mentre si recava da Sayonji con i test al simulatore climatico della sua auto, Joe la incontrò e la salutò. Avevano avuto modo di conoscersi più a fondo, durante gli allenamenti nel circuito del Centro Ricerche Sayonji. Ciascuno dei due aveva avuto conferma della prima impressione positiva che si era fatta dell’altro.
“Ah, Shimamura!” lo salutò Sayonji.
“Ho i test della mia auto, ingegnere. Tutti positivi”
“Certo, Shimamura! Parliamo di una macchina Sayonji, che diamine! Devo immettere un ultimo dettaglio nel software del computer di bordo del Big Carry. Potresti leggermi le note di sollecitazione termica delle gomme? E’ il cartoncino allegato in basso sinistra, quello scritto in inglese.”
“Veramente è scritto in giapponese” rispose Joe, imbarazzato.
“Beh, leggilo ugualmente”
“Come volete, ingegnere” rispose Joe, e lesse a voce alta.  
“Ho visto una figura aitante
uscire di corsa dal bosco,
con i baffi da sparviero
i capelli scarmigliati,
la bocca che mi gridava “Ti amo!”
Ed un fluido caldo mi invadeva il corpo….”
Sayonji si inferocì.
“Dà qua!” sbottò, strappandogli di mano i test e scagliando furiosamente il bigliettino d’amore di Amy nella spazzatura.
Nel corridoio, Romy si era accasciata dal ridere. Ken dovette portarsela via praticamente in braccio.

Avevano trovato riparo per la notte dentro una grotta, nella parete di un canyon. Era stata una ricognizione aerea di Bretagna ad individuarla. La vista e l’udito di Françoise avevano confermato l’assenza di pericoli. Geronimo ne aveva chiuso l’ingresso con un macigno, lasciando una fessura per assicurare il ricambio d’aria. Se fosse stata necessaria una fuga improvvisa, ci avrebbe pensato Chang a scavare un tunnel nella roccia fondendola. Con il tramonto, la temperatura si era abbassata, rinfrancandoli. I cinque si sentivano sereni ed al sicuro in quel rifugio naturale. La temperatura della grotta era piacevole, ed i loro occhi, soprattutto quelli di Françoise, vedevano perfettamente anche nell’oscurità della caverna. La luce della luna entrava dalla fessura del macigno come una lama d’argento. Uno sciacallo ululò in lontanaza. Poi dal cielo giunse la voce stridula di un avvoltoio. Avrebbero fatto dei turni di guardia per la notte, dopo avere mangiato. Chang rese incandescente una pietra con le sue fiamme, ed iniziò a cucinare alla piastra. Françoise si tolse il casco, appoggiò il fucile alla parete di roccia, aprì i primi due bottoni della camicia, si sedette in terra a gambe incrociate  e si concesse un sorso dalla borraccia. Piunma, Geronimo e Bretagna si sedetteroa loro volta, formando un cerchio intorno al cuoco della spedizione.
Geronimo si era aspettato di incontrare resistenza, dopo il conflitto a fuoco di ieri, ed espresse la sua perplessità.
“Già” convenne Bretagna “Con quello che c’è in gioco, non avrebbero dovuto darci tregua. Deve esserci una ragione davvero importante per trascurarci… sempre che lo stiano facendo”
“Io credo che si tratti di una loro strategia” replicò il pellerossa “Sotto Tortica vi sono le rovine di Myoltecopang… mi chiedo come abbiano fatto a rimanere celate per tanto tempo… ed è sicuramente lì che le loro forze si sono concentrate. Le loro pattuglie di superficie hanno il compito di prendere contatto con il nemico, in modo da impedirgli la sorpresa, ma è nei sotterranei che si dovrà combattere davvero”
“Dimmi, Françoise” chiese Piunma “Enoah ed Ivan ci hanno detto che quella pietra… quella della nostra missione nel passato… ci guiderà attraverso te alla Camera del Cristallo. Hai avuto qualche percezione?”
“Per il momento no, a dire il vero. Ho la sensazione di essere sulla giusta strada, ma nulla di più”. Françoise estrasse il cristallo dalla scollatura e lo guardò con aria assorta. Il suo legame con quella pietra si stava rafforzando, da quando, sonnambula, due notti dopo la partenza di Sayonji, aveva aperto il portello della cassaforte senza toccarlo, solo tendendo la mano destra. Le manopole della combinazione si erano mosse da sole, il pesante portello si era aperto  e la pietra si era depositata sul suo palmo. La pietra chiamava il suo portatore… prima Hathor, poi Françoise. Quando aveva ripreso coscienza, in camicia da notte e circondata dai suoi amici, aveva sentito il freddo pavimento sotto i piedi ed aveva visto la gemma brillare di un’alone blu cobalto. La luce blu aveva illuminato il volto di Joe, che le aveva chiesto di spiegare l’accaduto, se poteva. Françoise gli rispose di avere agito del tutto inconsapevolmente. La Luce li stava guidando, e dovevano accettarlo per fede, andando incontro alle prove che li attendevano.
“Beh” commentò Bretagna “quando verrà il momento ci guiderai, Françoise D’Arabia” e, mentre Françoise gli faceva il verso ed una boccaccia,  continuò “Se sei riuscita nell’impresa di far sorridere Sayonji ad una serata di gala, non c’è nulla che non sia alla tua portata, oh scorritrice del deserto! Ho saputo dell’omaggio floreale che il Sayonji Racing Team ti ha tributato”
Françoise rise, ripensando alla scena. Joe era immobile di fronte a quel vaso pieno di rose. Fissava attonito il biglietto che diceva “Mademoiselle Arnoul” e, quando lei entrò in salotto, si voltò di scatto verso di lei. Françoise rimase perplessa scoprendo di essere la destianataria dell’omaggio e, mentre apriva la busta per connoscere il mittente disse a Joe: “Calmati, Otello, non ho perso il fazzoletto!”. Poi lesse il biglietto e rise di cuore. “Che matti!” aveva pensato. Poi aveva passato il biglietto a Joe.
“Leggi anche tu, gelosone!”
Joe lesse, cercando di ostentare una calma che non aveva.
Lei si avvicinò languida e sorniona e prese a carezzargli il braccio e la spalla.
“Visto fin dove arriva il fascino della tua fidanzata?”
Piunma rise silenziosamente a sua volta.
“I ragazzi di Sayonji sono davvero simpatici. Brava gente. Altro che la Black Shadow!” disse.
“Già” disse Geronimo “Falco che Corre ed i suoi amici sono veri amici. Sono fiero di poter contare su di loro. Il nostro piano riuscirà”
“Già” commentò Piunma “Deve riuscire o…”
“Riuscirà” tagliò Geronimo.
Il piano concordato con Sayonji prevedeva tre squadre. La loro era la prima, ed aveva il compito di scortare Françoise a destinazione. La seconda, sul Dolphin, aveva il compito di appoggiarli. Era formata da Albert, Hilda, Ivan ed il Professor Gilmoure. La terza da Joe e Jet, che avrebbero partecipato alla gara insieme alla squadra di Sayonji, approfittandone per infiltrarsi nei cantieri di scavo fingendo di uscire di pista. Avrebbero agito come guastatori, scompaginando il sistema difensivo dei Fantasmi Neri ed offrendo il loro appoggio alla squadra di Geronimo. Ken, Romy e gli altri, invece, avrebbero affrontato Ayab, che, a quanto pareva, avrebbe partecipato personalmente alla gara come pilota. Ayab voleva occuparsene personalmente, dato che i Tre Fratelli lo avevano ammonito dopo il rapimento di Hilda, avvenuto sotto il naso del suo braccio destro Baron, che, sotto sua responsabilità personale (il che, con i Tre Fratelli, ha implicazioni terribili) avrebbe dovuto riscattarsi trovando e distruggendo la Camera del Cristallo alla guida delle loro truppe.

 

Capitolo 10

Il circuito di Tortica.
Trecento chilometri di sabbia, canyon, e rovine precolombiane. Duecento di caverne e tunnel. Un percorso  che richiede doti da stuntman.
Un circuito voluto principalmente dalla Black Shadow per il confronto finale. Un’opera faraonica per coprire trame oscure, nel perfetto stile di una sinistra corporazione come il Fantasma Nero. La parte visibile di questa macchinazione avrebbe dato ai tre fratelli potere e denaro nel senso che tutti conosciamo. Avrebbe realizzato il sogno del sinistro barone in armatura che li serviva. Tuttavia questi obiettivi erano funzionali alla preparazione del regno di un’entità innominabile, già respinta ed ora sicura di ottenere ciò che fu già vicina a realizzare millenni fa..
Quaranta case automobilistiche avevano dato origine ad una vera “boomtown” nel deserto del Messico, con una popolazione di circa duemila persone. Trasporti volanti, colonne di autocarri, container trasformati in alloggi, stazioni televisive mobili, campi di atterraggi per elicotteri, veicoli fuoristrada, antenne paraboliche, gruppi autogeni, paranchi da sollevamento si estendevano su una superficie di quasi quaranta chilometri quadrati, ai due lati di una pista sterrata di terreno argilloso e sabbioso infuocata dal sole.
La partenza della gara era prevista tra trenta minuti.
Sul tetto del Big Carry, Sakura era pronta con la sua macchina trasformabile. Lei stessa l’aveva progettata, rendendola capace di volare e di rifornire in volo le macchine durante le gare, grazie ad una sonda progettata da Sayonji.
Dalla cabina del Big Carry, l’ingegner Sayonji azionò il programma di collaudo delle telecamere installate su tutte le auto della sua squadra. Era in grado di collegarsi ad ogni singola macchina e di ottenere una visione diretta della pista sia anteriore e posteriore nonché sui due lati. Qualora fosse stato necessario indicare percorsi alternativi ai piloti all’interno di quel labirinto di pietra e sabbia, avrebbe potuto immettere direttamente i dati nel GPS di ogni automobile.
Verificò sulla mappa satellitare la posizione delle sue auto all’interno dello schieramento di partenza. Contattò i piloti uno per uno, dando le ultime istruzioni e gli orari di rifornimento in volo. Ogni pilota diede la conferma del perfetto funzionamento dei sistemi di bordo. Seduti negli abitacoli completamente rivestiti di schermi digitali e quadranti di strumenti sofisticati, bloccati ai sedili anantomici di guida dalle cinture di sicurezza, con l’udito ovattato dai caschi che tuttavia percepiva il rombo dei motori, tenevano lo sguardo fisso sulla pista, verso l’orizzonte azzurro dal contorno tremolante per il calore e la distesa gialla di sabbia e rocce scabre, verso i profili lontani di piramidi a terrazze maestose e silenziose. Dall’esterno, i vetri fotosensibili della macchine erano tanto scuri da sembrare neri, per compensare il riverbero accecante del sole. L’aria condizionata e gli umidificatori garantivano ai piloti un microclima tollerabile. I caschi erano muniti di un sottile tubo flessibile che consentiva ai piloti di bere senza staccare le mani dal volante.
Anche Ayab stava strinendo il suo volante. Indossava la sua armatura. Pilotava il capolavoro del suo progettista, il Dottor Mephist. Quello scienziato dal volto caprino, per quanto spregevole, sapeva il fatto suo. Aveva dato il massimo di sé nel progettare la più costosa vettura che la Black Shadow avesse mai realizzato: la “Splendent”. Più che una macchina, pareva la fusoliera di un’astronave. Aveva fatto tesoro degli studi sulla “Maestà Reale”, e vi aveva aggiunto due reattori per le accelerazioni supplementari. Le ruote posteriori erano quattro, tutte sullo stesso asse. Le altre vetture della Black Shadow avevano un’aspetto minaccioso, ed alettoni che parevano lame crudeli.
Le macchine di Sayonji erano in apparenza più semplici, ma piene di sorprese astute che gli sgherri da volante di Ayab avevano imparato ad apprezzare, così come avevano smesso di pensare a Ken come ad un “ragazzino” ed avevano imparato a chiamarlo “il Falco”. La “Maestà Reale” era stata realizzata dieci anni prima, ma con una maestria che il Dottor Mephist poteva scordarsi. C’era Romy, al volante: una differenza che il Dottor Mephist non poteva compensare, e che il loro attentato non aveva spaventato. Era decisa a fargliela vedere. Ken, preoccupato per lei, le aveva proposto di non partecipare, ma Romy non aveva voluto saperne.
“Anche tu sei costantemente a rischo ed io sono in pena per te! Se quello che dici vale anche per me, dovremmo rinunciare entrambi!” fu la risposta di Romy.
“Io ti amo, Romy, non voglio perderti”
“Ed io non rischio di perderti, se gareggi? Se vuoi la certezza, rinunciamo entrambi. E poi, Ken, Sayonji mi ingaggia e, di fronte alla mia prima gara, io rinuncio? Credi che potrei portare avanti il sogno di mio padre in questo modo? Ken, andiamo, tu lo sai… parli così perché mi ami… e anch’io ti amo… ormai mi sei rimasto solo tu. Credi che riuscirei a sopravvivere se…..”
Ken la abbracciò.
“Perdonami, amore mio. Volevo solo proteggerti… ebbene, lo farò guidando”
Joe  era alla guida della sua trasformabile, la “Shimamura”, come l’aveva battezzata Sayonji, e Jet, sulla “Link”, un coupè nero potenziato che Sayonji aveva modificato sulla base delle indicazioni di Jet stesso. I due cyborg avrebbero dato loro man forte nella prima parte della gara. Nelle caverne, avrebbero dovuto fingere un incidente per infiltrarsi nei sotterranei, ma in ogni caso avrebbero dato il loro contribuito, in termini di punteggio e di macchine della Black Shadow fuori uso, se il gioco si fosse fatto pesante. Joe sentiva la mancanza di Françoise, ma aveva rispettato la sua volontà di agire senza di lui. Così  voleva la Luce.
“Se hai fiducia in me, Joe, lasciami affrontare questa prova da sola…. se non mi dimostrerò all’altezza, la Luce non mi aiuterà… fa parte del mio cammino come di quello di Nesia” Queste erano state le sue parole.
Joe aveva acconsentito, giurando però a se stesso che, se le fosse accaduto qualcosa, quei tre cani maledetti non avrebbero trovato in tutto l’universo un posto dove nascondersi.
I cronometri sui cruscotti erano vicini all’ora X.
Ayab contattò Baron per dargli le ultime istruzioni.
Tutti strinsero le mani sui volanti a cloche.
Le trasmittenti dei caschi ricevettero tre note musicali basse e brevi. Poi una lunga ed acuta.
Era il via!
Centoventi acceleratori fecero esplodere un rombo pari a quello di una nuvola di aviogetti che portassero contemporaneamente al massimo della potenza i loro reattori. Le gomme morsero la sabbia sollevando un turbine, e le automobili presero a sciamare lungo il deserto in una lunga fiumana, veloci come frecce. Gli elicotteri delle stazioni televisive decollarono e le seguirono.
Sakura, che aveva augurato a Jet via radio buona fortuna, decollò a sua volta.
Quando le auto furono lontane, anche i trasporti volanti delle scuderie presero a decollare.

Nota: La scena che segue è l’adattamento di una scena del film “Il mio nome è Nessuno”, 1973, Francia/Italia/Germania Ovest, regia di Tonino Valerii, da un’idea di Sergio Leone (che collaborò anche alla regia realizzando solo alcune brevi sequenze), quella in cui Jack Beauregard/Henry Fonda affronta da solo il “Mucchio Selvaggio” sparando all’esplosivo nelle borse delle selle dei centocinquanta banditi che lo stanno caricando in massa e facendole detonare, come se avesse avuto l’artiglieria. Penso sia una scena davevro memorabile. Non ho resitito alla tentazione di riviverla.

Avevano ripreso la  loro marcia, muovendosi fra le rocce di un canyon. Geronimo era perplesso. Si era aspettato agguati. Aveva contattato Albert sul Dolphin, chiedendo appoggio. Albert aveva confermato che erano pronti. Stavano pattugliando la zona ad alta quota.
Ormai erano di fronte alla parte rocciosa che indicava la loro meta.
All’improvviso Françoise si bloccò e si portò le mani alle tempie per concentrarsi, poi si voltò di scatto verso Geronimo.
“Cavalli!” esclamò.
Come loro, il Fantasma Nero operava in superficie con armi e mezzi a bassa tecnologia. Armi laser ed altri dispositivi sarebbero stati facilmente individuabili. Questo spiegava perché avessero usato armi come il moschetto Lee-Enfield.
“Quanti?” chiese Geronimo
“Almeno un centinaio, anzi, sicuramente di più… direi… centocinquanta”
“Da che direzione arrivano?”
“Direzione quarantotto gradi”
“Riesci a distinguerli chiaramente?”
“Certamente! E’ un contingete di cavalleria con armi leggere”
“Fra quanto li avremo addosso?”
“Circa quindici minuti!” rispose Françoise.
“Cyborg! Di corsa verso la parete di …”
Geronimo si bloccò.
Tutti si guardarono intorno stupefatti.
I colori del paesaggio avevano assunto di colpo una sfumatura più intensa, tanto da divenire irreali. Nell’aria stessa si era propagato qualcosa di innaturale ed indefinibile. Il soffio del vento parve farsi più remoto e sommesso.
Françoise si volse verso Geronimo e lo fissò con intensità.
“Aspetta Sakem. La pietra ci parla…”
Bretagna, Chang e Piunma li guardarono in silenzio, in attesa.
Françoise si tolse la catenina che portava al collo e ne mostrò il ciondolo con il palmo della mano. Il prisma iniziò ad illuminare le sua sfaccettature in maniera alternata, secondo un schema sempre più veloce e complesso, poi emise raggi di luce di diversi colori.
Françoise richiuse la mano sul cristallo.
“Andiamo.  La Luce ci chiama. Ci attende la nostra prova.”
“Il mio compito è terminato” disse Geronimo.
I loro tre compagni annuirono in silenzio.
Françoise camminò fino ad uscire dal canyon. Di fronte a lei si aprì la distesa del deserto. All’orizzonte, una linea tremolante di puntini neri sollevava un’onda cremisi di sabbia incendiata dal sole.
Centocinquanta, che cavalcavano e sparavano come mille.
Françoise si diresse verso l’argine della massicciata di una ferrovia ormai in disuso, un rettilineo che tagliava il deserto da un capo all’altro dell’orizzonte, come una barriera verso quel mucchio selvaggio.
Quando ebbe due traversine sotto i piedi, rimase a scrutare l’orizzonte, grave ed assorta.  I suoi compagni si schierarono.
Françoise tolse la sicura al fucile. Tutti la imitarono.
I cavalieri erano ora visibili. Ai puntini neri erano spuntate le zampe. Poi divennero visibili i teschi bianchi sulle pettorine nere delle uniformi del Fantasma Nero.
“Maledizione!” Disse Piunma con un sorriso selvaggio “Centocinquanta bastardi che cavalcano come mille… non sembrano neanche reali, per quanto sono belli!”
“E’ saggio sorridere alla morte?” gli chiese Bretagna
“Sì, quando una ragazzina la affronta a viso aperto, quando non si ha altra scelta che affidarci ad una forza superiore, e fare ciò che ci chiede per fede”
“Ben detto, amico!” disse Chang “Siamo qui per proteggere Françoise… la seguiremo ovunque la Luce ci condurrà……”
“E se ci conducesse all’inferno?” chiese Bretagna, con l’espressione scanzonata di chi fa una domanda retorica.
“Ci andremo sotto lo sguardo di una bella ragazza. Preferisco di gran lunga andarci insieme a lei dopo una bella impresa, piuttosto che a braccetto con il Fantasma Nero. Se anche la Luce ha deciso di mandarci laggiù, voglio togliermi l’ultima soddisfazione…” rispose Piunma, con voce vibrante.
“Vi voglio bene, ragazzi” disse Françoise
“Anche io vi voglio bene, sorella”
Françoise si voltò di scatto.
“Enoah, tu… qui…”
Videro la veste della Principessa di Myoltecopang ondeggiare al vento come una bandiera bianca. La videro in piedi insieme a loro, sulla massicciata del binario di acciaio, con Ivan in braccio, come una Madonna con il Bambino. I suoi capelli, trattenuti da un diadema fregiato del Cerchio Alato,  parevano una lucida fiamma nera
“Ivan!” esclamò Françoise.
“Ho aiutato la zia a teletrasportarsi… potrà farlo solo per poco… lei vi insegnerà ora”
Geronimo si rivolse ad Enoha.
“Siamo pochi contro un’orda di mastini, Helayma. Come possiamo affrontarli?”
Enoah alzò la mano destra, mostrando il cerchio alato sul palmo.
“Sarà possibile, perché avete avuto fede. La Luce guiderà i vostri colpi. Vi indicherà dove colpire” Enoah soffriva per quello che stava per fare. Non avrebbe voluto usare le armi, neanche vederle, ma così voleva una mente più grande…
La terra prese a tremare sotto gli zoccoli dei cavalli. Gli elmetti a testa di insetto sciamavano come cavallette mentre i cavalieri sobbalzavano sulle selle. I Fantasmi Neri fecero fuoco, e lo scudo psicocinetico innalzato da Ivan ed Enoah deflesse i loro colpi. Le pietre della massicciata presero a tintinnare impercettibilmente mentre il tuono di batteria della carica si faceva più forte. Alcuni brillamenti presero a sprigionarsi dalle borse delle selle. Quelle che contenevano le bombe a mano.
Geronimo fece fuoco su uno di quei bagliori, che si trasformò in una grande esplosione. Un vuoto si aprì fra gli assalitori, mentre cavalli e cavalieri rovinavano al suolo.
Poi fece fuoco Françoise. E di nuovo una tonante esplosione scompigliò le file nemiche.
Poi Bretagna, poi Chang, poi Piunma e di nuovo Geronimo, e cominciarono di nuovo.
I Fantasmi Neri pensarono di essere finiti in un’imboscata, sotto il tiro dell’artiglieria, e ripiegarono.
In cielo comparve una squadriglia di aviogetti neri privi di insegne.
Lanciarono quattro missili, e quattro laser li fecero esplodere.
Era il Dolphin.
Hilda si era interfacciata direttamente con il computer di difesa dell’aeromobile. Il Professore aveva messo a punto un’interfaccia molto efficiente, ed Hilda si era innestata il maschio del connettore nello slot alla base della sua nuca. I sensori delle armi erano divenuti i suoi organi di senso. Colpiva con rapidità e precisione impressionanti. Albert invece pilotava. Uno degli aviogetti divenne presto una stella filante nera ed un globo di fuoco che scagliava rottami, non appena toccò il suolo.
Il comando mentale di Enoah li raggiunse tutti.
“Fermi ora! Adesso siete degni. Ivan, teletrasportiamoli e andiamo anche noi”
Ora guardavano il binario dall’alto della parete di roccia che avrebbero dovuto scalare. Il Dolphin sfrecciò sopra di loro, virò e tornò all’attacco.
“Andiamo!” disse Francoise, e si dileguarono di corsa fra le rocce.

Ken vide emergere dall’orizzonte due bassi e rozzi edifici in pietra. Non aveva forzato il motore, come tutto il resto della squadra Sayonji, perché sapeva che mettersi in testa sarebbe stato inutile. Mentre si avvicinava, le due costruzioni si innalzarono al di sopra dell’orizzonte, rivelandosi le sommità di due giganteschi teocalli. Le loro masse squadrate color ocra preannunciavano la prima delle prove del circuito. Durante gli allenamenti nel circuito di prova del Centro Ricerche Sayonji, l’ingegnere aveva fatto loro capire quanto fosse errato pensare a Tortica come ad una semplice gara. Quel circuito era una sfida tanto alla tecnologia quanto alle capacità umane. Bisognava arrivare primi, ma la velocità non bastava. Il percorso era disseminato di prove da stuntman. Era inutile essere in testa e distruggere la macchina contro un ostacolo inaspettato o farla rovesciare per avere sottovalutato una strettoia o un dosso. Il primo di quegli ostacoli si stava avvicinando: lo slalom di pietre. Una foresta di pilastri di pietra istoriati di glifi ed idoli ghignanti dal capo mitriato, alti quattro metri e disposti in file parallele ma non come semplici paracarri. Gli allineamenti erano discontinui, il che comportava corsie cieche e la necessità di disimpegnarsi cambiando corsia, pena lo schianto contro il pilastro che il pilota si trovava di fronte. Il rischio di urtare una colonna o un’altra auto durante i cambi di corsia era alto.  Il monitor lcd della plancia del Big Carry mostrava lo schema dello slalom di pietre visto dall’alto ed il rilevamento satellitare della posizione delle macchine in gara. I triangoli verdi etichettati con i nomi dei suoi piloti percorrevano le superfici curve delle lenti a specchio degli occhiali da sole di Sayionji mentre questi ne osservava gli spostamenti sul monitor. La sua penetrante voce da basso esplose nei caschi dei piloti.
“Ken! Immettiti nella corsia che hai di fronte! Romy, dietro a Ken! Mutsu! Gantetsu! Voi entrate due corsie più a destra, e restate a dieci secondi da Ken! Kamikaze, segui Romy a quindici secondi, e non usare le turbine verticali quando sei in una corsia cieca: atterrando, rischieresti di finire in pezzi! Shimamura, Link, prendete il secondo fornice a sinistra! Joe, procedi all’altezza di Ken. Link! Resta a cinque secondi da Ken, pronto ad appoggiare Kamikaze o Joe in base ai miei ordini! Yamato, mantieniti tra Link e Kamikaze, indietro di qualche secondo. Non accelerate oltre i centoquaranta chilometri orari. Qui l’importante è non finire distrutti! Avete alle costole Ayab ed i suoi sgherri, quindi pensate a fare squadra contro di loro! Sakura, portati sulla verticale della Maestà Reale e restaci. Attiva le tue telecamere e dammi la visione reale dall’alto, più ampia che puoi. Cerca di restare a bassa quota. E’ tutto, ragazzi! Ora tocca a voi!”
Le piramidi si facevano sempre più alte, ed occupavano una porzione di cielo sempre più ampia ad ogni istante, quando dodici teste di pietra fecero capolino da dietro un lungo dosso.  Erano i capitelli della prima fila di colonne, che uscirono dal terreno ed attesero. Con qualche leggero tocco al volante a cloche, Ken si allineò alla corsia, vide le due colonne che ne segnavano l’ingresso farsi più alte ed al contempo fargli largo, seguite dalle loro gemelle, che tagliavano la  luce solare come un disco stroboscopico mentre correvano allineate in direzione opposta all’Hayabusa, lanciata verso l’irraggiungibile angolo acuto da cui avevano origine. D’improvviso, una colonna in mezzo alla corsia gli venne incontro. Ken diede un colpo rapido e secco allo sterzo e vide un’intera fila di colonne spazzare un angolo di pari ampiezza. Poi altre due processioni di colonne presero a scorrere. Ken vide il muso della Maestà Reale nel monitor dedicato alla visione posteriore. Vide anche la macchina rossa di Joe nel monitor sinistro. Anche Joe fece un cambio di corsia, e Jet vi si adeguò prontamente. Poi vide un concorrente entrare nella sua corsia tagliandogli la strada. Procedeva ad una velocità eccessiva. Ken lo vide cambiare corsia all’improvviso e, due minuti dopo, scorse una fiammata ed una lunga colonna di fumo nero. Tornò a concentrarsi sul percorso, continuando con i cambi di corsia sincronizzati con quelli dei suoi compagni mentre le strisce d’ombra proiettate dalle colonne scorrevano incurvandosi sulle carrozzerie delle macchine. Riconobbe la macchina di Ayab. La “Splendent” si portò all’altezza dell’Hayabusa, seguita dalla formazione di auto della Black Shadow, limitandosi a tenere la posizione in mezzo allo sciame di pilastri ed auto in corsa, mentre le colonne di fumo degli incidenti aumentavano di numero.

Françoise era seduta a gambe incrociate sulla coperta che i suoi ospiti le avevano offerto. Lei, Geronimo ed i loro tre compagni sedevano davanti al fuoco acceso nella grotta. Di fronte a loro, il capo della tribù, lo sciamano e gli anziani li osservavano con espressione grave.  Quando Françoise li aveva individuati, aveva prontamente avvertito Geronimo, che si era fatto avanti mostrando l’Wampun con l’emblema concordato per il riconoscimento. Fucili ed archi avevano fatto capolino dalle rocce, poi un guerriero era uscito allo scoperto e, visto l’emblema, gridò qualcosa ai suoi, che si mostrarono. Geronimo a sua volta chiamò i suoi compagni. Si era raccomandato con loro di non fare alcun gesto ostile. Dopo una lunga marcia su un terreno impervio, che mise a dura prova le abilità di scalatrice di Françoise, avevano raggiunto il loro villaggio. Le loro abitazioni erano scavate nella roccia, e consentivano di accedere ad un complesso di caverne, la più grande delle quali ospitava un grande lago sotterraneo.
Geronimo aveva fatto da interprete, e li aveva condotti in una sala di pietra che fungeva da tempio e luogo di riunione.
“Mostra loro il cristallo, 003” disse Geronimo, dopo avere ascoltato lo sciamano.
Françoise mostrò l’icosaedro trasparente sul delicato palmo della sua mano affusolata. Lo fece con gesto deferente, e con espressione intensa. Lo sciamano, dopo aver fissato a lungo la pietra, pronunciò una formula che Françoise non comprese e gettò una manciata di polvere bianca nel fuoco, che divampò per pochi istanti con grande violenza emettendo una nube azzurrina. Il cristallo sul palmo di Françoise emise raggi purpurei e cremisi che colpirono la nube emettendo crepitii elettrici. Le volute di fumo divennero fluorescenti ed iniziarono a vorticare in cerchio, condensandosi in rivoli azzurri che presero ad intrecciarsi sopra il fuoco secondo uno schema. Quando cessarono le loro evoluzioni, un cerchio alato di fumo si formò nell’aria.
Françoise sobbalzò ed aprì gli occhi, come chi si sveglia di soprassalto.
Era seduta intorno al fuoco con i suoi compagni ed i loro ospiti. Aveva il cristallo sul palmo della mano. L’avevano ipnotizzata? Era… un sogno? Aveva imparato a diffidare di quelle spiegazioni dovunque vedesse manifestarsi il cerchio alato.
Lo sciamano parlò ancora, rivolto a Geronimo.
Il gigantesco pellerossa tradusse, rivolto a Françoise.
“Ora devi purificarti, prescelta”

Joe Shimamura vide l’angolo acuto delle due file di colonne scolpite che correvano all’indietro aprirsi improvvisamente. La luce solare lampeggiò ancora pochi secondi e smise quando l’orizzonte fu sgombro di colonne. La macchine stavano uscendo dai varchi del colonnato come siluri dai tubi di lancio, sciamando verso la prova successiva, il “mare di dune”.
Ken era uscito dall’aperto contemporaneamente a Joe, seguito da Romy. Poi era uscito anche Jet. Mutsu, Gantetsu, Kamikaze e Yamato accelerarono per ricomporre la formazione.
Sayonji si fece sentire.
“Ascoltate tutti, ora! Il tratto successivo è privo di un vero e proprio tracciato salvo gli isolati tralicci metallici che ne segnano erraticamente i limiti;  non c’è una pista, solo dune ed avallamenti, estremamente insidiosi, dato che qualsiasi incidente può facilmente passare per disgrazia. Ayab non intende certo lasciarsi sfuggire l’occasione che ha sicuramente contribuito a creare, quindi non fatevi mai sorprendere isolati! Ricomponete la formazione e procedete secondo la strategia che abbiamo studiato. Per il momento, chiudo!”
Joe si affiancò alla Maestà Reale. Jet scomparve dietro una duna per due secondi e si avvicinò a Joe con una rapida diagonale. Dietro di loro, gli altri piloti si disposero a semicerchio. Joe affrontò la prima duna. Sulla sommità, il suo veicolo saltò, rimanendo sospeso per un istante contro l’azzurro del cielo. La sua biposto rossa descrisse una parabola che proseguì quando le ruote ripresero contatto con il declivio di sabbia che stava oltre la sommità. Romy vide la macchina di Joe tuffarsi nell’avallamento ed usare nuovamente come trampolino la cresta di sabbia successiva. Jet scomparve e ricomparve in modo analogo, per poi tuffarsi nell’avallamento successivo. Poi toccò a Ken, che accese il reattore ed aprì gli alettoni dell’Hayabusa atterrando direttamente sulla cresta successiva. Romy fece come Joe. Il resto della squadra li seguì.
Una minacciosa macchina nera si avvicinò a Romy, urtandola leggermente. La Maestà Reale rispose con un altro urto. Poco distante, la Splendent di Ayab, seguita da altre nove auto in formazione a cuneo, iniziò ad avvicinarsi volando da una duna all’altra. Romy eseguì un altro salto. Le altre macchie della scuderia Sayonji arrivarono come aerei in picchiata. Ken, informato da Sakura, che continuava a volare sopra di loro insieme all’elicottero della Black Shadow, aggirò due dune e si affiancò ad Ayab. Il volto in armatura si voltò verso il Falco, che non si scompose. Dietro di loro, lo sciame di macchine, divenute meno numerose dopo il filtro dello slalom di pietre, avanzava a salti sulle dune come una lunga onda su una bassa scogliera. Alcune macchine mostravano una certa difficoltà di controllo quando riprendevano contatto con il suolo. Ayab accese i reattori della Splendent, quasi sfidando l’Hayabusa. Ken attivò il V1, ed Ayab vide furente la sagoma dell’Hayabusa, nera contro il disco solare, tagliargli la strada in aria in un salto diagonale toccando terra a destra di Ayab, un poco più avanti. Una della macchine della Black Shadow iniziò a dare fastidio a Link, che rispose con una speronata, come nello stile di Jet. Kamikaze piombò dal cielo in mezzo alla formazione di Ayab grazie alle sue turbine verticali. Gantetsu, Mutsu e Yamato piombarono in picchiata sugli avversari. Joe seminò un avversario della Black Shadow ingannandolo con un finto sorpasso  e facendolo capottare. La velocità aumentò e la cortesia venne meno. Adesso era guerra aperta.

Françoise non indossava nulla, a parte la catenina con il cristallo, che brillava sul suo petto niveo. Ai suoi piedi, il mucchio dei suoi abiti incrostati di polvere era accanto allo zaino che conteneva la sua uniforme rossa. Di fronte a lei, le gocce d’acqua che cadevano dalle stalattiti dell’altissima volta di roccia che sovrastava il lago sotterraneo increspavano la superficie scura dell’acqua con grandi e lente ondulazioni circolari. Françoise scandagliò il lago con i raggi X, e non vide che innocui pesciolini. Si portò sul ciglio della cresta rocciosa e descrisse una lunga parabola. Il suo corpo snello penetrò la superficie dell’acqua come una lancia. Sott’acqua eseguì una capriola, giocando come un’Ondina, e risalì rapida in superficie con un colpo di forbice delle sue lunghe gambe. Prese a nuotare con calme bracciate, con l’acqua fresca che le infondeva vigore e voluttà. Dopo quella marcia nel deserto, era come avere trovato il paradiso. Mancava solo un elemento per rendere tutto perfetto: Joe. Avrebbe voluto averlo vicino, giocare con lui, baciarlo sott’acqua… il suo Joe, così dolce, se si riusciva da arrivare ai suoi sentimenti! Che stupidi, gli uomini come Ayab, a rinunciare alla cosa più bella! In quell’istante, la dolcezza la pervadeva ad un punto tale da immaginare di parlare con quegli uomini e riuscire a farglielo capire… un sogno, certo, una fantasia… ma Joe era reale.
“Amore mio” pensò “quando ti riabbraccerò, ti donerò la più bella notte d’amore della tua vita…”
Lei avrebbe fatto l’amore con Joe, Hilda con Albert, Jet con Sakura, Ken con Romy e… Sayonji con Amy? Chissà… penso, ridendo silenziosamente. Romy, naturalmente, non aveva resistito alla tentazione di parlargliene durante il suo ultimo contatto con Albert, il classico discorso da donne… certo che una fidanzata a Sayonji avrebbe fatto bene, anche perchè Sakura avrebbe finito per legarsi sempre più a Jet… le cose sarebbero cambiate fra loro e Sayonji avrebbe avuto bisogno di un’altra donna vicino, ed una compagna è qualcosa di diverso da una sorella… E Piunma con… Morgan? Quello strano pensiero le attraversò la mente. Nuotò ancora a lungo, distendendo le membra nell’acqua al tintinnio di quella lentissima ed eterna pioggia che stillava da secoli, poi uscì dalle acque come una Venere, e come una Venere si drappeggiò di bianco per asciugarsi. Si sedette sulla roccia, pervasa da una piacevole stanchezza, senza più tensioni ad irrigidirle il corpo. Non sentiva più alle caviglie il fastidio dovuto alla pressione delle fasciature. Attese che i capelli fossero quasi asciutti, ed iniziò ad indossare l’uniforme rossa.

“Gli amplificatori sono pronti, Dottor Gamo?”
“Sì, fratello Shiva”
“I calcoli di avvicinamento del Signore Supremo sono stati confermati?”
“Al ventottesimo decimale, Fratello Vishnù”
“Ha già collaudato le interfacce bioelettroniche degli amplificatori, la rete neurale di interscambio e la compatibilità con l’hardware dei nostri corpi?”
“Tutta la tecnologia di supporto che ho realizzato per il Grande Istante è perfetta quanto voi tre, Fratello Brahamn”
“Molto bene, Dottor Gamo” risposero all’unisono i Tre Gemelli dai volti brulicanti di luci artificiali “Il Signore Supremo in persona sarà informato dei suoi meriti. Ora procediamo con le fasi preliminari di interfacciamento”
Con sincronia perfetta ed innaturale, con movimenti troppo identici per essere umani, si sedettero su tre sofisticate poltrone.
Il Dottor Gamo prese a digitare istruzioni su una console.
Tre caschi connessi a fasci di cablaggio a fibre ottiche discesero dal soffitto e si innestarono sui loro crani lisci e convessi.

Françoise appoggiò la mano alla parete della caverna. I Pueblo li avevano accompagnati fino al punto in cui una frana impediva il passaggio. Tutto sembrava perduto, ma 003 non ebbe esitazioni.
“Chang, quello che cerchiamo è dietro questo ostacolo.”
“Stai usando i raggi X, 003?”
“Sì, vedo un corridoio in pietra… è artificiale… ci sono circa venti metri di roccia di spessore. Puoi fonderli?”
“Non sono un problema!” replicò il piccolo cinese “ State indietro!”
Chang inspirò profondamente e lanciò dalla bocca una lunga fiammata rossa che si fece arancione ed infine quasi bianca. La roccia prese a fondersi, e 006 si lanciò di corsa nel tunnel incandescente. Dall’entrata del passaggio, il magma si spandeva sul pavimento della caverna illuminandola. L’uniforme rossa di Françoise riluceva di un alone cremisi. Le divise Kaki dei suoi compagni parevano bianche.
Geronimo contattò Chang con la trasmittente interna.
“006, tutto bene?”
“Affermativo 005! 003 ha visto giusto, non si tratta di un passaggio naturale.”
“Arriviamo!”
Attesero che la roccia si raffreddasse e raggiunsero Chang di corsa.
“Ci siamo….” disse Françoise con espressione assorta “Siamo nel primo livello dei sotterranei… sotto la strada principale… a dieci minuti dal più vicino accesso alla superficie”
Piunma le si avvicinò.
“Riesci ad orientarti con tanta precisione?”
Françoise gli sorrise dolcemente.
“Questa fu la mia città, un tempo”
“Bene!” Piunma le sorrise “Io ho fiducia in te, guidaci!”
“Anche io!” esclamò Bretagna, percuotendosi il petto con il pugno.
“Tutti quanti l’abbiamo! Ora comandi tu!”
Geronimo le sorrise e le appoggiò la sua enorme mano sulla spalla.
Françoise vi appoggiò sopra la sua e lo guardò commossa.
“Geronimo” pensò “Come sei caro… dici sempre tante cose bellissime con così poche parole…”
Poi si rivolse loro decisa.
“Cyborg! Niente luci! Usate solo la vista potenziata! Togliete le sicure ai laser ed ai fucili. Dobbiamo percorrere a piedi circa otto chilometri, ma potrebbero essere di più, se i passaggi che ricordo non saranno agibili. I soldati del Fantasma Nero infestano questa struttura, quindi dovremo batterci con loro… se ci hanno preparato una trappola, fingeremo di cascarci… riguardo alla Camera del Cristallo… solo la prescelta può accedervi, ma loro possono distruggerla o impedirlo. Abbiamo due carte da giocare per sorprenderli. Come sapete, 002 e 009 attaccheranno la loro base. Questo ci darà un certo respiro, ed inoltre potremo contattarli e cercare di ricongiungerci a loro. Il Dolphin può appoggiarci, Albert ed Hilda possono attaccarli con il trivellatore corazzato ideato dal Professore, ma è un effetto sorpresa su cui potremo contare una volta sola. Una volta nella Camera… potremo solo avere fede in Enoah… La Luce ci assisterà!”
Fece loro il saluto rituale, muovendo la mano destra come faceva Enoah. In quel gesto, i Cyborg rividero Nesia. La Luce sarebbe stata davvero con loro. 

L’ufficiale del Fantasma Nero fece il saluto a Baron.
“Le nostre pattuglie di superficie hanno avuto due conflitti a fuoco con la squadra del Professor Gilmoure ed il loro aeromobile, signore”
Baron mantenne la poltrona girevole orientata verso la parete di monitor della sala comando della base degli Spettri Neri. Una parte mostrava l’andamento della gara, l’altra l’interno degli scavi e della sale e corridoi che avevano riportato alla luce. Ad intervalli regolari, ogni monitor si collegava ad una differente telecamera cambiando inquadratura. Il complesso archeologico sotterraneo, collegato alla loro base, che era stata ricavata dalle strutture sotterranee dell’autodromo, era più grande di quanto avessero sospettato, ed alcune parti erano celate da spessori di roccia sorprendenti.
Trovare quella sala si stava rivelando più difficile del previsto. Oltretutto, non capiva esattamente perché ci si dovesse dare tanta pena al riguardo. A Baron non era stato spiegato che il necessario. Ayab non gli aveva riferito molto del suo colloquio con i Tre Fratelli Tibetani. Doveva trattarsi però di qualcosa di estremamente importante per i Tre Fratelli. Lo dimostrava il fatto che la squadra di Gilmoure fosse intervenuta.
“Li avete catturati?”
“Ci sono sfuggiti”
“Dove vi siete scontrati con loro?”
“A circa ventisei chilometri da qui, in direzione nord-ovest”
Baron si mise a riflettere.
Per quanto ne sapeva, da quella zona non vi era accesso diretto alla Tortica sotterranea, ma se la scelta di recarvisi non era legata alle attività del Fantasma Nero, quale altra motivazione avrebbero potuto avere? O si stavano occupando di altro, e quindi il contatto con le loro truppe di superficie era stato fortuito, ma era improbabile; o si interessavano alla loro attività a Tortica, che sicuramente il loro amico Sayonji non avrà mancato di sottolineare, per non parlare di Romy Wells, però procedendo in modo maldestro; oppure, dato che Gilmoure ed i suoi si erano dimostrati tutto fuorché maldestri, sapevano quello che stavano facendo, e la loro scelta anomala poteva indicare che avessero qualche asso nella manica, magari grazie a Lady X. Forse Gilmoure le aveva ripristinato la memoria e quella doveva aver dato loro informazioni, magari frammenti dei ricordi del periodo trascorso con la Black Shadow… ripensandoci, però, Lady X non sapeva molto della loro strategia, svolgeva mansioni amministrative, organizzative e di supporto informatico, senza però contatti diretti con lo Spettro  Nero. Probabilmente erano fuoristrada nelle loro indagini; tuttavia Baron decise di non correre rischi. I Tre Fratelli lo avevano dichiarato personalmente responsabile delle operazioni, enfatizzando il termine.
Tutti i soldati del Fantasma Nero ricevettero attraverso le trasmittenti dei caschi il segnale di “massima all’erta”.

Nel tratto aperto di deserto che separava il “mare di dune” dalla terza parte della gara, la “strada delle piramidi”, Sakura li aveva riforniti in volo. La loro squadra si era lasciata alle spalle anche la macchina di Mutsu e le due macchine della Black Shadow che avevano tentato di speronarlo. C’erano riuscite, ma subendo la stessa sorte. Sayonji aveva ordinato a Mutsu di attendere i soccorsi. Le sospensioni anteriori erano fuori uso, ma il motore funzionava ancora continuando ad alimentare l’aria condizionata e l’abitacolo era intatto. Ken e Ayab avevano duellato a lungo fra di loro, facendo lunghi balzi da una duna all’altra. Jet e Romy avevano tenuto testa alle macchine della Black Shadow coprendo Gantetsu e Kamikaze. Il giovane Kamikaze aveva tenuto fede al suo soprannome facendo un impiego spettacolare delle turbine verticali della sua macchina, mentre Gantetsu aveva preferito prendere velocità zig-zagando fra le collinette di sabbia. Ayab aveva iniziato a provocare Ken, che si era limitato a schivare i suoi attacchi attendendo l’occasione di sorpassarlo. Fu la Maestà Reale a sorprendere Ayab ed a portarsi in testa, con un’abile doppietta di Romy. Ayab andò sottosterzo per stringerla in curva, ma Ken non glielo permise, stringendolo a sua volta. Ayab allora attivò i reattori, ed altrettanto fece l’Hayabusa. Joe e Jet si erano avvicinati, seguiti da quattro macchine della Black Shadow che si sforzavano di urtarli posteriormente, senza però riuscire a raggiungerli. Joe aumentò i giri e, saltando da una duna, prese terra nella scia di Ken e Ayab. Ayab tentò di ostacolarlo, ma si rese conto che non era facile neppure con Joe. Due macchine nere si avvicinarono a Joe, che accelerò distanziandole. Mentre queste recuperavano faticosamente, Joe aggirò una duna e Jet, incrociandosi con lui mentre sopraggiungeva da destra a tutta velocità, tagliò la strada ai due inseguitori, che ebbero uno sbandamento e dovettero rallentare.
Romy era in testa, ed Ayab guadagnava terreno, quando, d’improvviso, Ken azionò il suo reattore in curva, controsterzò facendo pattinare le ruote motrici e si lanciò dritto verso la duna che Romy ed Ayab stavano aggirando. Ayab vide il sole oscurarsi per un istante, e subito dopo l’Hayabusa prese terra, stabilizzata dai suoi elementi avionici, affiancandosi alla maestà Reale. Joe e Jet miravano a dare loro copertura. Sapevano che avrebbero dovuto abbandonare la gara durante la fase sotterranea, e che quindi non era utile rischiare troppo… per il momento almeno.
Usciti dal “mare di dune”, presero a correre su una pista rettilinea fiancheggiata da edifici a piramide. Yamato ruppe un pneumatico contro una pietra e dovette fermarsi. Una macchina della Black Shadow urtò la fiancata di quella di Joe. Joe strinse l’avversario contro il basamento di una piramide facendogli emettere fumo e scintille dalla fiancata che aveva preso a strisciare contro la parete di pietra lasciandosi dietro una striscia nera.
Avevano proseguito per due ore, fino a quando la strada aveva preso ad andare in discesa, conducendoli all’ingresso dei tunnel.
Joe e Jet si prepararono.

Da ormai venti minuti il silenzio e l’oscurità dei corridoi diroccati erano stati infranti dai ronzii e dai lampi azzurri dei laser, che strappavano schegge e sprazzi di scintille dai fori sfrigolanti che lasciavano sulla roccia grezza.
Mentre correva, Françoise faceva balenare le sue membra affusolate alla luce tremolante dei due sbarramenti di fuoco. Ansimando a pieni polmoni nell’aria resa incandescente dalle armi a raggi, compresse il corpo in un anfratto scabro, lasciando sporgere il braccio con il laser spianato ed azionando la sua supervista per mirare. Fece fuoco nello stesso istante in cui un laser le bruciò una ciocca di capelli facendo esplodere la roccia alle sue spalle. Dal basso affossamento in cui si era tuffato, Piunma, intento a far andare avanti e indietro la massa battente del percussore del suo Lee-Enfield  mentre i laser gli ronzavano sopra il capo bruciacchiandogli il casco, vide per u ’istante una sagoma umana con la testa di insetto nel punto d’impatto del laser di Françoise, sentì un grido e venne investito dal calore e dall’onda d’urto dell’esplosione del corpo cibernetico di un avversario. Poi si sentì toccare il fianco da un piccolo oggetto ovale. Una bomba a mano. Con gesto fulmineo, la afferrò e la gettò via. Dal fumo dell’esplosione uscì un gran volume di fuoco di copertura nemico ed alcuni cyborg nemici tentarono un’incursione, ma incontrarono il fuoco di Piunma ed uno di loro cadde. Bretagna aggiunse il suo fuoco, dopo essersi avvicinato in forma di pipistrello. Un macigno lanciato da Geronimo ed una palla di fuoco di Chang riportarono la situazione in equilibrio.
“Geronimo, dobbiamo passare!” esclamò Françoise attraverso la trasmittente interna.
“Ho un’idea!” esclamò il pellerossa “006, ci vuole uno dei tuoi tunnel istantanei!”
“Ho capito, 005!”
“Chang, ti dirò io in che punto riemergere!” esclamò Françoise “007, cerca di oltrepassarli. 005, pronto con il tuo masso! Al mio segnale, agiremo tutti insieme!”
“003, ho un’idea per attaccarli frontalmente senza perdite e rendere totale la sorpresa” le disse Geronimo. Françoise lo vide far rotolare davanti a sé un macigno semisferico. Lo aveva modellato lui stesso a mani nude.
“Questo ci coprirà!” disse trionfante il gigantesco pellerossa.
“Vai, Chang!” disse Françoise.
Portatosi a distanza di sicurezza, il piccolo cinese emise le sue fiamme attuando la sua strategia di penetrazione nel terreno, che i Cyborg chiamavano giustamente “sindrome cinese”. Mentre un innocuo pipistrello dall’espressione divertita svolazzò un po’ maldestramente oltre la linea nemica, Françoise vide ai raggi x quella incredibile talpa passare sotto di lei ed attese fino a quando fu proprio sotto i loro avversari.
“Adesso!” gridò Françoise nel trasmettitore.
Mentre i soldati del fantasma nero tempestavano di laser il macigno spinto da Geronimo, il pavimento sotto i loro piedi si trasformò di colpo in un cratere vulcanico. I nemici superstiti indietreggiarono sparando su Chang, ma il laser di Bretagna ne abbatté due costringendo gli altri a disperdersi. Geronimo spinse il masso dentro il cratere aperto da Chang, che si riparò insieme a loro. Piunma lanciò due bombe a mano, ma i  pochi nemici rimasti applicarono una carica di plastico ad una lastra di pietra sfondandola, e sparirono in un cunicolo buio.
Piunma scattò, sparando nell’apertura.
Françoise esaminò il pavimento e non vide mine, ma il suo udito distinse li ticchettio di un timer. Il soffitto…
“Indietro 008!!!” gridò disperata quando vide la mina dietro una lastra del soffitto di pietra istoriata di geroglifici.
La mina esplose. Piunma sparì dietro la frana.
Tentarono di contattarlo con le trasmittenti, ma i loro appelli disperati non avevano risposta!
“Noooooo!!!” gridò Françoise, accasciandosi con le mani sul volto.

Capitolo 11

Morgan Adams era in piedi sul ponte di coperta, i lunghi riccioli corvini che scintillavano nella brezza marina mentre teneva i piedi bilanciati sul ponte oscillante guardando la donna ammantata di bianco che la salutò dolce e solenne con un gesto rituale mostrandole il cerchio alato che recava impresso nel palmo della mano. I suoi occhi di brace, velati della mistica malinconia insinuatasi in quell’anima ardente prigioniera di una dimensione senza tempo e di un destino congelato per sempre, attorniata da un equipaggio silenzioso ed assente che le obbediva senza più parlare,  erano fissi nella profondità ascetica di quelli di Enoah.
Fu Enoah a parlare per prima.
“Sai perché sono qui, Morgan Adams”
Era un’affermazione, non una domanda.
“Lui è in pericolo, non è vero?” le rispose la corsara.
“Sì, Morgan Adams. Tu lo ami ancora.”
“Sei venuta a torturarmi l’anima, principessa?” chiese la corsara, contraendo le sottili labbra rosso sangue in una smorfia di dolore.
“No, Morgan. Non potrei mai essere tanto meschina. Io sono qui per offrirti una scelta. So quale promessa gli facesti”
“Ed io la ricordo, la ricordo più che mai da quando sono intrappolata in questo nulla…” rispose Morgan, mentre le lacrime le scendevano sul viso senza che la sua innata fierezza potesse arrestarle.
“Non avresti dovuto sfidare la Luce”
“Non avrei dovuto soffrire fin da bambina… la Luce non fece nulla allora…”
“Tu puoi fare qualcosa adesso, ma ad un prezzo. Ricordi cosa gli promettesti?”
“Sì… una notte, mentre facevamo l’amore nella mia cabina, gli giurai che, se fosse stato in pericolo, sarei tornata anche dall’inferno per combattere insieme a lui…”
“Tramite me, la Luce potrebbe permetterlo ma… in cambio la tua anima potrebbe essere dannata per sempre… qui perlomeno non può succederti nulla di più…”
“Dovresti provare tu, a vivere in questa noia orribile! E sia! Dannatemi, tu e la tua Luce, torturatemi, frustatemi, gettatemi nelle fiamme ma… fatemi essere con lui, fatemelo riabbracciare, fatemelo baciare, anche solo per un’istante!”
“Vita breve ma intensa, Morgan Adams… sei certa che un istante valga un’eternità?”
Morgan si avvicinò, il vento che le apriva la scollatura della camicia mostrando il suo petto prosperoso e tornito che sobbalzava per i sospiri di passione. Le fiamme dei suoi occhi neri si riflessero nella giada di quelli di Enoah.
“Che io sia maledetta! Che io sia dannata! Si! Sì! Sì, maledizione! Sì! Voglio baciarlo ancora una volta! Voglio stringerlo sul mio petto e dopo fatemi quello che volete… di me non mi importa più niente… solo di lui!”
Gli occhi di Enoha si vellutarono di commozione.
“Sia come desideri, corsara innamorata…”

Geronimo afferrò Françoise per un braccio e la rimise in piedi.
“Ora basta, ragazza!”
“E’ colpa mia! Mia!” gridò disperata.
“No!!!” Gridò Geronimo.
Françoise tacque, sbigottita.
“E’ inutile recriminare! Non puoi impedire qualsiasi cosa! In questo momento siamo tutti sacrificabili, tranne te! Non sto dicendo di abbandonarlo! Cerca di localizzarlo!”
Françoise obbedì, portandosi le mani alle tempie.
“Lo vedo… la frana lo ha portato due livelli più sotto… è privo di sensi, spero, e non è sepolto, almeno può respirare…”
“Bretagna! Contatta il Dolphin. Chiedi l’intervento di Albert con la talpa meccanica. Ci penseranno loro, noi dobbiamo proseguire!”
“Come possiamo abbandonarlo? Io… io…” gemette Françoise.
“Piunma ha accettato il rischio come tutti… se non portiamo a termine la nostra missione saremo sopravvissuti solo per vedere lo Spettro Nero annientare tutto ciò che amiamo… c’è il mondo in gioco, ed anche il popolo di Enoah. 008 lo sapeva, ha accettato il rischio come me e te, ha messo in gioco la sua vita perché tu potessi proseguire… se ci fermiamo il suo sacrificio, ammesso e non concesso che sia morto o in serio pericolo, sarà stato inutile. Albert lo soccorrerà, non è abbandonato…”
“Ma i soldati nemici lo troveranno…”
“Se gli sono addosso, noi non possiamo comunque intervenire in tempo… Albert ha comunque più chance di noi”
“Chang può scavare un tunnel!”
“Ma non potrebbe portarlo via di lì. Si metterebbero in trappola in due; inoltre, senza Chang, potremmo non riuscire ad entrare nella Camera del Cristallo, se dovesse essere necessario fondere un strato spesso di roccia”
“Ivan potrebbe teletrasportarlo”
“Sta dormendo!” intervenne Bretagna, che era in contatto con il Dolphin “Svegliarlo sarebbe molto pericoloso, ammesso che sia possibile…”
“Françoise” le disse Geronimo “E’ una scelta terribile, lo so, ma abbiamo una responsabilità troppo grande sulle nostre spalle”
Col cuore sanguinante, Françoise annuì.

 

Nota: la scena che segue è un omaggio alla memoria dello scrittore texano Robert Ervin Howard, creatore di personaggi ed avventure indimenticabili, racchiuse in cicli di racconti pubblicati tra gli anni venti e trenta sulle riviste pulp americane e successivamente recepite da fumetti e cinema. Il suo personaggio più noto è quello di Conan il Cimmero, ma, fra i tanti (nella sua breve vita fu autore di almeno cinquecento scritti), spicca anche, per chi lo conosce un poco più a fondo, la figura di Solomon Kane, lo spadaccino dell’Inghilterra puritana che gira il mondo affrontando nemici naturali e sovrannaturali armato solo della sua spada, delle sue pistole gemelle e della sua incrollabile fede religiosa. Il ciclo di Solomon Kane comprende anche due poesie, una delle quali, intitolata “Il Ritorno di Sir Richard Grenville”, fu ispirata da una poesia di Lord Tennyson intitolata “The Revenge”. E’ appunto questa poesia l’oggetto della mia semplice trasposizione. Howard fu anche il creatore del personaggio di Steve Costigan, l’avventuroso pugile-marinaio che ha ispirato il mio nickname.
Caro vecchio “Two-Gun Bob”, come ti chiamavano i tuoi amici, non voglio plagiarti, con questo scritto. Voglio invece dirti grazie per tutti i folli amici che hai saputo regalarmi ed i mondi incantati e terribili che mi hai fatto visitare. La scena che segue è solo merito tuo.
Costigan.

Piunma giaceva esanime fra le macerie di un maestoso salone adorno di splendide sculture e glifi misteriosi. Giaceva come addormentato, quando l’affusolata mano di Morgan Adams gli toccò il polso. Nell’oscurità greve delle ombre del destino, la dolce voce della sua sirena lo destò dal sonno, e l’uomo d’ebano vide quel caro volto chino su di lui. Parlò con meraviglia, senza timore, perdendosi in quello sguardo ardente e dolce, sfiorando con la mano quelle labbra di corallo che gli sorrisero fiere.
“Come può camminare colei che morì, mia dolce sirena, amore dei vecchi tempi, tu che cadesti tanto tempo fa… come puoi essere qui al mio fianco?”
“In piedi, in piedi, mio corsaro!” rispose lei stringendogli la mano “i levrieri del destino sono liberi e gli assassini vogliono la tua testa per farne la loro polena!”
Piedi veloci premevano sulle lastre di roccia, dove le ombre erano tetre e nude, e uomini corazzati che cercavano il sangue si lanciavano attraverso l’oscurità.
Allora il guerriero di ebano balzò in piedi con una rapidità che nessuna lingua può descrivere, e Morgan Adams gli lanciò una spada.
Il suo laser balenò mortale, e in quegli scoppi di fiamme vide i volti ardenti di odio di un’orda vestita di nero con teschi sul petto ed elmi minacciosi. Parevano fantasmi usciti dall’inferno.
E mentre quei mastini si avventavano, la sua spada e il suo laser erano come il tocco del cobra, e la morte ne cantava la melodia, ed il suo braccio resisteva come acciaio. Ma accanto a lui un’altra lama cantava, ed un’agile forma gridava e colpiva, e i nemici urlanti cadevano come foglie per dibattersi nella polvere insanguinata.

“Il loro attacco era stato silenzioso come la morte
silenziosi come la notte essi fuggirono
e nella radura calpestata rimasero
solo i morti dilaniati”
Robet Ervin Howard

E l’uomo chiamato Piunma lasciò cadere la spada e si voltò, e vide la sua donna a terra, con la mano premuta sul seno, ed un torrente cremisi si spandeva sulla camicia bianca.
Piunma accorse e le sollevò il capo. Lei gli donò il suo stiletto ingemmato.
“Vita breve ed intensa, amore mio…. ricordami per sempre, dammi un bacio d’addio… mi aiuterà a sopportare l’eterna pena che ho scelto… come prezzo per poterti abbracciare di nuovo…….”
Lui la baciò piangendo, ne sentì il calore, e subito dopo la forma di lei si fece di nebbia, si mantenne un istante e si dissolse.
E al guerriero d’ebano, inginocchiato in lacrime col suo pegno d’amore stretto sul petto, apparve la principessa di un impero dimenticato, la fronte adorna del Cerchio Alato.
“Si è dunque dannata per me, la mia corsara?” chiese il guerriero.
“No. Il vostro amore l’ha salvata… ha meritato il perdono… per aver amato te più di se stessa… è felice, ora, riposerà in pace, e verrà il giorno in cui  vi riabbraccerete per l’eternità… il giorno in cui entrambi sarete bellissimi spiriti fatti di luce”
Con queste dolci parole anche Enoah scomparve, ed una grande punta rotante d’acciaio sfondò la parete di pietra. Da essa uscì un soldato in uniforme rossa, anche lui compagno di tante battaglie.
“Albert!”
“Piunma, amico mio! Che ti succede, perché sei in lacrime?”
“Un giorno ti narrerò una splendida leggenda, amico mio… ma ora andiamo… o avrò reso vano un grande sacrificio”
Albert gli sorrise, e gli toccò la spalla.
“Non ti comprendo amico mio…”
“Non occorre, per ora, non occorre… ragione ed occhi a volte ingannano… l’azione ci chiama, e noi rispondiamo… vita breve ed intensa, mi disse una donna meravigliosa…”
Albert sorrise.
“Una bella frase, fatta per gli eroi… sia come vuoi, amico mio… non è questo il momento di parlare… ma di contare gli uni sugli altri!”
Ed il dolore di Piunma si fece dolce, come le parole di Enoah… come l’amore del guerriero in rosso a fianco del quale l’inquieta Morgan cadde, amando e lottando, per trovare la pace.

Le macchine da corsa oscillavano come pendoli  da un margine all’altro del percorso mentre salivano e scendevano dalle curve paraboliche. L’effetto centrifugo era tanto intenso da mantenerle inchiodate all’asfalto anche quando il pilota aveva il proprio orizzonte visivo sfasato di novanta gradi rispetto a quello reale. Dopo aver terminato insieme a Romy i tre giri su una parabolica a spirale che portava ad un livello più basso, Ken si accodò nuovamente ad Ayab. La biposto rossa di Joe lo raggiunse, accoppiata alla macchina di Jet. Ken avrebbe voluto che Joe e Jet restassero in pista, era esaltante correre in squadra con loro, ma sapeva che non era possibile. Erano entrati nel rettilineo prestabilito. Dietro di loro, il grosso degli altri concorrenti arrivò sciamando. Gantetsu e Kamikaze si stavano aprendo la strada verso il gruppo di macchine in testa. Gantetsu, infastidito da una macchina della Black Shadow, se ne liberò con un urto ed un doppio sorpasso. Il fiume di auto in corsa, guidato da Ken e Ayab, entrò in un rettilineo con una corsia di disimpegno. Permetteva l’accesso ad un controtunnel utilizzato per il soccorso e la manutenzione. Joe e Jet simularono un incidente fra le loro macchine, e Jet usò la sua auto come un ariete per sfondare una paratia metallica. Misero a frutto il suggerimento di Hilda, che non aveva dimenticato proprio tutto. Un istante prima dell’impatto, Jet saltò dalla macchina, e Joe entrò nel controtunnel con un testa-coda. Anche lui scese. Sotto le tute avevano le loro uniformi rosse. Le resero visibili ed estrassero i laser. Da qualche parte, nelle vicinanze, come Hilda aveva segnalato ed Ivan aveva confermato, c’era la base del Fantasma Nero. Dovevano paralizzare le truppe che davano la caccia a Françoise e agli altri mettendo fuori uso il centro di comando. Attraverso le telecamere, Baron li vide, un istante prima che gli acceleratori li facessero scomparire, ed inviò un contingente di riserva a combatterli: soldati robot, carri armati e cyborg, anche quelli dotati di acceleratori.

Enoah e Nesia erano immobili davanti al portale d’ingresso della Camera del Cristallo… era giunto il momento… l’attimo in cui tutto si sarebbe concluso, nel bene o nel male… non dovevano fallire…
Enoah prese le mani della sorella tra le sue, chiedendole con voce dolce: “Sei pronta ad affrontare la tua sorte, Nesia?”
Aveva gli occhi velati di lacrime mentre pronunciava quelle parole… che cosa la stava obbligando a fare?... In fondo era poco più di una bambina e stava mettendo in gioco la sua vita… ebbe la tentazione di tornare indietro, per una frazione di secondo si soffermò a pensare che forse era stato tutto un incubo e che presto si sarebbe svegliata nella sua dimora, al sicuro nel suo letto…
Purtroppo era tutto vivido e reale, come il sole che nasce e muore ogni giorno… cacciò indietro il pianto e quando i suoi occhi si abituarono di nuovo all’ambiente circostante, vide che Nesia la stava guardando… e lei comprese…
Non era più una bambina… il suo sguardo rifletteva amore, coraggio ed una fede incrollabile in quello che stava per compiere… una certezza che solo qualche istante prima Enoah aveva sentito vacillare dentro di sé…
Nesia alzò una mano ed accarezzò delicatamente la guancia della sorella, mormorando: “Abbi fiducia in me… devi avere fede, cara… andrà bene… andrà tutto bene…”
In quell’attimo, un altro volto si sovrappose a quello di Nesia… era identico al suo, ma i suoi capelli erano biondi come l’oro… Françoise… le due donne parlavano in simbiosi, unite dal legame di sangue tra loro… un vincolo indistruttibile nonostante lo scorrere dei secoli…
Enoah annuì, incapace di esprimere con le parole la gioia che stava provando…
Si voltarono ambedue verso il grande portale, poggiando una mano ciascuna sul disegno del cerchio alato impresso nel legno antico più del mondo… il portone si aprì immediatamente e Nesia, ergendosi in tutta la sua regalità, varcò la soglia del suo destino…

 

 

Quando Joe accelerò, il nemico alla carica prese a danzare leggero a ritmo di moviola, sparando proiettili proporzionalmente veloci ed in teoria pericolosi, ma sempre diretti dove il cyborg 009 si era trovato un istante prima. Jet, più lento di Joe ma veloce rispetto agli avversari, si trasformò all’istante in una stella filante che scagliava folgori, facendo esplodere alcuni soldati robot. Un carro armato irruppe nel tunnel e fece fuoco provocando un crollo. Jet smise di volare, lo spazio era poco per le sue consuete evoluzioni e prese a combattere a terra come Joe. Concentrarono i loro laser sul cingolo del carro, immobilizzandolo, ma la scia di proiettili di una mitragliera prese ad incalzarli con un gran volume di fuoco. Joe sfondò una parete con una microbomba e scomparve nell’anfratto. Jet lo seguì volando, lo afferrò per le spalle portandolo con sé e volò rasoterra.
Disattivarono gli acceleratori, ed il mondo accelerò fino a sincronizzarsi con loro.
“C’è qualcosa che non va!” esclamo Joe.
“Troppo facile?” azzardò Jet.
“Pare che la loro strategia consista solo nel tenerci impegnati. Hanno mandato quella truppa alla sbaraglio. Serve probabilmente a preparare una sorpresa con qualche altra arma… dannazione!”
Jet intuì. Attivarono gli acceleratori appena in tempo per vedere altri cyborg accelerati che si avventavano contro di loro.
Joe parò il colpo di taglio dell’avversario in uniforme nera e rispose con un calcio volante. Jet prese il volo e fece fuoco. Il suo avversario decollò a sua volta ed iniziarono uno spettacolare duello aereo a colpi di laser.
L’avversario di Joe prese a correre, ma 009 lo raggiunse. I due si studiarono per pochi istanti, si separarono per evitare un ostacolo, ed in quel breve lasso di tempo fecero tre volte il giro del cantiere. Joe comunicò con Jet attraverso la trasmittente interna.
“002, pronto per la manovra incrociata al mio segnale!”
“Ricevuto, 009”
L’avversario di Joe cambiò direzione e velocità all’improvviso, portandosi dietro di lui per fare fuoco. Joe saltò sul tetto della cabina di pilotaggio di una gru, poi sul braccio di sollevamento usandolo come trampolino per un lunghissimo salto.
“Ora, 002”
Joe si lanciò verso l’avversario di Jet, mentre Jet picchiò verso il basso. Senza alcun preavviso, si scambiarono gli avversari, liberarono le rispettive linee di fuoco e spararono all’unisono abbattendo i cyborg nemici. Jet riprese quota ad un soffio dallo schianto e raccolse al volo Joe, che stava ricadendo verso un punto pericoloso. I due presero terra ansimando. Avevano messo i loro acceleratori a dura prova.
“Andiamo” disse Joe “non è certo finita qui!”

Françoise venne contattata da Ivan…. o il contrario? 003 se lo stava chiedendo, mentre si guardava il palmo della mano destra. Geronimo arrivò di corsa. Inseguito da una raffica di scariche di laser.
“Anche questo passaggio è sbarrato. Sono troppi!”
“Che facciamo, 003?” chiese Bretagna.
“Tratteneteli per pochi minuti… Ivan è sveglio, ora”
Ivan sentì arrivare il pensiero di Françoise.
“Ivan, piccino, sono Françoise”
“Mamma… ”
“Sì, caro…., Ivan, sono troppi, qui c’è tutto l’esercito del Fantasma Nero… e purtroppo abbiamo perso 008”
“No, 003… Piunma è salvo, è con Albert sulla talpa meccanica del Dolphin”
“Ivan, ascolta. Piunma è in grado di riconoscere la Camera del Cristallo, anche lui l’ha vista… è stato lì… beh, sai cosa intendo… puoi fare da tramite fra me ed Albert, Ivan? Io devo poter pilotare al suo posto la talpa… dovrò controllare il suo corpo… contattalo”
“Françoise, come puoi farlo?”
“Non sarò io a farlo, ma il cristallo attraverso me, cioè Nesia…”
Françoise pareva in trance.
“Cosa devo fare, 003?”
“Pensa intensamente a lui ed a me, con tutta la tua forza…”
Françoise chiuse gli occhi, e quando li riaprì vide l’abitacolo della talpa meccanica, e Piunma accanto a lei. Mosse le mani sui comandi, mani che non erano le sue. Una era metallica e la impacciava un poco.
Albert vide invece un corridoio, e le schiene di Bretagna, Geronimo e Chang che sparavano sui nemici. Si guardò le mani, due delicate mani femminili… che sensazione strana riassaporare due mani naturali dopo così tanto tempo. Ebbe paura, ma la voce di Ivan nella sua mente gli disse di non temere.
“Vi siete scambiati le menti, 004”
“E’ follia…”
“Da quanto tempo non facciamo più una vita normale?…Io non dovrei forse starmene spensierato in una culla, sorridendo alla mia mamma, non dovrei giocare con lei ed un papà con le mia manine?…ed invece in questo momento sono su un aeromobile da guerra comandato direttamente dalla mente della tua fidanzata e bersagliato da aviogetti robot… non appellarti alla normalità, 004”
“Sono nel corpo di Françoise?”
“E lei nel tuo… ancora per poco”
Piunma notò sul volto di Albert un’espressione un poco… come dire… femminile, ma si disse di essere già abbastanza scosso dagli eventi per poterlo dire con certezza. Tuttavia notò che la talpa aveva preso a scendere.
“Non stiamo risalendo, 004” osservò Piunma.
“No, 008” fece Albert con un gesto della mano che Piunma notò perché gli dava una bizzarra sensazione di familiarità, dato che quel gesto gli era noto ma era strano associarlo ad Albert.“Andiamo in un posto che conosci bene”
Piunma esitò.
“Vuoi dire che ci stiamo dirigendo verso la Camera del Cristallo? Ci intercetteranno, se ci avviciniamo con questa macchina. Con la scia di vibrazioni che ci lasciamo dietro, li avremo tutti addosso, ci intercetteranno e ci faranno fuori, ed oltretutto indicheremo loro la posizione di quella dannata camera. E poi è necessario portarci 003! Non vorrai mica che balli io al suo posto?!”
Albert rise di cuore, diversamente da come faceva di solito.
Il professo Gilmoure li contattò dal Dolphin.
“004, perché scendi in profondità?”
“Professore, qui 003, il cristallo mi sta guidando…”
“Non fare lo stupido!”
Ivan intervenne.
“Non sta scherzando, professore. Abbiamo scambiato le loro menti. 003 è nel corpo di 004 e viceversa”
Il Professore fece un salto e contattò il corpo di 003.
“E’ vero, Françoise, cioè Albert?”
“Qui Albert, è vero… sono una donna… cioè, voglio dire… temporaneamente. Diamine, se incontro Joe, quello mi bacia… Cristo santo!”
“Dio mio” pensò il Professore “Questi mi manderanno nella tomba prima del tempo!”
Poi si rivolse ad Ivan.
“Interrompete il transfer il più presto possibile o quei due subiranno danni irreparabili!”
“Ci siamo quasi Professore. La Talpa ha trovato l’accesso”
“Strano che il Fantasma Nero non ci fosse già riuscito… a meno che quella parte del complesso non fosse totalmente isolata da tutte le altre… quelle rocce devono avere qualche anomalia quantistica a livello subatomico, anche se non saprei dire quale… per questo gli strumenti non la segnalavano… gli Spettri Neri credevano che il sito della Camera del Cristallo fosse un volume di roccia compatta”
“Avete ragione, Professore”
Dagli altoparlanti di plancia, la voce di 004/Françoise li avvertì che la talpa era entrata nel corridoio che portava alla camera e trasmise loro la posizione.
“Ivan, un ultimo sforzo, teletrasporta sul posto il gruppo di Françoise…. E se puoi, anche Joe e Jet”
“Per 009 e 002 non ho abbastanza forza, Professore. Rischierei di cadere addormentato. Devo rimanere sveglio dopo aver teletrasportato il gruppo di 003”
Il Professore spiegò brevemente a Joe la situazione. Benché il Professore gli avesse proposto di ritirarsi, Joe decise di raggiungerli seguendo il tunnel lasciato dalla talpa. Due livelli più in alto, tre chilometri in direzione 167 gradi, la talpa, nella sua discesa, aveva intersecato un corridoio. Joe e Jet corsero insieme a velocità accelerata, mentre Hilda dava loro indicazioni servendosi del GPS del Dolphin, inseguiti da un esercito al rallentatore che continuava a vomitare fuoco.

La talpa meccanica perforò la parete del corridoio che portava alla camera del Cristallo. I suoi potenti fari illuminarono l’ambiente. Piunma riconobbe le due teorie di sfingi lungo le pareti, alternate alle nicchie dei gruppi scultorei, raffinate ed in parte indecifrabili. Era il corridoio che aveva percorso con Morgan…
Quasi nello stesso istante le sagome indistinte di Françoise e degli altri, teletrasportati da Ivan, si materializzarono e si stabilizzarono. Albert e Françoise guardarono ciascuno il proprio corpo dagli occhi dell’altro, in silenzio, con un’espressione indecifrabile sul volto.
Infine arrivarono Joe e Jet, rotolando uno addosso all’altro fuori dal buco lasciato dalla talpa.
Joe si rialzò, vide Françoise e fece per correrle incontro.
Rimase esterrefatto quando la vide alzare le mani per fermarlo e ritrarsi impaurita chiamandolo per cognome.
“Shimamura, no, aspetta! Non farlo”
Al contempo Albert gli tese le braccia dicendogli  “Amore mio, sei salvo!”
Anche Jet era senza parole.
Poi li vide bloccarsi, chiedergli entrambi di aspettare un attimo e portarsi le mani alle tempie. Ivan rimise le cose a posto.
Françoise scosse leggermente il capo e si volse verso Joe.
“Oh, amore mio!”
“Ora le cose quadrano” pensò Joe.
Poi si volse ad Albert.
“Albert, da quanto tempo sei innamorato di me? Non lo sai che sono già impegnato? Bretagna invece è libero!”
“Joe, lascia che ti spieghi…” intervenne Françoise.
“Ah, gia! Spiegami cosa non dovevo fare!”
“Joe, il Cristallo… ed Ivan… hanno fatto sì che io ed Albert ci scambiassimo i corpi…”
“Vuoi dire che…”
“O accetti questa spiegazione” replicò Françoise “O dovrai supporre che Albert ti ami.”
“Non è affatto uno scherzo, 009” puntualizzò Albert “Ho vissuto in prima persona quell’esperienza”
Françoise si guardò intorno.
“Ci siamo. In fondo a questo corridoio c’è la Camera del Cristallo. L’abbiamo trovata!”
“Muoviamoci, allora” esclamò Joe “Sei pronta, Françoise?”
“Sì… io… sì! Andiamo…”
“Vieni, ti accompagno. Sicuramente siamo stati seguiti, e non tarderanno ad irrompere qui, ma dovranno scavare. Io e Jet abbiamo disseminato di microcariche il tunnel scavato dalla talpa, facendolo crollare in più punti. Quando li avremo di fronte, ci penseremo noi a trattenerli.”
“La Luce ci proteggerà… non temete. Non siamo in trappola.”  rispose lei, facendo il saluto rituale con la destra.
Quando fu di fronte al grande portale, Françoise appoggiò la mano sul cerchio alato,  ed i battenti chiusi da millenni si ritirarono silenziosamente dentro le pareti. Si aprirono su una tenebra tanto densa da sembrare liquida. 

 

Capitolo 12

I Tre Fratelli si collegarono all’amplificatore. I loro poteri psicocinetici sarebbero stati potenziati in modo da potersi fondere con il loro Padre.
Ma in quel momento  Françoise era sulla soglia della Camera del Cristallo.
“Hanno trovato la Camera del Cristallo” disse Shiva, attraverso la telepatia.
“Baron ha fallito” disse Brahma.
“Ora lo contatteremo” disse Vishnu.
Baron vide i Tre Fratelli sullo schermo.
Shiva prese la parola.
“Baron, i cyborg traditori hanno trovato ciò che tu avresti dovuto trovare per noi”
“Questo è un fallimento, o sbagliamo?” aggiunse Brahma.
“O, forse, hai una spiegazione interessante?” chiese Vishnu.
Baron soppesò ogni parola prima di pronunciarla.
“Reverendi Fratelli, la struttura sepolta che cercavate è isolata da tutto il resto del complesso. Abbiamo scandito con gli strumenti che ci avete messo a disposizione anche quel volume di roccia, senza però ricevere alcun segnale. Non ho idea di come i nostri nemici si siano mossi a colpo sicuro. Non ho colpa di quanto è accaduto!”
Shiva fece una lunga pausa prima di rispondere.
“Dici il vero, Baron. Tuttavia, ciò è male per noi. Il nostro Supremo Signore sarà molto deluso, a meno che non distruggiamo i suoi nemici. Dobbiamo riscattarci, Baron.” sentenziò Shiva.
“Dirigerò personalmente l’attacco, Fratello Shiva. Raggiungeremo quella dannata cripta e la faremo saltare insieme a loro. Ci hanno condotto al loro obiettivo e si sono messi in trappola da soli”. Baron parlò con un’espressione decisa che non riusciva a coprire tutto il sollievo.

Quando Françoise mosse il primo passo oltre quel portale ciclopico, lo fece con sognante devozione. Il suo sguardo dolce e rapito fissava un punto lontano, oltre la comune vista degli esseri umani, qualcosa che solo lei pareva vedere. Si inoltrò in tenebre tanto profonde da far trattenere il fiato a Joe, che istintivamente si chiese se quell’oscurità indistinta non celasse un baratro senza fondo. Françoise non cadde, ma i suoi stivali non facevano rumore mentre avanzava come rispondendo ad una chiamata. Sembrava camminasse sospesa sul nulla. Poi la ragazza levò in alto la gemma, tenendo i polsi uniti e le mani a calice in un gesto di offerta a qualcosa di superiore. La gemma prese a risplendere, diffondendo un alone di luce dal colore cangiante, e successivamente iridescente. Joe notò come la luce emessa dalla gemma si diffondesse anche oltre il livello del piano su cui la sua amata muoveva i suoi passi silenziosi e leggeri. La guardò, sentendo crescere nel suo cuore un affetto per lei che pareva farsi più puro e profondo ad ogni istante, finché ne ebbe quasi paura… ed iniziò a percepire il pensiero di Françoise. Le parlò senza aprire bocca. Sentì la voce della sua adorata fanciulla senza che lei parlasse.
“Joe, sei tu…!” esclamò lei, raggiunto il centro della sala. C’era un centro, in quel luogo senza forma. Entrambi lo percepirono.
“Sì, amore mio” le rispose Joe, con un nodo alla gola. “Sento i tuoi pensieri, piccola…”
“Oh, Joe… come sei dolce… perché i malvagi non capiscono? Perché non possiamo farglielo capire?”
“Non ho la risposta, amore mio…”
Poi entrambi divennero consapevoli di uno schema di pensieri incredibilmente vasto, incredibilmente bello, perfetto… che si rivolse ad entrambi.
“Figli miei, adorate creature, i miei pensieri attraversano il vostro piccolo universo da quando il tempo ebbe inizio, ma voi purtroppo non siete mai lì ad ascoltarli…”
“Chi… chi sei…” chiese Françoise, con le lacrime agli occhi.
“Sono… tutto ciò che conosci e che non conosci, sono materia ed energia nel senso che voi intendete ed in molti altri… sono significato e mistero, oblio e ragione… in milioni di forme diverse, ma non sono più importante di voi o di una sola particella… anche io non so molto, ho avuto solo qualche milione di eoni per imparare…”
“Puoi svelarci qualcosa di ciò che sai…?” chiese Joe con la mente.
“Potrei, ma mi occorrerebbero milioni di quella piccolissima unità di tempo che voi chiamate anni…”
“Sei la Luce?” chiese Françoise.
“Sì…”
“Sei tu che proteggi le mie sorelle?”
“Quelle piccole gemme che chiami Enoah e Nesia?”
“Sì… loro…”
“Anche loro mi hanno conosciuto…”
“Ti rendo grazie, Luce… a mani vuote… cosa potrei donarti, io, piccola come sono…”
“Donami la tua grazia ed il tuo cuore puro, lasciati andare, ed insieme alle tue sorelle sconfiggeremo il Grande Nemico… Joe… anche tu dovrai combattere con lei… come sempre… lasciati andare, Joe Shimamura… non temere i tuoi sentimenti, la parte più bella di te… pensa alla tua amata, a Enoah, a Nesia… a tutti coloro che ami… apri la tua mente… sei una sola cosa con Françoise… tu le darai la forza…”
“Ho… ho paura…” rispose Joe.
“A-anche io…” disse Françoise.
“Abbiate fede…”
“Sì” risposero gli spiriti di Joe e Françoise.

Il planetoide nero si stava avvicinando, trionfante, quando venne contattato dai Tre Fratelli.
“Perdonaci, padre” disse Shiva
“Essi hanno trovato la Camera del Cristallo prima di noi e vi hanno condotto la portatrice” disse Brahma
“I nostri soldati li attaccheranno, ma potrebbe non bastare”
La Grande Abominazione ribollì di collera mostruosa.
“Quella sgualdrina di Myoltecopang! La cagna del Cerchio Alato! C’è riuscita dunque… significa che un’altra donna tenterà di respingermi, ma so come parare il colpo, e stavolta ho voi tre ad appoggiarmi… .se volete riscattarvi dal vostro errore, figli miei, schiacceremo quegli insetti con il nostro potere… e quando tutti i popoli del pianeta che mi attende saranno divenuti le nostre macchine da guerra, la sgualdrina ed il suo ridicolo popolo piangeranno di fronte agli altari della loro ridicola divinità ed imploreranno una pietà che non concederemo… amplificheremo il loro dolore con nuove tecnologie di tortura fino a farli impazzire e lei… la loro ridicola sovrana… me ne occuperò personalmente… Fratelli miei, portate al massimo i vostri poteri con gli amplificatori e lasciatevi guidare da me. Non faticheremo a trovare gli stupidi servi della Luce… ci cercheranno loro e se ne pentiranno per l’eternità.”

Sempre tenendo i polsi sopra la testa, Françoise giunse le mani sopra il suo capo e la gemma scomparve. Un cerchio di luce si accese nel pavimento, sotto i suoi piedi, mentre sul capo di Françoise iniziò a discendere una lenta colonna di pulviscolo argentato. Al cerchio di luce su cui era in piedi spuntarono petali di cristallo, che presero a ruotare, iscritti in un cerchio concentrico di luce che a sue volta assunse la forma di un fiore stilizzato e così via. Le direzioni e le velocità di rotazione variavano. Poi, rivoli purpurei, accompagnati da piccoli spiriti di forma vagamente umana, discesero dalle tenebre sovrastanti accompagnati dai primi accordi di quella musica ultraterrena che Françoise ricordava.
La stessa musica che in quel momento anche Nesia, nella stessa grande sala, nello stesso punto in cui si trovava Françoise, stava ascoltando mentre la polvere di luna che discendeva dal nulla faceva risplendere i gioielli del suo succinto costume di danzatrice.
Nesia fece l’inchino rituale alla Luce, mentre i rivoli purpurei spandevano un profumo che pareva fatto di mille essenze.
Françoise fece a sua volta l’inchino, ma secondo i nostri stilemi. Si inchinò come aveva fatto già innumerevoli volte al pubblico festoso dell’Opera di Parigi per rendere loro omaggio mentre loro omaggiavano la sua grazia. Questa volta però ad applaudirla ci sarebbero state le stelle.
Come Enoah le disse al loro primo incontro, Françoise ricordò.
Ricordò e si sentì leggera ed ispirata. Sentì la passione di quella musica che pareva fondere mille orchestre e mille culture, e sentiva anche tutta la commozione e l’amore di Joe.
“Oh, Joe… ora vedo… ora comprendo… che gioia…”
“Anche io la sento, amore mio… ti amo, perdonami se a volte…”
“No, non è il momento di recriminare, Joe… abbi fede…”
Si rialzò dall’inchino e prese a librarsi sulle punte, muovendo le braccia come colli di cigno, con  i capelli d’oro che ondeggiavano risplendenti e gli occhi azzurri che piangevano di silenziosa commozione, rigandole il volto con le perle delle loro lacrime…
Nesia stava condividendo la stessa esperienza, ed una percepì con gioia l’altra. Il loro contatto rese possibile l’incredibile, che sorprese persino Enoha.
Françoise aveva studiato l’arte della danza a Parigi.
Nesia invece a Myoltecopang.
Ma in quel momento erano una cosa sola.
Le due scuola di danza fusero i loro movimenti in un’insieme che eguagliava lo splendore e l’armonia di quella musica cha colmava lo spazio ed il tempo. Due estetiche sublimi ed aliene l’una all’altra si fusero in una nuova arte, una nuova bellezza umana e trascendente al contempo.
Come lo splendore del sole sui gioielli di una dea, le due danzatrici si librarono nella grazia, nella luce e nella bellezza coma mai le loro civiltà avevano visto, e la Luce divenne più forte che mai.

Nesia danzava ormai come se fosse priva di peso, come se fosse leggera al punto da poterlo fare increspando appena la superficie dell’acqua, ed ogni passo aereo durava sempre più a lungo, fino a quando si librò nell’aria ed eseguì un avvitamento su se stessa. Ormai rapita, si lasciò innalzare dalla superficie della Camera del cristallo, mentre le altre danzatrici continuavano i loro passi sincronizzati rimanendo a terra, e facendosi sempre più piccole, fino a divenire puntini. Poi le pareti di pietra del cilindro che aveva risalito scomparvero, e Nesia vide tutto il Sistema Solare. La stessa visione di Françoise. Contro il disco screziato di rosso di Giove, vide una chiazza nera pulsante, e lo riconobbe… era il Grande Nemico.

Sentì la voce di sua sorella.
“Non devi temerlo… la Luce è più forte di lui… espandi le tue sensazioni, Nesia… non sei sola, cerca nostra sorella…”
Nesia chiuse gli occhi e si lasciò andare alla deriva in quel vuoto senza peso.
Françoise… si mise a pensare a lei, mentre il planetoide incombeva famelico.
Françoise…
Françoise percepì Nesia.
“Nesia… sei tu?”
“Sono io, sorella…”
“Dove sei? Dove posso trovarti?”
“Lo hai già fatto, Françoise Arnoul… qui lo spazio e la materia non contano nulla… tutto è una proiezione del nostro pensiero…”
“In che modo possiamo combatterlo… è qui ormai…”
“Guarda la tua mano, sorella…”
Françoise vide incastonato nel palmo della sua mano un cerchio alato di cristallo. Sentì un torrente di energia invaderle il corpo, percepì una sensazione inebriante, la gioia la avvolse come una coperta… alzò il palmo della mano destra ed il cerchio alato prese a brillare di luce color oro, rendendo di luce Françoise stessa. Anche Nesia divenne una fanciulla fatta di luce… e di amore, amore per qualsiasi cosa…
Il mostro nero trafisse Françoise con un disgustoso tentacolo. Françoise soffrì, ma non odiò… non ne era capace…
“Odiami, maledetta!” gridò una voce lebbrosa
“Cos’è l’odio?” domandò Françoise con un filo di voce sofferente.
La voce lebbrosa mandò un grido orrendo, il tentacolo si ritrasse ustionato e la fanciulla di luce era illesa…
“Ti occorre l’odio, non  è vero?… per questo sei nemico della Luce…”
Dal planetoide  si riversarono orde di figure mostruose, nere come le tenebre, irte di zanne, artigli ed aculei, che si scagliarono sulla piccola ed inerme figura di Françoise… ed esplosero lampi di luce azzurra senza scalfirla. Lo sferoide nero era enorme come un mondo… ma Françoise pensò che in fondo era piccolo a paragone della Luce, e piccolo divenne… Françoise lo vide al centro dell’ovale di un immenso anfiteatro di massi ciclopici… una proiezione del suo pensiero… ed in posizione diametralmente opposta alla sua, vide… o meglio percepì… Nesia.
“Hai compreso Françoise Arnoul, mia amata sorella…è forte solo se lo adoriamo… è forte solo con il nostro consenso…”
“E se invece amiamo… è forte la Luce…” concluse Françoise.
Enoah apparve a propria volta sulla sommità degli spalti ciclopici di quell’inconcepibile arena. Era apparsa in posizione equidistane da Nesia e Françoise. Di fronte ad Enoah, tre figure in tonaca, calve, i volti parzialmente brulicanti di luci artificiali.
“Ecco la cagna di Myoltecopang” disse Shiva
“Colei che ha offeso nostro Padre” disse Brahma.
“Colei che si oppone al vero  potere, al nuovo ordine” disse Vishnu.
“Ecco i tre servi dell’abominazione, abominii a loro volta” replicò Enoah.
Shiva prese la parola.
“Potrete aver salva la vita se ci servirete”
Brahma proseguì.
“Imparerete quale sia il vero potere”.
Vishnu minacciò
“O quale sia il vero dolore”.
“E voi imparerete cosa sia davvero la Luce” rispose Enoah con gravità.
A quelle parole, Nesia e Françoise fecero il saluto rituale e mostrarono il palmo della mano destra.
Sullo schermo del Dolphin il Professor Gilmoure vide esterrefatto un ciclopico obelisco dal fusto a spigoli emergere dalla sabbia del deserto innalzando al cielo il gigantesco Cerchio Alato di marmo nero, ossidiana e cristallo purissimo che recava come fregio sulla propria sommità. Lo stesso che sovrastava la piramide del Tempio della Luce dove Nesia aveva compiuto il rito.
Dal centro del Cerchio alato scaturì un torrente di plasma color oro che tagliò in due il cielo, lasciò la Terra e si riversò come lava contro il planetoide, squassandolo e facendolo ribollire. L’Abominio si arrestò, tentò nuovamente di sdoppiare il flusso del tempo, ma non funzionò. Un secondo torrente di fotoni ad altissima energia iniziò a riversarsi contro il planetoide, richiamato da Nesia, contemporaneamente e millenni prima… un paradosso che l’Abomino non poteva compensare.
I Tre Fratelli si trasformarono in frecce di luce ed aggredirono quello che pareva l’anello debole della catena: Nesia. Un scudo psicocinetico li respinse… ed Ivan apparve in braccio a Nesia… grazie ad Enoha. Ma i Tre Fratelli non perdevano forza grazie agli amplificatori… avevano la tecnologia dalla loro… ed il loro Padre si contorceva sotto quei getti di plasma, ma non cedeva.
Françoise, Nesia, Ivan ed Enoah condivisero lo stesso pensiero.
“Se amiamo, la Luce è più forte”
“Françoise Arnoul, ti occorre lui…”
Joe stava rispondendo al fuoco nemico, sdraiato a terra proprio dinanzi al portale della Camera del Cristallo. Sentì il pensiero di Françoise.
“Joe, raggiungimi, vieni da me… abbiamo bisogno del tuo aiuto. ”
“Come… in che modo…?
“Appoggia la mano sul Cerchio Alato scolpito nei battenti ed entra nella colonna di luce… poi corri da me…”
Joe obbedì, e chiese a Jet di trasportarlo in volo e lanciarlo nella colonna di luce che aveva rapito Françoise al termine della sua danza. Jet eseguì, ma impiegò un tempo che gli parve eccessivo per raggiungerla. Era vicina, ma aveva dovuto volare come se distasse decine di chilometri. Joe si lasciò cadere verso quella muraglia di luce fluente, e ne venne rapito. Si guardò le mani. Risplendevano come oro, tutto il suo corpo ed i suoi abiti avevano assunto il colore della luce solare. Vide sopra di sé una volta celeste in cui non riconobbe alcuna costellazione, ed abbassò lo sguardo sul gigantesco anfiteatro di blocchi ciclopici sospeso nel nulla. Vide Françoise, fatta di luce come lo era lui, fronteggiare i Tre Fratelli e non esitò. Azionò l’acceleratore, ed accadde l’assurdo. Quella tecnologia era stata applicata alla materia. Joe ne azionò una replica fatta di energia strutturata. L’effetto fu micidiale per i Tre Fratelli. Il loro intelletto amplificato venne investito da una scarica di luce accelerata… un concetto che nell’universo che conosciamo non è fattibile… Joe raggiunse una velocità trascendente, il tempo per lui divenne immaginario… ma ancora non bastava.
Françoise gli corse incontro nella sua forma di luce, in un tempo immaginario, su una lastra di roccia che non era roccia, lo abbracciò e compì l’atto di suprema ribellione allo Spettro Nero… l’atto di amore più bello e sincero… le sue labbra di luce incontrarono quelle di Joe… e la Luce prese a brillare più intensa che mai. Nesia ed Enoah comunicarono con Ivan.
“Ora so come distrugegre la Suprema Abominazione…” disse Enoah
“Con l’atto d’amore supremo…”disse Nesia
“Con l’istante della creazione, lo zero assoluto del tempo, l’atto di amore verso qualsiasi cosa esista” disse Ivan.
“Con quello che chiamate Big Bang” disse Enoah “Joe, Françoise… concentratevi anche voi”
Il duplice flusso di luce che aveva colpito quella Mostruosità alterò il tempo… i tre fratelli cercarono di opporsi, con il risultato di far esplodere il loro amplificatori di potenza e danneggiare il loro hardware. Il planetoide venne rilanciato al primo istante del nostro universo e collocato in modo da essere concentrico al punto a densità infinita che aveva preceduto il big bang vero e proprio.
Dall’interno del planetoide nero, il Big Bang esplose in un mare di fotoni, mentre l’urlo di morte da milioni di elettronvolt del Grande Nemico fu una goccia nel mare di energia originario.
E tutto fu luce…

Nel laboratorio del Dottor Gamo si scatenò l’inferno. Scoppi di scintille, fiamme, fumo e rumore di vetri infranti non coprirono le orribili grida dei tre cyborg calvi che si dibattevano disperati ed agonizzanti sul pavimento. Si erano strappati i caschi dalla testa, e le parti hardware dei loro volti fumavano e crepitavano di scintille. Alzarono mani supplicanti al loro creatore, scongiurandolo di salvarli… non avevano traccia della loro consueta alterigia… avevano conosciuto la Luce.
Il Dottor Gamo chiamò la squadra antincendio e li fece portare via.
Non li aveva mai visti in simili condizioni.
Erano vivi per miracolo.

Françoise si risvegliò dolcemente.
Sentiva tutto il delicato tepore di un dolce abbraccio.
La sua mano percepì una superficie serica.
I suoi occhi ne videro il colore rosso.
Videro anche un dischetto metallico color oro… era l’uniforme di Joe, che la abbracciava carezzandole i capelli.
Lei gli carezzò il volto con un tocco delicato come quello della brezza dei tropici sui fiori.
Intorno a loro, gli altri cyborg facevano cerchio, sorridendo.
“Amici, ci siete anche voi, siete tutti salvi… oh, che gioia! Come sono felice…”
Iniziò a piangere di commozione…
“Se solo immaginaste… oh, ma… che ne è del nemico? Tutto è silenzio, qui…”
Joe la aiutò a rimettersi in piedi.
La Camera del Cristallo pareva una semplice sala disadorna, ora.
“Il nemico è stato distrutto…” narrò Geronimo “Mentre ci battevamo, un’onda di luce color oro ha attraversato i nostri corpi senza farci alcun male ed è stata letale per i soldati robot ed i cyborg del Fantasma Nero”
Françoise vide il corridoio delle sfingi ingombro dei loro rottami.
“La Luce non vi ha abbandonato, si è battuta con voi…”
“Noi siamo finiti, ma tu non ne gioirai, sgualdrina!!!”
Una figura dagli eleganti abiti laceri ed una tuba mezza sfondata sul capo balzò con disperata determinazione da dietro una sfinge e spianò contro Françoise il suo bastone da passeggio.
Baron.
Il suo bastone nascondeva un laser. Joe si mosse a velocità accelerata, gli altri spianarono le loro armi, ma un lampo bianco si frappose fra Françoise e quella minaccia. Quando il laser di Baron incontrò il Cerchio Alato della mano di Enoah, rimbalzò ad angolo e lasciò un buco arroventato sul pavimento.
Altri tre colpi in successione rapida vennero deflessi dalla mano della ragazza in bianco, strappando scintille e schegge alla roccia delle pareti.
Poi il bastone di Baron volo nella mano di Enoah e subito dopo si disintegrò in un lampo di luce bianca.
“Non provare a sfiorarla nemmeno con il pensiero!” esclamò Enoah, adirata ed al contempo inorridita “Mostro! Assassino! Infame! Non ho mai avuto la tentazione di ricorrere al potere della Luce per torturare un uomo, e so che se lo facessi decreterei la mia rovina, ma… ” aggiunse con lacrime di rabbia “Tu mi hai tentato… perdonami, Luce, se sento la necessità di punirlo in prima persona… non sono che uno strumento, una semplice ragazza…”
“Come puoi avere un simile potere, maledetta!”
“Ah! Proprio tu osi maledirmi, Baron della Black Shadow? Tu, che servendo un uomo come Ayab e di conseguenza lo Spettro Nero, ti eri già dannato nel mondo dei vivi? Sei tu il maledetto, e non ti ho maledetto io. E ricorda che questo potere non è mio! Io sono solo un suo strumento… comunque sia, non sono io a dover decidere di te…”
Albert si fece avanti.
“Se non vuoi sporcarti le mani, principessa, posso farlo io…” disse a denti stretti armando la mitragliera, mentre Baron indietreggiava.
“Aspetta, Albert Heinrich! Risparmia il tuo valore per altre occasioni! La prescelta deve affrontare ora l’ultima prova del suo cammino. Sarà lei a decidere…”
Enoah si rivolse a Françoise.
“Ciò che ti lega a quest’uomo” disse indicando Baron con un gesto “Fa sì che spetti a te decidere. La Luce ti illumini, sorella mia…”
Françoise si avvicinò a Baron fissandolo.
Per un lungo istante i due si fronteggiarono in silenzio.
Poi Françoise parlò.
La sua voce era incredibilmente calma e pacata, nonostante l’avventura appena trascorsa:
“Vattene…”
Baron la stava osservando senza capire il significato di quelle parole.
Françoise continuò: “Ho deciso che sarai risparmiato…”
Albert intervenne concitatamente: “003! Come puoi farlo! Quell’uomo ci ha rovinato la vita!”
Françoise fissò il suo sguardo in quello dell’amico; nei suoi occhi non c’era odio, solo un grande dolore per tutto il male che era stato provocato sinora… scosse la testa e tornò a rivolgersi al nemico….
“Recidere il filo della tua vita sarebbe una punizione troppo facile per te…” disse “…tu vivrai, Baron, ma passerai il resto della tua esistenza a pentirti per quello che hai fatto!”
Mentre parlava, 005 afferrò Baron e legò le sue mani dietro la schiena, senza che il nemico opponesse resistenza… “Geronimo ti condurrà in prigione, dove avrai modo di riflettere a lungo sui tuoi errori…”
L’indiano lo trascinò via, mentre quello si dibatteva nella sua stretta, continuando a vomitare minacce inutili: “Non riuscirete a tenermi rinchiuso per sempre… vedrete… mi libererò… e quando vi troverò… vi pentirete per questo maledetti! Maledetti!”
Quando Baron sparì dalla loro vista e con lui scomparve anche l’eco delle sue parole, Enoah si avvicinò a sua sorella, la abbracciò, carezzandole i lunghi capelli biondi: “Non avresti potuto prendere una decisione migliore, tesoro… sei davvero una figlia di Myoltecopang…”
Françoise ricambiò quell’abbraccio sincero… le due donne rimasero così a lungo, circondate dallo sguardo dei loro cari…

Ken e Ayab stavano proseguendo il loro duello, quando Romy vide una macchina della Black Shadow avvicinarsi pericolosamente a Ken. Non aveva possibilità di fare un sorpasso, ma continuava ad accelerare avvicinandosi all’Hayabusa da dietro. Dal cofano spuntò un rostro metallico. Avevano deciso di giocare sporco. Ken se lo aspettava, fece per manovrare ma la Splendent lo strinse. Rispose urtandola e li distanziò, ma ci riprovarono poco dopo. Romy spinse la Maestà Reale al massimo, si affiancò alla macchina rostrata e la allontanò con un urto. Romy la vide mettere in mostra due puntali seghettati calettati nel mozzo delle ruote ed agì prima che il suo avversario potesse muoversi. Si affiancò in modo da mettere i suoi cerchioni in corrispondenza con quelli dell’avversario, e l’attrito fece saltare i puntali. Uno rimase conficcato nel cerchione della Maestà Reale che si deformò leggermente, ma continuò a girare squarciando il pneumatico dell’ultimo sgherro di Ayab. Romy dovette fermarsi, le vibrazioni della ruota danneggiata non le permisero di continuare. Il suo avversario si ribaltò con violenza.
“Vai, Ken! Battilo tu! Siete tu e lui soli, adesso!”
“Romy, va tutto bene?!”
“Sto bene, Ken. Sono in una piazzola di emergenza! Mi sono solo dovuta fermare, nient’altro! Pensa solo a vincere, ora! Fallo per me! Vai, Falco!!”
Ken vide Ayab davanti a lui.
L’uscita del tunnel era prossima, e poco dopo vi era il traguardo.
Ayab azionò i reattori e si lanciò in una lunga parabolica.
Ken valutò un istante la struttura cilindrica della parabolica ed eseguì una manovra considerata possibile solo in teoria.
Accese il reattore V1 portandolo rapidamente al massimo, ma senza curvare. Si mantenne rettilineo puntando sulla Splendent ed eseguì un giro della morte che lo portò trenta metri davanti all’esterrefatto Ayab. Poi il falco mise il motore in folle eliminando ogni forma di freno motore, accelerando come un razzo a stadi. Ayab non poté compensare qual balzo.
Continuava a gridare istericamente che non era possibile,  mentre vedeva svanire tutte le sue ambizioni in un istante. Il suo già precario equilibrio mentale venne meno. Portò i reattori della Splendent al cento per cento, poi centodieci, centoventi, centotrenta per cento. Ignorò l’allarme acustico, la temperatura dei reattori saliva senza controllo mentre l’Hayabusa si faceva più vicina…
Poi la Splendent esplose, mentre Ken scorse per una frazione di secondo il balenìo della bandiera a scacchi, ed al contempo il lampo ed il tuono della fine di Ayab.
Il mondo delle corse era finalmente libero dal suo tiranno.

Ken lo comunicò a Sayonji.
“Che peccato!” fu il suo commento “Una così brava persona…”

Enoah e Nesia erano in piedi di fronte ai Cyborg.
“Amici miei, è giunto il momento di separarci. Se la Luce lo vorrà, ci rivedremo…”
Françoise era in lacrime.
“Ti prego, mia cara Françoise… non piangere… devi essere felice… non devi…” Le disse Enoah, poco prima di piangere a sua volta.
Abbracciò Françoise con forza.
“Come vorrei restare insieme a te, sorella mia! Quanto ti voglio bene…”
“Anche io…” le rispose Françoise con un filo di voce.
Anche Nesia era in lacrime.
“Françoise, io…” Non riuscì a dire altro, prima di gettarle le braccia al collo.
Françoise la ricambiò, carezzandole i capelli.
“Sii forte, piccola Helayma, mia piccola sorellina…”
Enoah si rivolse a Joe.
“Joe Shimamura, ti sono grato per il grande amore che nutri per lei… hai mantenuto la promessa. Senza di te, lo Spettro Nero avrebbe vinto… l’hai protetta senza mai pensare a te stesso… siamo felici di sapere che la amerai anche per noi”
Anche Nesia si avvicinò, e diede a Joe un bacio sulla guancia.
“Amando lei, tu ami anche me, Joe Shimamura… sono felice di sapere che nella mia seconda esistenza, sarò amata tanto. Restale… restaci sempre vicino”
Salutarono anche tutti gli altri cyborg, ringraziandoli, uno per uno.
“Veglieremo sempre su di voi. La Luce vi benedica!”
Furono le ultime parole di Enoah.
Le due principesse mossero la destra nel saluto rituale.
E scomparvero.

 

Epilogo

Il cerchio di luce e di allegria intorno al fuoco sulla spiaggia abbracciava tutta la squadra del Professor Gilmoure ed il Sayonji Racing Team. L’arte culinaria di Chang stava toccando una vetta insuperata, e gli accordi della chitarra di Yamato accompagnavano un coro di voci festose.
Sakura era seduta sulle ginocchia di Jet, persa negli occhi del suo amato. Jet le carezzava i capelli mentre parlavano del loro futuro. Sakura si era tolta un terribile peso dal cuore quando aveva riabbracciato Jet. Sapeva che forse non si sarebbero rivisti. Si era tolta il casco gettandolo via ed era corsa a gettargli le braccia al collo.
“Oh dio mio! Sei salvo, amore mio, che gioia! Come sono felice… non lasciarmi mai più sola, non…”
Tremava per l’emozione nell’abbraccio di Jet, che, ad occhi chiusi, gioiva di quel contatto casto e sensuale al contempo.
“Oh, Sakura” aveva pensato “così morbida, così calda, così bella…”
Romy era euforica. Continuava a dare bacetti a Ken, che si sforzava di darsi un contegno.
“Adesso basta, Romy!”
“Beh” rispose lei “Ultimamente, a causa di Tortica, ti ho coccolato poco e pensavo di rifarmi…”
“Se non fai la brava andiamo a dormire!” la rimbrottò Ken
“Ma sentilo!” replicò lei ridendo “Non penserai davvero di dormire, stanotte, eh?”
Ken abbassò lo sguardo, un poco imbarazzato.
Piunma era un po’ malinconico. Avrebbe voluto bere insieme a Morgan sulla spiaggia, l’avrebbe voluta vicino. Françoise lo intuì, gli toccò la spalla e gli sorrise. Piunma le aveva narrato l’accaduto, e Françoise si era mostrata inizialmente scettica, ma era rimasta senza parole dopo aver visto lo stiletto di Morgan. Il Professor Gilmoure lo aveva analizzato. Quella lama aveva quasi quattrocento anni, ed altrettanto antica era l’incisione al centro della croce dell’elsa: una “P” ed una “M” all’interno di un cuore.
Il Professor Gilmoure era insieme a loro. Inizialmente si era rifiutato: era tutta una “festa di giovani”, ma i “giovani” non vollero sentire ragioni.
“Sai” aveva detto l’anziano scienziato a Françoise “Io sono certo che le tue sorelle del passato veglieranno davvero su di noi,e che, ogni volta che scamperemo miracolosamente ad un pericolo, che un’insperata fortuna cui porterà gioia, che qualcosa si risolverà inaspettatamente a nostro favore, chissà, potrebbe essere opera loro…”
Bretagna stava sciorinando ad Hilda il suo repertorio di barzellette. Hilda non riusciva a smettere di ridere. Ormai era membro della squadra. Le avevano affidato il Dolphin. Per Albert vederla sorridere era la sua più grande gioia. Le aveva promesso felicità e si era rimproverato per tanti lunghi anni di non avergliela potuta donare. Aveva dato un nuovo scopo alla sua esistenza, ed in cambio riceveva amore dal suo angelo biondo.
Sayonji, che stava proponendo a Joe nuove gare, sorrise di nuovo a Françoise, che si era già raccomandata con Ken e gli altri di non mandarle altre rose, viste le reazioni di Joe.
Ma una ragazza, da lontano, triste e in disparte, osservava quella scena.
Françoise la vide e mise a fuoco il volto.
Era Amy. Françoise vide la tristezza sul volto di quella ragazza sempre allegra, e capì.
Lo disse a Sakura, che andò da suo fratello.
“Credo che una persona voglia parlarti, ma che le manchi il coraggio di farlo.”
“Quale?” chiese Sayonji.
“Indovina un po’!” replicò Sakura, indicandogliela “Eccola! Volevi tanto liberartene… Questo è il momento di farlo… Hilda, puoi invitarla ad unirsi a noi, per favore?”
“Sì, certo…”
Sayonji rimase interdetto.
Si era aspettato il solito battibecco con sua sorella, ed ora che lei cedeva le armi senza combattere, si rese conto di quanto quel trionfo fosse amaro e vuoto.
Poi guardò sua sorella abbracciata a Jet.
Infine Amy.
Amy, che taceva triste senza le sue solite frivolezze ed il suo sorriso intrigante… di cui Sayonji inspiegabilmente sentì la mancanza…
Quella ragazza era venuta a dirgli addio.
“Aspetti Hilda” disse Sayonji “Ci parlo io….”
Si alzò velocemente, incamminandosi verso Amy, sotto lo sguardo attonito dei presenti… quando fu davanti a lei, si arrestò, le prese la mano e la condusse verso il centro della festa…
La ragazza era rimasta a bocca aperta… iniziò a balbettare parole sconnesse: “Ma… ma… che succede?... che stai facendo?”
Sayonji non le rispose, si fermò al centro della festa, le circondò la vita con le braccia, attirandola a sé e disse: “Ehi qui ci vuole un po’ di musica che crei atmosfera! Yamato! Chiudi la bocca e inizia a suonare per favore…”
Yamato, preso alla sprovvista da quella scenetta, cercò di ritrovare la sua concentrazione melodica e intonò una dolce canzone; Sayonji iniziò a far volteggiare Amy, senza che lei opponesse la minima resistenza… Sakura intervenne stupita: “Ehi fratellone! Da quando in qua sai ballare così bene?”
“Taci sorella!”…
“Oh scusa tanto, come non detto… vieni Jet…” disse, trascinando il suo ragazzo sulla sabbia…
In breve tutte le coppie stavano ballando al chiaro di luna… era un istante così bello che nessuno dei presenti avrebbe voluto terminasse mai…
Amy, dopo qualche passo di danza senza fiatare, si fece coraggio e disse sottovoce: “Cosa significa tutto questo? E’ il tuo modo crudele di prendermi ancora in giro?”
Ma Sayonji le rispose scuotendo la testa: “No… è solo che… non so… ho come l’impressione che mi mancheresti troppo se decidessi di andartene…”
Lei gli sorrise e lui pensò che era la cosa più bella che avesse mai visto… “Ah-ehm…” bofonchiò, cercando di schiarirsi la voce “… quindi signorina… temo proprio che dovrò sopportarla per molto… moltissimo tempo”
Amy acquistò di nuovo tutto il suo esasperante fascino: “Non farai altro che il tuo dovere, mio caro…”
Era di nuovo felice… come lo erano tutte le persone intorno a loro… e come lo era un intero popolo ai confini del loro universo…

© 04/11/ 2008

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